orge
La rinascita al porto canale
Kimboy74
11.02.2026 |
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"Sofia urlava di piacere, "Sì, scopatemi, fate cornuto il mio uomo!" mentre loro la insultavano: "Puttana italiana, il tuo buco è nostro ora!"
Il porto era vasto, ma non..."
La Rinascita al Porto CanaleMarco e Sofia erano una coppia sarda di Cagliari, sposati da otto anni, con una vita tranquilla fatta di cene al Poetto, partite di calcio e serate a casa con un bicchiere di Cannonau. Lui, un tipo robusto sui quarant'anni, con una pancetta da birra che gli dava quell'aria da orso bonario, lavorava come meccanico in un'officina del centro. Lei, una mora formosa con tette generose e un culo tondo che faceva girare la testa, era cassiera in un supermercato. Felice, sì, ma la crisi era arrivata piano piano: sesso noioso, litigi stupidi, routine che soffocava la passione. Poi, una sera, Sofia aveva posato il bicchiere e aveva guardato Marco negli occhi: "Se mi ami davvero, portami al Porto Canale. Ho bisogno di questo. Ci saranno dei nigeriani lì, quelli che si dice girino di notte. Mi scoperanno a turno, e tu dovrai guardare. Solo così capirò se il nostro amore è vero."
Marco aveva annuito, il cuore che gli martellava nel petto. Non era gelosia quella che sentiva, ma un misto perverso di eccitazione e terrore. "Va bene, amore. Per te, tutto."
Il Porto Canale di Cagliari è un posto vasto e isolato, un labirinto di banchine deserte, container arrugginiti e acqua nera che lambisce i moli sotto la luna. Di notte, è territorio di disperati, puttane e immigrati senza tetto – un posto perfetto per i giochi estremi. Arrivarono con la Panda di Marco, parcheggiarono in un angolo buio. Sofia scese indossando un vestitino attillato nero, senza mutande, le tette che strabordavano dalla scollatura, i capezzoli già duri dall'eccitazione. Marco la seguì, sudando nonostante l'aria fresca, la sua pancetta che tremava sotto la maglietta logora.
Non dovettero aspettare a lungo. Dal buio emersero loro: dieci nigeriani, corpi neri e muscolosi, tatuaggi tribali e cazzi già gonfi nei pantaloni larghi. Alì, il capo, alto due metri con un sorriso da squalo, li squadrò. "Bella troia italiana. E tu, cornuto? Vuoi vedere mentre la sfondiamo?"
Sofia annuì, le cosce che si bagnavano. "Sì, scopatemi tutti. Lui guarda."
Ma il gioco si fece pesante fin da subito. Non si limitarono a guardare. Due di loro afferrarono Marco, lo trascinarono a un albero secco vicino al molo e lo legarono stretto con corde ruvide che gli segarono i polsi. "Fermo, maiale bianco!" ringhiò uno, un bestione di nome Kofi. Sofia rise nervosa, eccitata dal dominio.
Prima di toccarla, decisero di umiliarlo. Alì si slacciò i pantaloni e tirò fuori un cazzo enorme, spesso come un polso, venoso e nero come l'ebano. "Se sei venuto qui e hai accettato che tua moglie sia scopata da dieci cazzi nigeriani, sei una merda, cornuto. Sappi che ho deciso: sarai il nostro cesso. Ti pisceremo in faccia tutti prima di scopare la tua troia."
Uno dopo l'altro, si piazzarono davanti a Marco. Alì fu il primo: puntò il cazzo sul suo viso paonazzo e lasciò andare un getto caldo, salato, che gli colò dalla fronte agli occhi, in bocca, inzuppandogli la barba. "Bevi, puttana!" Marco tossì, sputò, ma il suo cazzo traditore si indurì nei pantaloni. Kofi seguì, pisciandogli dritto in bocca, forzandogli la mascella aperta. "Apri, birra italiana!" Uno a uno, i dieci lo innaffiarono: piscio acre, forte di birra e fumo, che gli ruscellava sul pancione, sui jeans, trasformandolo in un lago puzzolente. Sofia guardava, masturbandosi piano, le dita affondate nella figa rasata che colava.
"Alì e suo cugino sono gay," annunciò ridendo un altro, un tipo magro di nome Jamal. "Useranno il tuo culone per svuotare le palle, cornuto." Alì annuì, eccitato. Girarono Marco contro l'albero, gli calarono i pantaloni scoprendo il suo culo pallido e flaccido. Alì sputò sulla cappella e spinse dentro senza pietà, sfondandogli il buco vergine con quel mostro da 25 cm. Marco urlò, ma Alì lo tappò con una mano: "Zitto, troia! Prendi il mio seme nero!" Lo inculò violento, il pancione di Marco che sbatteva contro la corteccia, mentre il cugino, Musa, gli ficcava il cazzo in bocca, scopandogli la gola fino a fargli lacrimare gli occhi. Vennero insieme, fiotti roventi che gli riempirono culo e stomaco.
Ora fu il turno di Sofia. La stesero su un telo logoro vicino all'acqua, gambe spalancate. Il primo, Kofi, le entrò in figa con un colpo secco, stirandola al limite, le tette che rimbalzavano mentre lui la martellava: "Troia sarda, prendi il cazzo africano!" La scoparono a turno, uno dopo l'altro: in bocca, in figa, nel culo. Due cazzi insieme nella fica, tre in bocca, le riempirono tutti i buchi di sborra densa, bianca sul suo corpo abbronzato. Sofia urlava di piacere, "Sì, scopatemi, fate cornuto il mio uomo!" mentre loro la insultavano: "Puttana italiana, il tuo buco è nostro ora!"
Il porto era vasto, ma non isolato del tutto. Guardoni attirati dai gemiti emersero dalle ombre. Uno, un vecchio barbone con un telefono sgangherato, si avvicinò: "Posso filmare tutto? Per YouTube, eh eh!" Alì rise: "Filma, bastardo! Mostra al mondo come i nigeriani fottono le troie sarde e i loro cessi bianchi!" Il tizio filmò tutto: Marco legato e pisciato, inculato, Sofia distrutta da cazzi neri, sborra che le colava da ogni orifizio, il viso di Marco sporco di piscio e sperma.
Quando finì, dopo ore, i nigeriani svanirono nel buio ridendo. Marco, libero, corse da Sofia. Si abbracciarono nudi, coperti di umiliazioni, tra piscio e sborra. "Ti amo," sussurrò lei, baciandolo sulle labbra ancora salate. Lui annuì, il cuore gonfio: "Anch'io. Questo ci ha salvati."
Tornarono a casa all'alba, si lavarono piano sotto la doccia, scopando teneri per la prima volta da mesi. Rinacque l'amore, più forte, più sporco. Ogni notte rivivevano quel ricordo, masturbandosi con video rubati dal guardone.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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