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Prime Esperienze

La partita del c...


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
23.02.2026    |    2.004    |    3 9.7
"' Non capimmo più niente dopo i primi tiri: la testa leggera, il corpo che formicolava, risate stupide che ci sfuggivano dalle labbra..."
Ero un ragazzino di undici anni, cresciuto in un quartiere popolare di periferia, dove il calcio era l'unica cosa che contava davvero. Giocavamo in campi improvvisati, tra buche e pali fatti di vecchie scatole, sudati e felici, con la palla che rimbalzava sulle crepe dell'asfalto. Una volta, però, io e i miei amici decidemmo di avventurarci in una zona poco raccomandabile, un campetto sperduto dietro blocchi di palazzi fatiscenti, dove i nostri genitori non ci avrebbero mai voluto vedere. 'Dai, è solo una partitella,' dissi a Davide, il mio migliore amico, magro e con i capelli arruffati, mentre pedalavamo sulle bici scassate.

Arrivammo lì, il sole che picchiava forte, e ad un tratto si materializzò la squadra che era padrona del campo: la Koraa, la chiamavano, un gruppo di ragazzi più grandi, sui quindici o sedici anni, con corpi già formati, gambe pelose e muscoli tesi sotto le magliette sudate. Il capitano, un tipo alto con la mascella squadrata, ci squadrò con un ghigno. 'Sfida?' propose, e noi, stupidi e testardi, accettammo. Persero senza confronto: ci travolsero come un uragano, calciando forte per farci male, gomitate nascoste e tackle che ci lasciavano a terra con lividi. Solo io e Davide restammo illesi, forse perché eravamo i più piccoli e veloci, schivando i colpi come topi.

Mentre gli altri amici se ne andavano zoppicando, noi ci intrattenemmo a parlare con quattro di loro, i più amichevoli, o almeno così sembravano. Ci raccontarono storie di fantasmi in una casa abbandonata lì vicino, un rudere con finestre sbarrate e porte scricchiolanti. 'Venite a vedere,' dissero ridendo, e noi, curiosi come gattini, li seguimmo. Entrammo nel buio polveroso, l'aria stantia che puzzava di muffa e urina vecchia. Ad un tratto, uno di loro – un ragazzo con i capelli rasati e un sorriso obliquo – mi palpò il culetto liscio attraverso i pantaloncini, la mano grande che stringeva la carne morbida. Io mi bloccai, il cuore che batteva forte, non sapevo come reagire: era la prima volta che qualcuno mi toccava così, un misto di paura e un brivido strano nello stomaco.

Poi vidi Davide avere la stessa sorte: un altro lo afferrò per il sedere, palpandolo con insistenza. 'Che fai?' balbettò lui, arrossendo fino alle orecchie. 'È tutta la partita che ti guardo,' rispose il ragazzo, la voce bassa e rauca, mentre le sue dita scivolavano sotto l'elastico. Io, invece, mi ritrovai con tutti e due che mi accarezzavano: uno davanti, sfregando il palmo sul mio petto piatto, l'altro dietro, infilando la mano nei pantaloni per strizzarmi le chiappe. Mi tolsero la maglietta con movimenti rapidi, lasciandomi a torso nudo, la pelle d'oca per l'aria fresca. Le loro mani erano ovunque, e in un lampo di confusione, le mie dita tremanti si chiusero intorno ai loro cazzi duri, gonfi sotto i pantaloni. Li segai piano, sentendo la carne calda pulsare, il prepuzio che scivolava su e giù, mentre loro gemevano piano, spingendomi contro il muro scrostato.

Ad un tratto, una voce ci interruppe: 'Che fate qui fuori!' Era Tuono, un marocchino sui vent'anni che dormiva lì dentro, emerso da una stanza buia con gli occhi assonnati ma vigili. I quattro ragazzi scapparono di corsa, lasciandoci lì, nudi e impauriti: pantaloncini calati alle caviglie, cazzi semi-eretti che tremavano al freddo. Io e Davide ci coprimmo come potevamo, ma Tuono fu gentile, non ci urlò contro. 'Ve lo stavano mettendo in culo,' disse con un accento morbido, avvolgendoci in una coperta logora. 'Vi ho salvato, siete troppo piccoli per queste cose. Venite, sedetevi.'

Ci portò in un angolo con un materasso sporco e una vecchia TV collegata a un lettore DVD. 'Guardate questo, per farvi vedere cosa vi avrebbero fatto quei ragazzini,' mormorò, inserendo un porno: sullo schermo, corpi nudi si contorcevano, cazzi che entravano in culi stretti, gemiti e schiocchi di carne. Io e Davide fissavamo ipnotizzati, i nostri cuccioli che si indurivano di nuovo nonostante la paura. Poi arrivò un suo amico, un ragazzo di colore alto e magro, con la pelle scura e un sorriso largo. 'Al mio paese è normale fare sesso da piccoli,' disse tranquillo, offrendoci delle sigarette artigianali – joints fatti con erba forte, che profumavano dolce e terroso. 'Provatele, vi rilassa.'

Non capimmo più niente dopo i primi tiri: la testa leggera, il corpo che formicolava, risate stupide che ci sfuggivano dalle labbra. Il ragazzo di colore – lo chiamavamo Solo, anche se non era il suo nome vero – tirò fuori un tubetto di vasellina da una borsa. 'A pecora,' disse piano, e noi obbedimmo, inginocchiandoci sul materasso, culini in aria, le ginocchia che sfregavano il tessuto ruvido. Spalmò la crema fredda sui nostri buchi vergini, dita che ruotavano piano, dilatandoci con dolcezza. 'Rilassatevi, bimbi,' sussurrò Tuono accanto, accarezzandoci i capelli.

Solo si posizionò dietro di me per primo, il suo cazzo nero spesso e venoso che premeva contro il mio culo. Era grande, ma entrò piano, centimetro dopo centimetro, la vasellina che lubrificava ogni spinta. Gemetti, un dolore acuto che si scioglieva in un piacere caldo, il suo glande che sfregava dentro, colpendo punti che non sapevo esistessero. 'Bravi, così,' mormorò, afferrandomi i fianchi magri mentre pompava lento, il suo pacco peloso che sbatteva contro le mie chiappe lisce. Davide guardava, masturbandosi piano, poi fu il suo turno: Solo lo inculò con la stessa tenerezza, il cazzo che scivolava nel suo culo stretto, facendolo ansimare e inarcare la schiena.

Tuono ci guardava, il suo membro duro nei pantaloni, ma non ci toccò: era come un protettore. Solo alternava tra noi, scopandoci a turno, spinte dolci e ritmate, le palle che dondolavano contro la nostra pelle. Io venni per primo, sborra che schizzava sul materasso mentre lui mi riempiva, il suo cazzo che pulsava e scaricava fiotti caldi dentro di me, la vasellina mista al suo seme che colava fuori. Davide seguì, urlando piano mentre Solo lo inondava, il corpo che tremava.

Quel giorno fu bellissimo, un segreto avvolto nel fumo e nel sudore. Ci rivestimmo in silenzio, le sigarette che ancora ci giravano in testa. Io e Davide non ne parlammo più, ma ogni volta che ci vedevamo in campo, un'occhiata complici bastava a riaccendere quel calore nel culo.
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