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bdsm

Amina


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
02.03.2026    |    1.122    |    1 5.0
"Dopo minuti che sembravano ore, mi tirò su e mi piegò sul letto, spalancandomi le chiappe..."
Avevo lavorato in quell'azienda per oltre quindici anni, un posto noioso ma stabile, dove le gerarchie erano rigide e le promozioni arrivavano solo con i gomiti affilati. Ero sposato, con una vita tranquilla: casa, mutuo, moglie che ogni tanto si lamentava della routine. Tra le colleghe che si erano susseguite nel mio team, ce n'era stata qualcuna di attraente, ma nessuna aveva mai lasciato un segno. Poi arrivò lei: Amina, una tunisina di ventotto anni, con curve che facevano girare la testa e un sorriso che prometteva guai. Pelle olivastra, capelli neri come la notte, occhi scuri che ti inchiodavano. Doveva essere assunta come assistente nel mio reparto, e toccava a me decidere. L'intervista fu formale all'inizio, ma lei si chinò in avanti, lasciando intravedere il décolleté profondo, e mi disse con voce bassa: 'Farò di tutto per convincerla, signor Marco.'

Non so se fu la sua audacia o il modo in cui mi sfiorò la gamba sotto il tavolo, ma accettai di rivederla nel mio ufficio dopo l'orario. Arrivò con una gonna stretta che le fasciava il culo tondo, e senza dire una parola si inginocchiò tra le mie gambe. 'Lasci che le mostri quanto sono grata,' mormorò, slacciandomi la cintura. Il suo pompino fu un capolavoro: labbra morbide che avvolgevano il mio cazzo, lingua che roteava intorno alla cappella, succhiando con una fame che mi fece gemere. Mi prese fino in gola, gli occhi fissi nei miei, e quando venni, ingoiò tutto senza perdere una goccia. 'Assumimi, e ti darò di più,' disse pulendosi la bocca. Come uno stupido, la assunsi il giorno dopo. Quel pompino lo ricordo ancora: caldo, bagnato, perfetto.

Amina non perse tempo. Entrò in azienda come un uragano, flirtando con tutti, ma puntando dritto ai capi. La sua ascesa fu rapida e scandalosa. Si diceva che avesse una bocca capace di resuscitare i morti, e non era un'esagerazione. Il direttore generale, un vecchio di settant'anni di nome Rossi, con la pancia cadente e i capelli radi, cadde per primo. Lo sentivamo ansimare dal suo ufficio: grugniti rauchi, il tavolo che sbatteva contro il muro, e lei che rideva piano tra un risucchio e l'altro. 'Sì, direttore, le piace la mia lingua?' lo provocava, e lui rispondeva con gemiti animaleschi. Qualche settimana dopo, l'ennesima promozione: Amina divenne coordinatrice del settore, saltando tre livelli. Io la guardavo salire, sentendomi un idiota per averla fatta entrare.

Presto divenne il mio capo diretto. Sul lavoro, mi umiliava senza pietà: 'Marco, sei lento come tua moglie a letto,' mi diceva davanti ai colleghi, facendoli ridere. Mi caricava di compiti inutili, mi correggeva ogni report con un ghigno. Ma non era finita. Una sera, dopo una riunione, mi fermò in corridoio: 'Hai un debito con me, ricordi? Quel cazzetto infelice che ho succhiato. Vieni alla mia festa domani sera, a casa mia. Non puoi dire di no.' Capii subito che non sarebbe stato facile. Il suo sguardo era predatorio, e il mio cazzo traditore si indurì al ricordo.

Arrivai a casa sua, un appartamento lussuoso comprato con le sue 'promozioni', con musica alta e luci basse. C'erano pochi invitati, ma Amina mi portò in una stanza sul retro, dove mi aspettava Samir, il suo amico nero, un colosso di muscoli con la pelle ebano e un sorriso crudele. 'Spogliati,' ordinò lei, e prima che potessi reagire, mi legò le mani dietro la schiena con una corda, spingendomi in ginocchio. 'Inizia con lui. Mi devi un favore.' Samir tirò fuori il suo cazzo: enorme, spesso, venoso, già duro e puntato verso la mia faccia. 'Apri la bocca, frocio,' ringhiò, afferrandomi i capelli.

Lo spompinai come potevo, la gola che si contraeva intorno a quella verga nera, salata e pulsante. Amina mi frustava il culo con una cintura, ogni colpo che bruciava la pelle. 'Più profondo, puttana! Succhia come ho succhiato io il tuo patetico cazzo!' gridava, e io obbedivo, le lacrime agli occhi mentre Samir mi scopava la bocca, le palle che sbattevano sul mento. 'Bravissimo, bianco del cazzo,' grugniva lui, spingendo fino a farmi soffocare. Dopo minuti che sembravano ore, mi tirò su e mi piegò sul letto, spalancandomi le chiappe. Amina spalmò vasellina sul mio culo, ridendo: 'Rilassati, frocio. Samir ti aprirà per bene.'

L'affondo fu brutale: la cappella enorme che forzava l'ano, dilatandomi fino al limite. Urlai, il dolore che mi squarciava, ma lui spinse dentro senza pietà, centimetro dopo centimetro, fino a riempirmi le budella. 'Cazzo, è stretto,' ansimò Samir, afferrandomi i fianchi e iniziando a pompare. Ogni spinta era un martello, il suo cazzo che mi sfregava la prostata, mescolando dolore e un piacere proibito. Amina mi frustava ancora, le cinghiate che lasciavano strisce rosse. 'Pagala, frocio! Pagala per averti assunto!' ripeteva, e io gemevo, il corpo che tradiva la mente.

Il rito finì con Samir che accelerava, le spinte violente che mi facevano sobbalzare. 'Prendila tutta!' ruggì, e mi riempì il culo di sborra calda, getti potenti che mi inondavano dentro, colando fuori dalle labbra dilatate. Pensavo fosse finita, ma Amina aprì la porta e gridò giù per le scale: 'Ehi, voi due! Salite, c'è un regalo per voi!' Erano due vu cumprà, venditori ambulanti che bazzicavano la strada: immigrati magrebini, sporchi e affamati, con cazzi già duri per l'eccitazione. 'Offro il suo corpo,' disse lei, slegandomi solo per legarmi di nuovo a quattro zampe. 'Usatelo come volete.'

Il primo, un tipo magro con la barba incolta, mi afferrò la testa e mi ficcò il cazzo in bocca, puzzolente di sudore e strada. Lo succhiai, la gola piena, mentre il secondo, più robusto, mi montava da dietro, spingendo il suo palo nel culo già lubrificato dalla sborra di Samir. Pompava forte, le mani che mi schiaffeggiavano le natiche. 'Cazzo, che buco largo!' grugnì, e io mi contorcevo, il piacere che montava nonostante l'umiliazione. Con il secondo vu compra – che mi prese per ultimo, dopo che il primo mi aveva sborrato in gola, un fiotto amaro che ingoiai tossendo – ebbi un orgasmo mostruoso. Mi spinse dentro con rabbia, il cazzo che mi sfondava, e io venni senza toccarmi, schizzando sul pavimento mentre lui mi riempiva il culo di altra sborra densa. Uno mi aveva già eiaculato in bocca, l'altro nel culo, e per finire mi pisciarono addosso: getti caldi e umilianti che mi bagnavano il viso, il petto, il cazzo flaccido.

Amina rise per tutto il tempo, filmando con il telefono. 'Ora sei mio, frocio. Torna al lavoro e comportati bene.' In ufficio, continua a trattarmi male: mi fa inginocchiare sotto la scrivania per leccarle la figa durante le pause, mi chiama 'servo' davanti agli altri. Ma la sera, esco dal lavoro e vado dai miei amichetti vu compra – due negretti niente male che ho conosciuto quella notte, con cazzi grossi e voglia infinita. Mi portano in un vicolo o nel loro tugurio, mi inculano a turno, mi fanno ingoiare la loro sborra, e io godo come un maiale, il culo che brucia e pulsa.

Poi torno a casa e mi scopo mia moglie, Anna, con foga rinnovata. Lei geme sotto di me, le tette che rimbalzano mentre la penetro, ma penso che mi tradisca. L'altra sera l'ho baciata dopo cena, e ho sentito quel sapore che ora conosco bene: salato, appiccicoso, il retrogusto della sborra. Qualcuno l'ha riempita prima di me, e invece di arrabbiarmi, il mio cazzo si è indurito di più. La scopo pensando ai vu compra, a Samir, a Amina che mi comanda. La vita è un casino, ma ora so cosa voglio: più umiliazione, più cazzi, più sborra. E Amina? Lei sale ancora, e io scendo, ma nel mio buco oscuro, è paradiso.
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