Gay & Bisex
Amore e frustate
Kimboy74
04.03.2026 |
3.046 |
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"Niente più crisi, solo desiderio puro, corpi che si intrecciano in un ciclo di piacere e dolore..."
La mia vita da etero è stata un inferno silenzioso per anni. Sposato con una donna che mi scopava meccanicamente nel senso che il nostro sesso era privo di passione, solo routine prevedibile senza quel brivido che mi facesse sentire vivo. Ogni notte, entravo in lei con spinte noiose, e fingevo soddisfazione per non litigare. Ma alla fine, non ce l'ho fatta più. Ho chiesto il divorzio, e tutto è crollato. Niente casa, i figli già grandi e lontani, solo io e un vuoto assurdo dentro. Una crisi di identità che mi divorava: chi ero senza una routine, senza scopo? Mi sentivo perso, nudo non solo nel corpo ma nell'anima, e quel desiderio represso per gli uomini che ribolliva sotto la superficie.Fu allora che aprii quel sito di incontri, le dita che tremavano mentre caricavo foto del mio corpo ancora atletico, muscoli definiti che imploravano attenzione. E lì conobbi Gino. Alto, muscoloso, con mani callose da lavoro nei campi e un'aria dominante che mi fece indurire all'istante. Ci incontrammo la prima volta a casa sua, una fattoria isolata tra i campi. Mi prese senza preamboli: mi spinse contro il muro, le sue labbra ruvide sulle mie, la lingua che invadeva la bocca mentre le sue dita aprivano i miei jeans e afferravano il mio cazzo già eretto. 'Sei mio stasera,' ringhiò, e io annuii, eccitato dal suo comando.
Mi gettò sul letto, mi spogliò con urgenza, i suoi occhi che divoravano il mio petto villoso, i capezzoli duri per l'anticipazione. Mi aprì le gambe e leccò il mio culo con avidità, la lingua che scavava dentro l'ano, succhiando fino a farmi urlare. Poi, il suo cazzo: grosso, venoso, entrò nel mio culo con una spinta violenta, riempiendomi fino in fondo. Mi scopò duro, le mani che stringevano i miei fianchi, marchiandomi con le dita. Ogni affondo era un ordine, e io mi arrendevo, gemendo mentre contraevo l'ano intorno a lui. Mi piaceva farmi dominare, sentirmi usato, posseduto. Venni due volte quella notte, il corpo scosso da spasmi, il mio sperma che schizzava sul lenzuolo, e lui mi riempì di seme caldo, colando fuori dal mio culo mentre ansimavo.
All'inizio, era solo quello: andavo da lui, mi facevo scopare fino a perdere i sensi, poi tornavo nel mio appartamento vuoto. Ma la cosa peggiorava, o meglio, si intensificava. Avevo bisogno di quelle emozioni crude, di quel controllo che mi faceva sentire al sicuro nel caos. Una sera, dopo che mi aveva inculato piano, il suo cazzo spesso che dilatava il mio culo stretto mentre io mordevo il cuscino per il dolore misto al piacere, gli dissi: 'Resto qui stanotte.' Lui sorrise, possessivo, e da quel momento siamo insieme. Vivo nella sua fattoria, la sua donna, marchiato dal suo odore di terra e sudore.
La sveglia suona alle cinque in punto, un trillo insistente che mi strappa dal sonno. Gino si gira verso di me, il suo corpo caldo contro il mio, e senza una parola mi afferra per i capelli. 'Apri la bocca,' ordina, e io obbedisco, le labbra che si schiudono per accogliere il suo cazzo già duro dal mattino. Lo succhio avidamente, la lingua che gira intorno al glande, ingoiando fino in gola mentre lui spinge, scopandomi la bocca con ritmo possessivo. Geme piano, le mani che mi tengono fermo, e dopo qualche minuto mi sfila, saliva che cola dal mio mento.
Mi gira a pancia in giù, solleva il mio culo e sputa sulla fessura. Il suo cazzo preme contro l'ano, entra piano ma deciso, dilatandomi mentre io ansimo, le dita che stringono le lenzuola. Mi incula con spinte lente all'inizio, poi più veloci, il suo bacino che sbatte contro le mie natiche, facendole arrossare. 'Bravo puttano,' mormora, e io gemo, il dolore che si trasforma in estasi, il mio cazzo che si bagna senza essere toccato. Viene dentro di me con un grugnito, il seme caldo che mi riempie il culo, e resta lì un momento, pulsando, prima di uscire, lasciando un rivolo che cola tra le mie cosce.
Ci alziamo, nudi e sudati. Io preparo la colazione: caffè forte, uova strapazzate, pane croccante. Mangiamo in silenzio, le sue mani che ogni tanto sfiorano la mia coscia sotto il tavolo, un promemoria della mia sottomissione. Poi lui si veste, stivali infangati, e va a lavorare i campi, lasciando me a mettere a posto la casa. Spazzo, lavo i piatti, il corpo ancora sensibile dall'uso mattutino, il culo che pulsa piacevolmente. Preparo il pranzo per lui e gli operai: pasta al sugo, carne alla griglia, insalata fresca. A mezzogiorno, tornano tutti, corpi stanchi e affamati, seduti intorno al tavolo lungo. Gino presiede, la sua mano possessiva sulla mia spalla mentre mangiamo, ridiamo di storielle dal lavoro. Io servo, verso il vino, sentendomi al mio posto, la sua donna devota.
In fondo, è questo che sono: la sua. Gino è geloso, feroce se mi vede guardare una donna. Succede, sai, quel lampo di desiderio represso dalla mia vecchia vita etero, ma ora distorto. Se i suoi occhi colgono il mio sguardo su un culo sodo di una vicina o di un'operaia, mi merito la punizione. Mi trascina nella stalla, dove lo stalliere – un uomo muto, robusto, con muscoli forgiati dal curare i cavalli – ci aspetta. Non parla, ma i suoi occhi scuri dicono tutto: obbedienza cieca a Gino.
Mi lega alla mangiatoia, le mani legate ai legacci di cuoio, il corpo chino in avanti, il culo esposto. Lo stalliere si slaccia i pantaloni, il suo cazzo enorme che balza fuori, duro e pronto. Mi incula senza preavviso, spingendo dentro il mio ano già lubrificato dal ricordo del mattino, dilatandomi con quel mostro venoso. Grido per il bruciore, ma è un dolore delizioso, mentre lui pompa, le mani che afferrano i miei fianchi, scopandomi il culo con colpi ritmici, muti ma potenti. Gino, accanto, impugna la frusta: un colpo secco sulla schiena, poi un altro sul culo, la pelle che si arrossa istantaneamente, il dolore che si mescola al piacere dell'invasione.
'Impara a tenere gli occhi bassi,' ringhia Gino, mentre lo stalliere accelera, il suo cazzo che mi sfonda senza pietà. Io gemo, il corpo che trema, il mio cazzo che cola sul pavimento di paglia. A volte, lo faccio apposta: lascio vagare lo sguardo su un culo tondo, provocandolo, perché so cosa mi aspetta. Quelle frustate leggere, il bruciore che mi fa contrarre intorno al cazzo dello stalliere, spingendolo a venire dentro di me con un sospiro rauco, il seme che mi riempie fino a traboccare. È eccitante, questo gioco: il cazzone duro dello stalliere che mi sveglia i sensi ogni tanto, ma no, è Gino quello del mattino, che mi dà sicurezza con le sue spinte possessive.
Guardare un culo di nascosto, con la paura di essere scoperto, di meritare la frusta e l'inculata, beh, è un brivido che mi fa indurire all'istante. Vivo per questo ora: la routine della fattoria, il dominio di Gino, le punizioni che mi ricordano il mio posto. Niente più crisi, solo desiderio puro, corpi che si intrecciano in un ciclo di piacere e dolore. E ogni mattina, alle cinque, la sveglia suona, e tutto ricomincia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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