Lui & Lei
Molto sesso e poco stress
Kimboy74
06.03.2026 |
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"Lo tirò verso il divano, spingendolo a sedere, poi si inginocchiò tra le sue gambe, slacciandogli i pantaloni e tirando fuori il cazzo eretto – familiare, medio, con la cappella arrossata..."
Il Confine tra Esaurimento e EstasiIl confine tra l’esaurimento nervoso e l’estasi era, per Luana, sottile come una pagina di un manuale di Diritto Privato. La sessione invernale era un mostro che le divorava il sonno, e l’unico modo per spegnere il ronzio ossessivo del cervello era accendere il corpo. Il sesso non era più solo piacere; era una medicina, una scarica di endorfine necessaria a non andare in pezzi. A ventiquattro anni, studentessa di giurisprudenza all’università di Cagliari, Luana aveva un corpo snello ma formoso, con seni pieni che tendevano le magliette e fianchi che ondeggiavano quando camminava, attirando sguardi che lei usava come carburante per scaricare la tensione.
Marco, il suo ragazzo da due anni, era dolce, fin troppo. Ventisei anni, impiegato in un ufficio, con un fisico atletico ma non imponente, la sua passione era rassicurante, lenta, prevedibile. Faceva l’amore con baci gentili e carezze metodiche, penetrandola con affondi regolari che la portavano all’orgasmo ma senza quel brivido selvaggio che lei bramava ora. A Luana serviva di più. Serviva l’urgenza, il brivido del proibito, l’energia bruta di chi non deve amarti, ma solo consumarti.
L’Ombra del Sospetto
Il primo scricchiolio nella fiducia di Marco avvenne un martedì sera di gennaio, con il vento freddo che ululava fuori dal cinema multisala in periferia. Avevano deciso di staccare dai libri con un film poliziesco lungo e dai toni cupi, un thriller che prometteva suspense per distrarli dagli esami imminenti. La sala era semivuota, l’aria impregnata dell’odore di popcorn stantio e del riscaldamento difettoso che rendeva tutto umido e appiccicoso.
Marco, sfinito dal lavoro, era crollato dopo venti minuti, il respiro pesante che segnava il ritmo del suo sonno profondo nel buio della sala. La testa gli era scivolata sulla spalla di Luana, ignaro del mondo intorno. Lei, invece, era elettrica. Sentiva la pelle bruciare sotto la gonna nera attillata e la camicetta bianca sbottonata quel tanto da mostrare il bordo del reggiseno di pizzo. Lo stress dell’esame di Procedura Penale le pulsava nelle tempie, e il suo corpo reclamava sollievo.
Si voltò verso la fila dietro, dove sedeva un uomo sulla cinquantina, distinto, con le spalle larghe sotto il cappotto scuro e lo sguardo fisso sullo schermo. Capelli brizzolati, mani forti posate sulle ginocchia, emanava un’aura di autorità repressa. I loro occhi si incrociarono nel riflesso delle luci tremolanti del film – un bagliore bluastro che illuminava i volti. Senza dire una parola, Luana sentì un calore familiare tra le cosce. Si alzò piano, le gambe che sfregavano l’una contro l’altra per il formicolio crescente, e scivolò con agilità oltre lo schienale, sedendosi accanto a lui.
L’uomo non si mosse, ma i suoi occhi saettarono verso di lei, un sorriso obliquo che le fece accelerare il cuore. “Nervosa per il film?” sussurrò lui, la voce profonda e rauca, mentre la mano destra sfiorava casualmente il ginocchio di Luana sotto la gonna. Lei non ritrasse la gamba; al contrario, la aprì leggermente, lasciando che le dita di lui salissero piano lungo la coscia nuda.
“Non per il film,” rispose lei, la voce un bisbiglio tremante, mentre il suo sguardo tornava allo schermo per un istante, controllando che Marco dormisse ancora. L’uomo annuì, le dita che raggiungevano l’orlo delle mutandine di cotone umide. Luana trattenne il fiato quando lui premette il pollice contro il clitoride attraverso il tessuto, sfregando in cerchi lenti che le fecero inarcare la schiena contro il sedile. La sala era buia, i suoni del film – spari e dialoghi ovattati – coprivano i suoi respiri affannati.
Con un gesto rapido, l’uomo slacciò la zip dei pantaloni, tirando fuori il cazzo semi-eretto: spesso, venoso, con la cappella già lucida di pre-cum. Luana lo afferrò senza esitare, la mano che lo avvolgeva e pompava con movimenti fermi, sentendolo indurirsi completamente nella sua presa. Lui grugnì piano, spingendo i fianchi in avanti, mentre le sue dita scivolavano sotto le mutandine di lei, penetrando la figa bagnata con due dita curve che sfregavano il punto G con precisione esperta.
Luana mordicchiò il labbro per non gemere, il corpo che tremava mentre lui la masturbava senza pietà, il pollice sul clitoride e le dita che entravano e uscivano con schiocchi umidi soffocati dal rumore del film. Lei accelerò la sega sul suo cazzo, il palmo che sfregava la cappella sensibile, sentendo le vene pulsare. L’uomo venne per primo, un fiotto caldo di sborra che schizzò sulla mano di Luana e gocciolò sul pavimento della sala. Quel calore la spinse oltre: la figa si contrasse intorno alle dita di lui, un orgasmo rapido e intenso che le bagnò la coscia, lasciandola ansimante e svuotata.
Si pulirono in fretta con fazzoletti dalla borsa di lei, un silenzio complice interrotto solo dal russare di Marco. Luana tornò al suo posto un istante dopo, sistemandosi la gonna con un gesto troppo rapido per essere naturale, il cuore che martellava e l’odore di sesso che aleggiava ancora sulle sue dita.
Quando Marco si risvegliò di soprassalto per un’esplosione sonora del film, allungò la mano verso il sedile di Luana. Era calda, ma lei era lì. “Dove eri?” borbottò lui, strofinandosi gli occhi.
“Ero andata a chiedergli se avesse un fazzoletto, mi colava il naso,” mentì lei, con gli occhi ancora lucidi di un’adrenalina che Marco non riusciva a interpretare. Lui annuì distrattamente, riprendendo a sonnecchiare, ma un seme di dubbio si era piantato.
La Resa dei Conti
Qualche giorno dopo, la tensione nell’appartamento di Luana – un monolocale disordinato vicino al campus, con pile di libri sul tavolo e poster di diritti civili alle pareti – era palpabile. Era venerdì sera, l’esame del mattino seguente le faceva tremare le mani mentre sfogliava appunti sottolineati. L’aria era densa di caffè freddo e ansia, il riscaldamento che ronzava inutilmente contro il gelo invernale.
Marco era arrivato a sorpresa, portando la cena da un takeaway cinese, i sacchetti che profumavano di soia e spezie. Ma l’aveva trovata in corridoio, con le guance arrossate e il respiro corto, la felpa oversize che nascondeva a malapena i capezzoli eretti sotto la maglietta sottile. “Luana, che succede? Sei nervosa per l’esame o per quello che mi nascondi?” chiese lui, posando i sacchetti sul tavolo con un tonfo, gli occhi fissi nei suoi.
Lei lo guardò, e in quel momento la diga crollò. Non era vergogna, era fame. La stress l’aveva consumata, e il ricordo dell’uomo al cinema – il suo cazzo pulsante nella mano, le dita che la riempivano – le aveva acceso un fuoco che Marco non poteva spegnere da solo. “Ho bisogno di scaricare, Marco. O esplodo o mi rompo,” confessò, la voce rotta ma decisa.
Lo spinse contro la porta d’ingresso, le mani che cercavano disperatamente il contatto, slacciando la sua cintura con dita tremanti. Lo baciò con una foga quasi violenta, la lingua che invadeva la bocca di lui, mordicchiandogli il labbro inferiore mentre premeva il corpo contro il suo, sentendo l’erezione crescente nei pantaloni. Marco ricambiò, sorpreso ma eccitato, le mani che afferravano i fianchi di lei, tirandola più vicina.
Ma mentre lo baciava, il telefono di Luana, abbandonato sul divano, vibrò. Lo schermo si illuminò nella penombra della stanza, e Marco, con un movimento istintivo, si staccò per guardarlo. Un messaggio apparve: “Il parcheggio dietro la biblioteca è buio. Ti aspetto tra dieci minuti per il secondo round? Il mio cazzo è già duro pensando alla tua figa stretta.”
Marco lo lesse, il sangue che gli gelava nelle vene. Il silenzio che seguì fu più pesante di qualsiasi libro di testo. “Era lui? Quello del cinema?” chiese, la voce tremante tra la rabbia e una strana, perversa curiosità che gli faceva pulsare il cazzo nei pantaloni, tradendolo.
Luana non negò. Si appoggiò alla parete del corridoio, sfilandosi lentamente la maglietta, rivelando la pelle nuda e vibrante, i seni liberi che rimbalzavano leggermente, i capezzoli rosa e duri per l’aria fresca. “Lui non conta nulla, Marco. È solo... rumore bianco. Mi serve per studiare, per respirare. Mi scopa forte, mi fa venire in fretta, e poi sparisce. Ma se vuoi restare, se vuoi vedere come la tua ragazza sopravvive a questa pressione... non andartene.”
Il confine tra il tradimento e una nuova, oscura complicità si fece labile. Marco sentì la rabbia mescolarsi a un desiderio malato, l’immagine di Luana con quell’uomo che gli torceva lo stomaco ma gli induriva il cazzo. “Mostrami,” disse lui, la voce bassa e incrinata, avanzando verso di lei. “Fammi vedere cosa ti serve.”
Luana annuì, gli occhi accesi di sollievo e lussuria. Lo tirò verso il divano, spingendolo a sedere, poi si inginocchiò tra le sue gambe, slacciandogli i pantaloni e tirando fuori il cazzo eretto – familiare, medio, con la cappella arrossata. Lo leccò dalla base alla punta, la lingua che girava intorno alla cappella prima di ingoiarlo tutto, succhiando con avidità mentre le mani gli massaggiavano le palle. Marco gemette, afferrandole i capelli, spingendo i fianchi in avanti per fotterle la bocca.
Ma Luana voleva di più. Si alzò, togliendosi la gonna e le mutandine, rivelando la figa rasata e già bagnata, le labbra gonfie di eccitazione. “Scopami come lui non può,” ordinò, montandogli sopra, guidando il cazzo dentro di sé con un affondo fluido. La figa era calda, stretta, che lo avvolgeva mentre lei cavalcava con ritmo furioso, i seni che rimbalzavano, le mani di Marco che li strizzavano, pizzicando i capezzoli.
“Più forte,” ansimò lei, e Marco obbedì, ribaltandola sul divano, le gambe di Luana spalancate mentre lui la penetrava con colpi potenti, il bacino che sbatteva contro il suo, il suono bagnato della figa che lo ingoiava echeggiando nella stanza. Prese un preservativo dal cassetto del tavolino – un’abitudine che condividevano – e lo srotolò sul cazzo prima di continuare, poi versò un po’ di lubrificante dalla boccetta lì vicino sull’asta e sull’ingresso di lei, rendendo gli affondi scivolosi e profondi.
Luana venne per prima, la figa che pulsava intorno a lui, un urlo represso che le sfuggì mentre il corpo tremava, gli umori che bagnavano il divano. Marco la seguì subito dopo, affondando fino in fondo e venendo nel preservativo, fiotti caldi che lo svuotavano mentre crollava su di lei, ansimante.
Rimasero così, sudati e uniti, il telefono che vibrava di nuovo ignorato. “Non finisce qui,” sussurrò Luana, tracciando linee sul petto di Marco con un’unghia. “Ma ora sei parte del mio segreto. Aiutami a scaricare, e ti mostrerò tutto.”
Marco annuì, il conflitto tra gelosia e eccitazione che lo legava a lei più di prima. Lo stress di Luana non era finito, e con esso, i loro desideri proibiti si intrecciavano in un ciclo di tradimento e passione, dove il confine tra dolore e piacere si assottigliava ogni notte.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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