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Lui & Lei

La moglie del pescatore


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
07.03.2026    |    1.415    |    0 8.3
"Capii subito: un gioco andato troppo oltre tra lui e Vincenzo, un'esplorazione curiosamente intima..."
La Estate al Mare con Vincenzo

L'estate al mare era il nostro rifugio, un'oasi di sole e salsedine dove la vita rallentava. Avevamo una casetta bianca affacciata sulle dune, con il profumo di pino marittimo che entrava dalle finestre aperte. Mio marito, un pescatore temprato dal vento e dal sale, partiva per sei mesi all'anno, lasciando me e Francesco soli con i nostri ritmi. Francesco, il mio unico figlio, era un ragazzo vivace, e il suo migliore amico Vincenzo era come parte della famiglia. Vincenzo era calabrese, figlio dei vicini di casa, con la pelle olivastra e un sorriso che illuminava tutto. Erano cresciuti insieme, inseparabili: giocavano a calcio sulla spiaggia, si tuffavano dalle rocce, e Vincenzo lo riempiva di attenzioni, quasi come un fratello maggiore protettivo. A volte, lo vedevo troppo legato, con sguardi che indugiavano un po' troppo, ma lo attribuivo all'affetto profondo.

Io non avevo potuto avere altri figli dopo Francesco; il mio corpo aveva deciso per me. Così, Vincenzo era diventato come un secondo figlio per me, un ragazzo che aiutava in casa, che mi portava la spesa dal mercato. Ma sotto quella facciata familiare, c'era qualcos'altro: un calore che sentivo quando i nostri occhi si incrociavano, un fremito che mi faceva arrossire. Mio marito era un uomo di mezza età, solido ma non appassionato; i suoi amplessi erano routinari, privi di quel fuoco che mi mancava.

Un giorno, il destino ci mise alla prova. Francesco scivolò dalle scale della casa, un passo falso durante una delle loro corse folli. Lo portammo in ospedale, e lì lo tennero per una notte in osservazione. Io e Vincenzo rimanemmo soli in quella casetta vuota, con il rumore delle onde che cullava la tensione. Cenammo in silenzio, il vino che scioglieva i nodi. Vincenzo mi guardava con occhi diversi, intensi, e io sentii il mio corpo rispondere: le mutandine che si inumidivano solo per la sua vicinanza.

Quella sera, non so chi fece la prima mossa. Forse fui io, con un tocco sul suo braccio mentre lavavamo i piatti. "Vincenzo, ho bisogno di... qualcosa," sussurrai, la voce tremante. Lui mi prese tra le braccia, le sue mani grandi che mi stringevano i fianchi. Mi baciò con urgenza, la lingua che invadeva la mia bocca, facendomi gemere. Mi portò in camera, mi spogliò piano, baciando ogni centimetro di pelle: i seni pesanti, i capezzoli che si indurirono sotto la sua lingua.

"La figa no," mi disse, gli occhi scuri di desiderio e rispetto. "Troppo... è come una madre per me." Ma il suo cazzo era già duro, un mostro di 32 centimetri che premeva contro i pantaloni. Lo tirai fuori, le vene pulsanti, il glande gonfio. Mi inginocchiai, lo presi in bocca, succhiando piano mentre lui gemeva. "Usa il mio culo," lo implorai, ungendo con la vasellina dal cassetto del bagno. Mi chinai sul letto, le chiappe aperte, e lui mi penetrò piano all'inizio, poi con spinte profonde che mi facevano urlare.

Il suo cazzone mi sfondava il culo, dilatandomi senza pietà, il dolore che si mescolava al piacere. "Ti prego," ansimai, le lacrime agli occhi, "sfondami la figa ora." Lui obbedì, tirandosi fuori e spingendo nella mia figa bagnata, riempiendomi completamente. Mi scopò con forza, le palle che sbattevano contro il mio clitoride, facendomi venire in ondate violente. Vincenzo schizzava forte, il suo sperma caldo che mi innaffiava la faccia, colandomi sul mento e sui seni. A volte rimaneva dentro, riempiendomi la figa con fiotti densi, e io tremavo, persa in quell'estasi proibita.

Da quella notte, il mio culo non lo diedi più; era troppo. Ma bocca e figa divennero sue. Ci incontravamo ogni giorno, mentre Francesco era fuori o dormiva. Gli incontri duravano ore: io che lo succhiavo fino a fargli pulsare il cazzo in gola, lui che mi leccava la figa fino a farmi squirtare sul suo viso. Mi bagnavo solo al pensiero del nostro appuntamento quotidiano, il corpo che fremeva di anticipazione. Vincenzo era insaziabile, il suo cazzone che mi penetrava in ogni posizione: a pecorina sul divano, con le gambe sulle sue spalle mentre mi guardava negli occhi.

Un giorno, sentii Francesco urlare dalla sua stanza. Corsi dentro e lo vidi sul letto, il viso contratto dal dolore, sangue che macchiava le lenzuola dal culo. Capii subito: un gioco andato troppo oltre tra lui e Vincenzo, un'esplorazione curiosamente intima. Non dissi nulla; lo portai in ospedale, dove lo ricucirono. Sette giorni di ricovero, e di nuovo io e Vincenzo soli in casa. Quella sera, lui aveva fame di culo, ma io lo diressi verso la mia figa. Mi scopò con rabbia repressa, le spinte violente che mi facevano gridare. Gli squirtò in faccia mentre veniva, i miei umori che gli bagnavano le guance, e lui ricambiò subito, schizzando il suo sperma caldo sul mio ventre.

"Ti volevi inculare mio figlio? Sei gay?" gli chiesi tra un gemito e l'altro, il cuore che batteva forte. "No," rispose ansimando, spingendo più a fondo. "Stavamo solo giocando, era un momento stupido." Lo interruppi con un bacio, "Non sono fatti miei." Ma quella fu l'ultima volta che scopammo. Il senso di colpa, o forse la paura, ci fermò.

L'anno successivo, Francesco e Vincenzo partirono in campeggio con altri amici, lasciando la casa al mare vuota. Io rimasi incinta. Dissi a mio marito che era suo, quando tornò dai suoi mesi in mare. Spero che il bambino abbia il cazzo come suo padre – Vincenzo, intendo – quel mostro che mi aveva marchiata. Mio marito, il pescatore, era contento, ignaro. In quel periodo di solitudine, avevo persino messo un annuncio online: la mattina, chi rispondeva per primo passava da casa e mi scopava la figa vogliosa. Sempre con preservativo, cazzi di sconosciuti che entravano e uscivano rapidi, lasciandomi soddisfatta ma vuota. Solo con Vincenzo era stata un'eccitante eccezione: senza protezioni, il suo sperma che mi riempiva, portando vita nel mio ventre.

Ora, con la pancia che cresce, ripenso a quell'estate. Tabù, passione, segreti sepolti nella sabbia. Vincenzo è sparito dalla nostra vita, ma il suo seme vive in me, un legame eterno e proibito.
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