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Il mistero Ep. 2


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
09.02.2026    |    4.396    |    2 7.8
"' Ma mentre guidavamo verso casa, con Marco che guidava stringendo il volante e io sul sedile del passeggero che mi spostavo di continuo per alleviare la pressione, capii che non era finita..."
Non potevo più ignorarlo. Quel bruciore nel culo, quel mal di testa che arrivava sempre dopo aver passato del tempo con lui, mi rodeva dentro come un tarlo. Decisi di confidarmi con Marco, un vecchio amico del liceo, uno di quelli con cui potevi parlare di tutto senza filtri. Ci incontrammo in un bar anonimo in periferia, seduti a un tavolino appiccicoso con due birre davanti. Gli raccontai tutto: la pesca in barca, il concerto, i risvegli confusi, il dolore pulsante alla testa e quel fuoco anale che mi faceva camminare storto per giorni. 'Senti qua,' dissi, abbassando la voce, 'è come se mi avessero ficcato qualcosa dentro mentre dormivo. Brucia da morire, come se il mio culo fosse stato sfregato da un attizzatoio rovente.'

Marco mi ascoltò con gli occhi spalancati, sorseggiando la sua birra lentamente. Quando finii, scoppiò a ridere, una risata grassa che riempì il bar. 'Amico, calmati. Sembra una stronzata da film porno, ma scommetto che è solo un'allergia strana. Hai presente quelle reazioni ai materiali? Magari la barca aveva sedili di pelle sintetica trattata con chissà che schifezza chimica, o il divano di casa loro è impregnato di qualche detergente ipoallergenico che ti fa reagire lì sotto. Io una volta ho avuto un'eruzione al pacco dopo aver dormito su un materasso nuovo – bruciava come l'inferno, ma era solo lattice e formaldeide. Prendi un antistaminico, evita di sederti su roba sospetta, e passa.' Mi batté una pacca sulla spalla, e io annuii, sentendomi un po' stupido. Un'allergia. Sì, aveva senso. Niente di più. Pagammo e ce ne andammo, con me che mi sentivo più leggero, come se quel peso ambiguo si fosse dissolto in una spiegazione razionale.

Ma il destino, o qualunque cosa fosse, aveva altri piani. Pochi giorni dopo, lui – il marito della migliore amica di mia moglie – mi chiamò con quella voce entusiasta da maschio alfa. 'Ehi, stavolta andiamo in tre! Ho invitato Marco, dice che è un sacco che non pesca. Che ne dici, un'altra uscita in barca?' Esitai un secondo, ma l'idea di avere Marco lì mi rassicurò. Un testimone, un buffer. Accettai, e ci demmo appuntamento all'alba al porto, con l'aria fresca che odorava di alghe e benzina.

La barca era la stessa di prima, un natante malandato con il ponte scricchiolante e i sedili logori che sembravano implorare un'imbottitura nuova. Lui era al timone, con una canna da pesca in mano e una cassa di birre già aperta. Marco arrivò con un cappello da pescatore ridicolo, ridendo e stringendo mani. 'Pronti a far fuori i pesci?' gridò, e partimmo, il motore che rombava mentre ci allontanavamo dalla costa. L'acqua era calma, il sole saliva piano, e per le prime ore tutto filò liscio. Lancio le lenze, tiriamo su qualche sgombro, beviamo birre tiepide e chiacchieriamo di cazzate – lavoro, donne, il prezzo della benzina. Lui raccontava aneddoti esagerati sulle sue avventure in mare, Marco rideva forte, e io mi rilassavo, dimenticando i miei sospetti.

Verso mezzogiorno, con il caldo che picchiava e il sudore che ci colava lungo la schiena, lui propose una pausa. 'Ragazzi, sdraiamoci un po'. Il sole stanca.' Si buttò sul fondo della barca, stiracchiandosi come un gatto soddisfatto. Marco lo seguì, e io mi unii, sdraiandomi tra loro due sul legno caldo e irregolare. Il dondolio delle onde mi cullò di nuovo, e chiusi gli occhi, sentendo il respiro di Marco da un lato e quello profondo di lui dall'altro. 'Birra?' mormorò lui, passandomene una. La aprii, ne bevvi un sorso, e il mondo si annebbiò piano. Sonno. Un sonno pesante, inarrestabile.

Mi svegliai ore dopo, con la testa che mi scoppiava come se un chiodo mi fosse stato piantato nella scatola cranica. Il sole era basso, il mare arrossato dal tramonto, e la barca dondolava piano vicino al molo. Lui era in piedi, a riporre l'attrezzatura con movimenti fluidi, un sorriso stampato in faccia. Marco era seduto poco lontano, pallido, con una mano premuta contro il culo mentre si alzava piano. 'Cazzo,' borbottò, contorcendosi. 'Che casino.' Io mi mossi, e fu allora che lo sentii: quel bruciore. Intenso, feroce, come se il mio culo fosse stato aperto e sfregato da dentro con carta vetrata intrisa di sale. Ogni muscolo lì dietro pulsava, un fuoco liquido che mi faceva stringere i denti per non urlare. Mi girai verso Marco, e vidi nei suoi occhi lo stesso panico. 'Tu... lo senti anche tu?' gli chiesi a voce bassa, mentre lui annuiva, il viso contratto.

Lui si avvicinò, notando le nostre smorfie. 'Tutto bene, ragazzi? Pesca fruttuosa, eh?' Rise, ma nei suoi occhi c'era quel lampo complice, lo stesso di prima. Marco si alzò del tutto, camminando rigido come un robot arrugginito. 'Brucia da morire,' confessò, massaggiandosi il fondoschiena attraverso i pantaloni. 'Come se mi avessero... non so, ficcato un remo su per il culo mentre dormivo.' Io annuii, il bruciore che si irradiava fino alle cosce, una sensazione umida e appiccicosa che suggeriva qualcosa di più di un semplice sfregamento. 'Esatto,' dissi, la voce tremante. 'Testa che scoppia, e questo... questo fuoco dentro.'

Lui scrollò le spalle, caricando l'ultima cassa sulla barca. 'Sarà l'allergia di cui parlavi, no? Quel Marco lì ha ragione – roba chimica sui sedili, o magari il sole che ci ha fottuti. Domani passa.' Ma mentre guidavamo verso casa, con Marco che guidava stringendo il volante e io sul sedile del passeggero che mi spostavo di continuo per alleviare la pressione, capii che non era finita. Il bruciore ci legava ora, me e Marco, in un segreto condiviso, mentre lui canticchiava radiofonicamente dal sedere. E sotto quel dolore, c'era qualcos'altro: un brivido proibito, un'eco di penetrazione fantasma che mi faceva arrossire al buio della macchina. Cos'era successo davvero mentre dormivamo? E quanto lontano si sarebbe spinto questo gioco ambiguo?
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