Gay & Bisex
La piccola Rosa
Kimboy74
18.03.2026 |
2.043 |
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"Mi misi a pancia in aria sul letto, il cazzo eretto che puntava al soffitto, venoso e pronto..."
Mi chiamo Marco, e questa è la storia della mia vita in Italia, un capitolo che non dimenticherò mai, pieno di sudore, umiliazioni e piaceri proibiti. Avevo vent'anni quando lasciai la mia terra natale, un paesino sperduto nel sud, per inseguire un lavoro a tempo indeterminato in una fabbrica del nord. Con me c'era Salvatore, il mio compagno di stanza e di sventure, anche lui ventenne, con quel corpo atletico e un sorriso che nascondeva un animo fragile. Eravamo arrivati carichi di speranze, ma la realtà ci colpì come un pugno in faccia. Il nostro capo, un uomo di cinquant'anni con la pancia prominente e gli occhi lerci, ci prese di mira fin dal primo giorno. Si chiamava Franco, e prometteva trasferimenti in reparti migliori, magari con turni più leggeri o stipendi decenti, in cambio di 'favori personali'. All'inizio resistemmo, ma la fame e la solitudine ci piegarono.Salvatore fu il primo a cedere. Lo vidi tornare in cameretta una sera, i pantaloni slacciati, il viso arrossato e un'espressione mista di vergogna e sollievo. 'Mi ha fatto succhiare il cazzo', mi confessò, sedendosi sul letto con le mani tremanti. 'Dice che se lo rifaccio, mi sposta in magazzino'. Io lo ascoltai, il cuore che batteva forte, e presto fu il mio turno. Franco mi chiamò nel suo ufficio dopo l'orario, la porta chiusa a chiave. 'Spogliati', ordinò, slacciandosi la cintura. Il suo cazzo era tozzo, venoso, e odorava di sudore stantio. Mi mise in ginocchio, afferrandomi i capelli, e mi spinse in bocca. Succhiavo goffo, la saliva che colava, mentre lui grugniva: 'Bravi ragazzi come voi devono imparare a servire'. Tra un pompino e l'altro, ci scopava il culo, alternandoci su quella scrivania impolverata. Salvatore gemeva piano, il suo buco stretto che si apriva piano piano, mentre io stringevo i denti, pensando solo al trasferimento.
Cercavamo di soddisfarlo in ogni modo, noi due insieme a volte, per accelerare le cose. Lo leccavamo, lo cavalcavamo, ci facevamo penetrare uno dopo l'altro mentre lui rideva, sudato e soddisfatto. 'Siete le mie puttane siciliane', diceva, schiaffeggiandoci il culo. Salvatore, col tempo, cambiò. In fondo al cuore, sapevo che gli piaceva. Quel ragazzo, con il suo culo largo e il modo in cui si inarcava quando Franco lo penetrava fino in fondo, alla fine ne traeva un piacere oscuro. Gli piaceva essere schiavizzato, ridotto a una puttana obbediente, con il corpetto che gli stringeva il petto e le calze che gli sfregavano la pelle durante le sessioni. Me lo confessava nei sussurri rubati in pausa pranzo: 'Mi fa sentire vivo, quel bruciore dentro, quel senso di sottomissione totale'. Io, invece, ero solo un po' puttana, quel tanto che bastava per sopravvivere. Niente di più. Con le donne non ho mai avuto molto successo, ero goffo, impacciato, finivo sempre per prendere quelle che venivano scaricate dagli altri, le rimasugli di cuori spezzati. Ma la figa... ah, la figa ha un fascino meraviglioso, a cui difficilmente resisto. È calda, bagnata, accogliente, un invito a perdersi. Il cazzo è un'altra cosa, un dovere, un mezzo per arrivare a fine mese, ma la figa mi fa impazzire, mi fa diventare animale.
Alla fine, riuscii a ottenere il trasferimento senza ulteriori favori. Franco, forse stanco di me o distratto da Salvatore, firmò i documenti. Partii per un'altra città, lasciando il mio amico indietro. Salvatore rimase intrappolato, diventando la 'puttana' ufficiale del capo. Lo costringeva a indossare abiti provocanti: gonne corte che gli scoprivano le cosce, reggiseni di pizzo sotto la camicia da lavoro, mutande minuscole che gli segnavano il pacco. Lo usava come un oggetto, scopandolo nel bagno della fabbrica o nel suo appartamento, e Salvatore obbediva, il corpo che tremava di un misto di paura e godimento represso.
Una volta, durante una 'festa' privata, le cose degenerarono. Franco invitò due suoi amici, tipi rozzi sui quaranta, bevitori incalliti. Salvatore fu costretto a servire da intrattenimento. Lo fecero spogliare in soggiorno, legato mani e piedi a una sedia, il cazzo mezzo eretto per l'umiliazione. 'Mostra cosa sai fare, troia', ringhiò Franco, spingendogli il suo membro in bocca mentre gli amici lo palpavano. Uno gli leccò il culo, la lingua che sondava il buco dilatato da tanti abusi, mentre l'altro gli strizzava i capezzoli. Poi lo presero in tre: Franco lo inculò per primo, spingendo forte fino a fargli lacrimare gli occhi, il suo asto spesso che entrava e usciva con schiocchi umidi. Salvatore gemeva, il corpo che si contorceva, ma non protestava – anzi, il suo cazzo gocciolava pre-sborra sul pavimento. Gli amici lo seguirono, uno dopo l'altro, riempiendogli il culo di sborra calda, mentre Franco gli sbatteva il viso contro il suo inguine, facendogli ingoiare ogni goccia. Lo umiliarono in ogni modo: lo fecero pisciare in un bicchiere e berlo, lo schiaffeggiarono il culo fino a lasciargli segni rossi, lo costrinsero a leccare i loro cazzi puliti dopo l'uso. Salvatore finì esausto, coperto di fluidi, ma con un'espressione di estasi nascosta, come se quel degrado lo completasse.
Io, lontano, provavo rimpianto per averlo lasciato lì. Quelle esperienze ci avevano segnati per sempre, traumi che si mescolavano a desideri distorti. Desideravo tornare, salvarlo da quell'inferno, strapparlo dalle grinfie di Franco e riportarlo a casa. Ma era solo un sogno, un'illusione nata dalla colpa. Il rimpianto mi consumava, notti insonni in cui rivivevo i suoi gemiti, il suo culo che si apriva per me e per il capo. Chissà se era felice, in quel suo ruolo da schiavo.
La mia vita, però, continuò con i suoi vizi. Tra un ricordo e l'altro, mi capitò questa collega. Si chiamava Rosa, una nana perché di bassa statura, poco più di un metro, con un corpo compatto e forme che sembravano scolpite per il peccato. Aveva sui 35 anni, capelli neri corti e un'aria diffidente che la rendeva ancora più intrigante. Lavorava nell'ufficio contabilità, sempre con la testa bassa sui fogli, ma i suoi occhi castani mi trafiggevano quando incrociavamo lo sguardo. Giovanni, il mio amico imbranato del reparto vendite, me la indicò un giorno durante la pausa caffè. 'Ehi, se fai i pompini a quel vecchio porco, puoi scopare anche lei', mi disse ridendo, con quel ghigno da scommessa. 'Scommetto che ti scarica subito perché si accorge che sei frocione. Facciamo una cena: se ce la fai, offro io; se fallisci, paghi tu e mi racconti i dettagli'. Accettai, più per curiosità che per altro. Rosa non era il tipo da cedere facile, e io ero quasi un metro e novanta, un gigante accanto a lei, che sembrava una bambola vivente.
La prima sera non me la diede. L'avevo invitata a un drink dopo l'ufficio, in un bar affollato vicino alla succursale. Parlammo di lavoro, di Italia, di come ci sentivamo spaesati lontani da casa. Lei sorrideva poco, le mani piccole strette intorno al bicchiere, diffidente come un gatto randagio. 'Non sono una che si butta al primo', mi disse, e se ne andò con un bacio sulla guancia che mi lasciò il cazzo semi-eretto nei pantaloni. Ma non mi arresi. Passarono settimane di chiacchiere rubate, di sguardi complici nei corridoi. Fu difficile, per via della sua diffidenza: aveva storie alle spalle, uomini che l'avevano usata per curiosità, ridendole dietro per la sua altezza. 'Non voglio essere un trofeo', mi confidò una volta.
Poi arrivò quella sera di ritorno dalla discoteca. Eravamo usciti con il gruppo, luci stroboscopiche e musica che pompava nelle vene. Rosa ballava con grazia, il suo corpo minuscolo che si muoveva ipnotico tra la folla. Io la guardavo, il sudore che mi colava lungo la schiena, il cazzo che pulsava nei jeans stretti. A fine serata, mentre gli altri si disperdevano, mi invitò a casa sua. 'Vieni a dormire da me, è tardi e abito vicino', disse, la voce un po' tremante. Era sola, il marito l'aveva lasciata mesi prima per una più 'normale', e la casa era un nido accogliente, con tende rosse e un divano morbido.
Appena entrati, l'aria si caricò di tensione. Il mio cazzo porco non vedeva l'ora di devastare la sua figa, di aprirla come un frutto maturo. La aiutai a togliersi il cappotto, e lei rimase in gonna e camicetta, il respiro accelerato. Ci sedemmo sul letto, parlammo un po', ma le mani iniziarono a vagare. La spogliai piano, baciandole il collo, le spalle. Quando rimase in mutande, il mio cazzo divenne duro come mai prima, un legno rigido che premeva contro la zip. Lei era bellissima: figa rasata, liscia come seta, pelle morbida e femmina in ogni curva. Iniziai a baciarla, scendendo lungo il ventre, e tolte le mutandine, mi immersi tra le sue gambe. Leccai il suo culo stretto, la lingua che sfiorava il buchetto roseo, facendola gemere. Si incularla mi sarebbe proprio piaciuto, immaginarla squittire sotto di me mentre le spingevo dentro, dilatandola con il mio membro spesso. Ma lei si irrigidì. 'No, il culo no', disse, la voce ferma ma eccitata. 'Ti posso dare la figa, ma non era mia intenzione... è che mi hai fatto venire voglia'. Era tutta bagnata, i succhi che le colavano lungo le cosce piccole, il clitoride gonfio che pulsava sotto la mia lingua.
Non insistetti. Mi misi a pancia in aria sul letto, il cazzo eretto che puntava al soffitto, venoso e pronto. Lei mi cavalcò, le sue cosce come la mia mano, così minute che potevo quasi stringerle con un palmo. Si abbassò piano, la figa che inghiottiva la cappella, poi di più, centimetro dopo centimetro, fino a sedersi in fondo con un sospiro. Perdeva umori dalla figa, liquidi caldi che mi bagnavano le palle, mentre si muoveva su e giù, i fianchi che roteavano con una ferocia inaspettata. 'Cazzo, sei enorme', gemette, le unghie che mi graffiavano il petto. Io le afferrai i glutei, spingendola più a fondo, sentendo le pareti strette contrarsi intorno al mio asto. Poi, per provocarla, le infilai due dita nel culo, piano all'inizio, poi più forte, ruotandole dentro quel buco vergine. Lei urlò, il corpo che tremava, e venne forte, la figa che si contraeva in spasmi, schizzando umori sul mio ventre.
Non si fermò lì. Scivolò giù, le labbra piccole che si aprivano intorno al mio cazzo bagnato di lei. Mi ciucciò con avidità, la bocca calda che lo succhiava fino in gola, la lingua che vorticava sulla cappella. Io non ressi: le afferrai i capelli, spingendole la testa giù, e le sborrai in bocca, fiotti caldi di sperma che le riempirono la gola. Lei ingoiò tutto, tossendo un po', ma con un sorriso soddisfatto. 'Non sei frocione', mi disse dopo, accoccolata contro il mio petto. 'Sei solo un porco come me'.
Giovanni perse la scommessa, e quella cena la offrii io, ma con Rosa al mio fianco. Fu l'inizio di qualcosa di selvaggio, notti in cui la devastavo, la figa che mi accoglieva ogni volta con più fame. Ma Salvatore... lui restava nei miei pensieri, schiavizzato e felice nel suo inferno. Chissà se un giorno lo tirerò fuori, o se lo lascerò lì, a godere del suo ruolo da troia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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