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Il racconto di una ragazza


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
21.03.2026    |    1.476    |    2 9.2
"Lei afferrò i miei capelli, tirando forte, mentre i suoi fianchi si alzavano per incontrarmi..."
Entrai in quella casa nei Balcani con il fucile imbracciato, il cuore che batteva piano come un motore inceppato. L'aria era densa di muffa, un odore che ti si appiccicava alla gola come catarro vecchio, e il pavimento di cemento era gelido sotto gli stivali, trasudando umidità che ti faceva sentire i piedi intorpiditi anche attraverso i calzini spessi. La povertà aveva rosicchiato tutto lì dentro: pareti scrostate con macchie nere di umidità che sembravano ferite infette, un tavolo scheggiato al centro della stanza principale, e due fratelli – non più di vent'anni, magri come cani randagi – seduti su una panca che cigolava. Sopravvivevano vendendo l'unica cosa che restava loro: i loro corpi. Lo capii dal modo in cui mi guardavano, occhi vuoti e calcolatori, pronti a offrire un pompino o una sveltina contro il muro per un pacchetto di sigarette o una scatoletta di razioni. Non c'era dignità, solo carne da barattare in quel buco di mondo devastato dalla guerra.

La sergente francese, Marie, era al mio fianco, il suo respiro regolare che rompeva a malapena il silenzio. Non parlavamo. Non potevamo. Quel peso insopportabile tra noi era fatto di troppe cose non dette: la stanchezza delle perlustrazioni infinite, il disgusto per quello che vedevamo, la paura che ci rodeva le budella come un parassita. Perquisimmo la casa con movimenti meccanici – aprii cassetti vuoti che puzzavano di polvere e disperazione, lei controllò sotto il letto sfatto dove lenzuola logore coprivano chissà quali incubi. I fratelli non si mossero, solo uno tossì, un suono rauco che echeggiò nel freddo. Trovammo niente, come al solito. Solo miseria.

Tornati alla base, il sole calava dietro le colline squarciate dalle granate, tingendo tutto di un arancione sporco. Ci sedemmo su una cassa di munizioni fuori dalla baracca, le uniformi appiccicose di sudore e terra. 'Cosa ci facciamo qui?' dissi alla fine, la voce bassa, come se le parole potessero tradirci. Marie mi guardò, i suoi occhi castani segnati da occhiaie profonde. 'Esattamente quello che mi chiedo ogni notte,' rispose con quell'accento francese che rendeva tutto più tagliente. 'Salvare il mondo? O solo sparare a chi ci somiglia troppo?'

Parlammo per ore, o forse minuti – il tempo si confondeva in quel posto. Le raccontai della mia vita programmata, come un orologio svizzero: il fidanzato ufficiale ad aspettarmi a casa, con i suoi messaggi puntuali, le cene prenotate, il futuro mappato su un planner. 'È tutto così... ordinato,' dissi, ma suonava falso persino a me. Lei rise piano, amara. 'Io? Solitudine pura. Nessun fidanzato, nessun piano. Solo questo,' e indicò il compound recintato, le torri di guardia che scrutavano l'oscurità. Il contrasto era lampante: la mia esistenza scatolata contro la sua vuota, ma in fondo eravamo uguali, intrappolate in questa follia.

Più tardi, nel parco della base – un fazzoletino di erba spelacchiata tra i container e le recinzioni – ci ritrovammo da sole. La notte era scesa, carica di un silenzio rotto solo dal ronzio dei generatori. Ci sedemmo su una panchina di legno grezzo, le spalle che si sfioravano. Non so chi iniziò per prima, ma le nostre mani si intrecciarono, dita che si aggrappavano come un'ancora in mezzo alla tempesta. Era l'unica salvezza, quel contatto caldo contro il freddo della guerra. I palmi sudati, le unghie che graffiavano piano la pelle, segni di vita contro l'abisso.

Da lì, fu inevitabile. Ci alzammo e ci dirigemmo verso il suo alloggio, un cubicolo angusto con un letto a castello e lenzuola che sapevano di detersivo militare. Ci spogliammo con urgenza, uniformi che cadevano sul pavimento come pelli morte. La sua pelle era pallida, segnata da vecchie cicatrici, i seni piccoli e sodi che si alzavano al ritmo del respiro accelerato. Mi attirò a sé, le nostre bocche che si univano in un bacio vorace, lingue che si inseguivano come se potessero cancellare il mondo fuori.

Non era solo attrazione; era ribellione. Contro la guerra che ci aveva rubato l'umanità, contro gli ordini e le missioni senza senso. Ci sdraiammo sul materasso sottile, i corpi che si premevano uno contro l'altro. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi, stringendo la carne morbida, mentre lei mi apriva le gambe con le ginocchia. 'Fottiamoli tutti,' mormorò contro il mio collo, e io annuii, il cuore che martellava. Le sue dita trovarono la mia figa, bagnata e calda, sfregando il clitoride con cerchi lenti che mi fecero inarcare la schiena. Gemetti, un suono crudo che riempì la stanza, mentre lei spingeva due dita dentro di me, scopandomi piano, il pollice che premeva sul mio punto sensibile.

Mi girai, spingendola supina, e le baciai il ventre, scendendo fino alla sua passera rasata, i peli pubici tagliati corti per praticità militare. La leccai avidamente, la lingua che affondava tra le labbra gonfie, assaporando il suo sapore salato e muschiato. Lei afferrò i miei capelli, tirando forte, mentre i suoi fianchi si alzavano per incontrarmi. 'Più forte,' ansimò, e io obbedii, succhiando il clitoride fino a farla tremare. Poi, ci unimmo davvero: presi il suo strapon dalla borsa – un oggetto proibito, nascosto come un segreto – e lo allacciai, il silicone spesso che mi riempiva mentre lo guidavo dentro di lei.

La scopai con spinte decise, il letto che cigolava sotto di noi, i nostri corpi sudati che sbattevano uno contro l'altro. Lei gridò, unghie che graffiavano la mia schiena, lasciando segni rossi che bruciavano deliziosamente. Era un ritorno alla normalità umana, un atto furioso contro il caos: venire insieme, i muscoli che si contraevano, il suo orgasmo che mi travolse mentre il mio la inondava di calore. Collassammo, ansimanti, le mani ancora intrecciate. Per un momento, la guerra non esisteva. Solo noi, nude e vive.
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