Gay & Bisex
A zappare
Kimboy74
15.04.2026 |
5.853 |
3
"Angelo, ancora stordito e terrorizzato, balbettò una bugia per non ammettere di aver dormito sul lavoro..."
Angelo era un ragazzo pigro, con diciassette anni e un'aria perennemente annoiata. Aveva ripetuto la seconda liceo per ben due volte, passando le giornate a poltrire invece di studiare, e suo padre, esasperato, decise che era ora di metterlo al lavoro. 'Vai dal Gigante ortolano', gli disse con tono secco. 'Quel tizio è enorme, ti farà sudare come si deve.' Il Gigante, chiamato così per le sue dimensioni mastodontiche – alto più di due metri, con muscoli gonfi come tronchi e mani grandi quanto palette – gestiva un orto dietro la vecchia fattoria di famiglia, un pezzo di terra isolato tra campi e un bosco fitto.Il primo giorno, Angelo arrivò trascinando i piedi, con una zappa in mano che sembrava ridicola nelle sue dita sottili. Il Gigante lo squadrò dall'alto, ridendo con una voce che rimbombava come un tuono. 'Devi zappare questa striscia di terra', ordinò, indicando una lunga fila di suolo duro e pietroso che si estendeva fino al cancello arrugginito in fondo al campo. 'Il trattore non passa lì, è troppo stretto. Finiscila entro sera, o ti spacco le ossa.' Angelo annuì svogliatamente, fingendo di iniziare, ma non appena il Gigante si allontanò verso la casa, zoppicando per un vecchio infortunio, si buttò sotto un albero vicino. L'erba era morbida, il sole filtrava tra le foglie, e in pochi minuti si addormentò, russando piano con la zappa appoggiata al fianco.
Passò un'ora, forse due, prima che due figure emergessero dal bosco. Una era il Gigante stesso, tornato in silenzio con un ghigno malizioso sul viso largo. Accanto a lui c'era un operaio di colore, un uomo robusto e tatuato, con braccia potenti e un'espressione dura. Non dissero una parola: il Gigante afferrò Angelo per i capelli, svegliandolo di soprassalto con un urlo strozzato. Prima che potesse reagire, gli infilarono un cappuccio nero sulla testa, un sacco ruvido che gli oscurò la vista e gli riempì la bocca di polvere. Angelo scalciò e si dimenò, ma il Gigante lo schiacciò a terra con il suo peso immenso, legandogli i polsi dietro la schiena con una corda grezza che gli segò la pelle.
Lo trascinarono in un angolo del campo, dietro un mucchio di cespugli alti, lontano da occhi indiscreti. L'operaio di colore tirò fuori una frusta improvvisata – una cinghia di cuoio presa dal capanno – e la fece schioccare nell'aria. 'Pigro del cazzo', grugnì il Gigante, mentre l'altro iniziava a frustare. I colpi piovvero sulle natiche di Angelo, attraverso i pantaloni sottili: schiocchi secchi che gli strapparono gemiti soffocati dal cappuccio. La pelle bruciava, arrossandosi in strisce rosse, e Angelo piangeva, implorando inutilmente. 'Basta... per favore...', mugolava, ma loro ridevano, alternandosi a frustarlo sulle cosce e sulla schiena fino a lasciarlo tremante e ansimante.
Soddisfatti, gli strapparono i vestiti di dosso: pantaloni, mutande, camicia – tutto a brandelli sul terreno. Nudo e legato, Angelo sentì l'aria fresca sul corpo pallido e non allenato. Il Gigante versò olio da una bottiglia presa dalla tasca – un lubrificante grezzo, puzzolente di macchina – e lo cosparse generosamente. Le mani enormi gli spalmarono l'olio sul petto, sulle cosce, e poi tra le natiche, infilando dita spesse nel suo culo stretto e vergine. 'Pronto per il lavoro vero', borbottò il Gigante, mentre l'operaio gli ungeva il cazzo, facendolo indurire contro la sua volontà.
Il Gigante fu il primo. Si slacciò i pantaloni, rivelando un cazzo mostruoso, spesso come un polso e lungo almeno venti centimetri, venoso e pulsante. Posizionò Angelo a quattro zampe, il cappuccio ancora addosso, e spinse la cappella contro il suo buco oliato. Angelo urlò quando entrò, il bruciore lancinante che lo squarciava dall'interno. Il Gigante lo inculò con spinte potenti, afferrandogli i fianchi magri e pompando dentro e fuori, le palle pesanti che sbattevano contro le sue natiche. 'Stretto... fottutamente pigro ma stretto', ringhiò, accelerando il ritmo, dilatando il culo di Angelo con ogni affondo. L'olio schizzava, mescolandosi al sudore, mentre Angelo singhiozzava, il corpo che si contraeva inutilmente intorno all'invasore.
L'operaio di colore aspettava, accarezzandosi il suo cazzo scuro e curvo. Quando il Gigante venne, riempiendo il culo di Angelo con fiotti caldi e densi che colarono fuori, si ritirò con un pop umido. Subito l'altro prese il posto: girò Angelo sulla schiena, legandolo più stretto, e gli entrò nel culo con un colpo secco. Il suo cazzo era più lungo, che gli sfregava contro le pareti interne, colpendo punti che mandavano scintille di dolore misto a qualcosa di confuso. 'Prendilo tutto, ragazzo', sibilò l'operaio, scopandolo con foga, le mani che gli strizzavano i capezzoli oliati. Angelo gemette, il cappuccio che gli bagnava di lacrime e saliva, mentre il suo corpo traditore iniziava a reagire – il cazzo semi-eretto che sfregava contro la pancia.
Si alternarono per mezz'ora, inculandolo a turno: il Gigante lo prese di nuovo da dietro, facendogli sentire ogni centimetro del suo cazzo mastodontico, mentre l'operaio gli ficcava le dita in bocca attraverso il cappuccio. Cambiarono posizioni, mettendolo in ginocchio: uno in bocca, forzandogli il cazzo tra le labbra tese, l'altro nel culo che lo riempiva fino all'elsa. Angelo soffocava, ingoiando saliva e precum, il culo che pulsava gonfio e rosso. Vennero entrambi di nuovo, schizzi caldi che gli colmarono la gola e il buco, lasciando Angelo tremante in una pozza di olio, sudore e seme.
Slegato e lasciato lì, nudo e pesto, i due fuggirono ridendo nel bosco, come se non fossero mai stati lì. Angelo giacque per ore, il sole che calava, il corpo dolorante. Il culo gli bruciava a ogni movimento, il liquido appiccicoso che gli colava tra le gambe. Si rivestì alla meglio, i vestiti strappati che gli coprivano a malapena le frustate rosse.
Dopo un paio d'ore, il Gigante tornò da solo, fingendo stupore. 'Cosa è successo qui?' esclamò, spalancando gli occhi enormi mentre si avvicinava al cancello. Angelo, ancora stordito e terrorizzato, balbettò una bugia per non ammettere di aver dormito sul lavoro. 'Mi... mi hanno rapinato!' disse, la voce tremante. 'Due tizi... mi hanno aggredito. Per fortuna non avevo nulla addosso, solo la zappa che si sono portati via!' Ometteva tutto il resto: le frustate, l'olio scivoloso, i cazzi che lo avevano sfondato senza pietà, il piacere forzato che lo aveva fatto gemere alla fine nonostante il dolore.
Il Gigante annuì, nascondendo un sorriso. 'Povero ragazzo. Torna a casa, riposa. Domani si ricomincia.' Angelo zoppicò via, il culo che pulsava a ogni passo, giurando a se stesso di non dire una parola. A casa, si lavò in silenzio, ignorando le domande del padre. Il segreto della sodomia rimase sepolto, un'ombra sporca che lo perseguitava nei sogni, mescolando terrore e un brivido proibito.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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