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La passione non muore mai


di Membro VIP di Annunci69.it Marciotto
17.09.2026    |    1.270    |    1 9.4
"Guardandomi negli occhi, Sabrina tornò su quel lontano rifiuto: mi spiegò nel dettaglio il peso che si era portata dentro, la lealtà incrollabile verso la sorella e il dispiacere di aver dovuto..."
Durante i lunghi e monotoni giorni di convalescenza di circa tre anni fa, costretto a casa da un problema di salute, passavo il tempo lasciando vagare la mente. Con il corpo bloccato tra il letto e il divano e le giornate che sembravano non finire mai, per ingannare la noia e la solitudine cominciai a navigare su Facebook, mettendomi alla ricerca dei vecchi compagni delle elementari e degli amici d'infanzia.
​A un certo punto, tra un ricordo e l'altro, un nome affiorò con forza: Sabrina. Era stato il mio primo vero amore, quel sentimento acerbo e travolgente che ti fa battere il cuore a mille da ragazzino. Un amore, purtroppo, mai corrisposto. Lei non aveva mai voluto darmi una possibilità per rispetto verso sua sorella minore, che all'epoca era segretamente innamorata di me; Sabrina voleva proteggerla e non voleva assolutamente farle uno sgarbo.
​Spinto dalla curiosità e da una punta di nostalgia, digitai il suo nome nella barra di ricerca. Quando il suo profilo apparve sullo schermo, rimasi a fissarlo: era ancora bellissima, con lo stesso sguardo dolce che ricordavo, solo più matura. Dalle foto si intuiva che era sposata e che aveva la sua vita.
​Trascorsero un paio di giorni, ma quel ricordo e la sensazione del primo innamoramento continuavano a frullarmi in testa, rievocando profumi e sensazioni che credevo dimenticati. Alla fine, superando ogni esitazione, trovai il coraggio e le inviai un messaggio privato:
​«Ciao, mi chiamo Marcello. Tu per caso frequentavi la scuola 45ª? Scusami l'intrusione, ma mi è tornato in mente il tuo nome.»
​Passò un giorno intero e non ebbi alcuna risposta. Pensai che l'avesse ignorato o che l'avesse scambiato per uno dei tanti messaggi spazzatura. La mattina successiva, però, il suono di una notifica sul telefono mi fece sobbalzare il cuore:
​«Ciao Marcello! Sì, andavo proprio in quella scuola e penso proprio di sapere chi sei... che sorpresa!»
​Rimasi di sasso, con lo smartphone in mano e il fiato sospeso. Non riuscivo a spiegarmi il perché, ma d'un tratto mi ritrovai proiettato indietro di decenni, travolto dalle stesse emozioni di allora: la speranza di uno sguardo, la dolcezza di un sorriso e la solita, cocente delusione del suo "no". Ma sopra ogni cosa provai un'emozione intensa nel sapere che si ricordava ancora di me. Se il mio ricordo era rimasto custodito in lei per tutto questo tempo, significava che qualcosa le era rimasto nel cuore.
​Feci un respiro profondo, mi presi di nuovo coraggio e le risposi:
​«Ciao! Che bello leggerti. Come stai? Io purtroppo sono bloccato a casa per un problema di salute che mi terrà fermo ancora per un po'. Avendo tanto tempo libero, la mia memoria ha iniziato a viaggiare nel tempo e mi sei venuta in mente tu.»
​Da quel momento nacque una lunghissima e intensa conversazione in chat, proseguita fino a tarda notte. Ci scambiammo i racconti di come si erano sviluppate le nostre vite in tutti quegli anni. Lei mi raccontò di essersi sposata e di avere due figli, ma dalle sue parole, dai silenzi tra una frase e l'altra e da come descriveva la sua routine, non mi parve particolarmente felice. Io le parlai di me, del mio percorso e di ciò che ero diventato.
​Il discorso scivolò inevitabilmente sui ricordi sentimentali di quegli anni. Con il cuore in gola le confessai quanto ne fossi innamorato all'epoca, di come la cercassi con lo sguardo e di quanto ci fossi rimasto male per quel rifiuto che non avevo mai compreso fino in fondo.
​Fu a quel punto che Sabrina si lasciò andare a una confessione che mi lasciò senza fiato: mi scrisse che anche lei, in realtà, avrebbe tanto voluto mettersi con me, ma il legame con la sorella le aveva bloccato ogni gesto. Non avrebbe mai potuto ferirla o tradire la sua fiducia per una storia d'amore.
​Dopo quella rivelazione, rimanemmo entrambi in silenzio per un minuto intero. Nonostante ci separasse uno schermo, era come se fossimo l'uno di fronte all'altra: mi sembrava quasi di sentire i nostri respiri sospesi nel vuoto, carichi di tutto ciò che non ci eravamo detti per anni.
​Raccolsi fino all'ultimo briciolo di coraggio e le chiesi se le andasse di uscire insieme per prendere un caffè e parlare di persona, per guardarci negli occhi dopo tutto quel tempo. Sabrina si dichiarò disponibile, ma non subito: aveva bisogno di tempo per assimilare quelle emozioni.
​Chiudemmo la chat con quella promessa sospesa nell'aria. Seguirono circa tre settimane di assoluto silenzio; ritornai alla mia routine quotidiana e quasi dimenticai quel piacevole tuffo nel passato.
​Poi, in un tranquillo mercoledì pomeriggio, lo schermo del telefono si illuminò. Era un suo messaggio: mi diceva che sarebbe stata libera per il nostro incontro venerdì sera, dato che suo marito sarebbe stato fuori città per lavoro, e si raccomandò di scegliere un posto fuori mano. Non me lo feci ripetere due volte: mi organizzai e, con una scusa, dissi a mia moglie che il venerdì avrei avuto una cena di lavoro.
​Il locale che scelsi per noi si trovava poco fuori Palermo, defilato lungo la costa, dove il rumore della città sfumava nel risucchio lento del mare. Era un piccolo ristorante intimo, con luci soffuse, tavoli di legno scuro ben distanziati e un sottofondo di musica jazz appena udibile. L’atmosfera era sospesa, quasi ovattata, perfetta per due persone che cercavano di nascondersi dal resto del mondo e, allo stesso tempo, di ritrovarsi.
​La passai a prendere a casa sua e, quando Sabrina varcò la soglia del portone, il tempo sembrò fermarsi. Nel crepuscolo della sera, i suoi occhi avevano la stessa luce di quand'era ragazzina, solo velati da una grazia più consapevole. Ci recammo al locale; l'imbarazzo era palpabile e i discorsi erano banali. Quando ci sedemmo l'uno di fronte all'altra, la tensione iniziale era ancora tangibile: i gesti erano cauti, i bicchieri d'acqua venivano sorseggiati con lentezza per prendere tempo, mentre cercavamo di far combaciare l'immagine che avevamo in mente con la persona in carne e ossa che avevamo davanti.
​Con l'arrivo dei primi piatti, la rigidità lasciò gradualmente il posto a una confidenza inaspettata. Parlammo a lungo, riavvolgendo il nastro dei ricordi. Ridemmo di come eravamo alla scuola 45ª, dei compagni dimenticati e di quell'innocenza ormai lontana. Ma più il tempo passava, più la conversazione scendeva in profondità.
​Tra un calice di vino e sguardi intensi che cercavano di recuperare decenni di silenzio, il discorso cadde inevitabilmente sulla sua rivelazione in chat. Guardandomi negli occhi, Sabrina tornò su quel lontano rifiuto: mi spiegò nel dettaglio il peso che si era portata dentro, la lealtà incrollabile verso la sorella e il dispiacere di aver dovuto soffocare ciò che provava per me. Sentire quelle parole pronunciate a voce, a pochi centimetri di distanza, diede un sapore del tutto nuovo a una ferita che credevo chiusa da tempo.
​Lei mi confidò anche le crepe del suo presente, la routine stanca del suo matrimonio e quella sensazione di solitudine che l'accompagnava ogni giorno. Io le raccontai della mia vita, del senso di blocco provato durante la convalescenza e di come cercarla fosse stato un tentativo quasi disperato di ritrovare una parte di me stesso che pensavo perduta.
​Ci trovavamo così, tra le candele che andavano consumandosi sul tavolo, a condividere una malinconia dolce e vertiginosa: la consapevolezza di ciò che avrebbe potuto essere e non era stato, intrecciata alla scarica d'adrenalina per quel momento rubato al destino. Restammo al ristorante per quasi tre ore; alla fine eravamo sciolti e distesi, come se il tempo non fosse mai passato.
​La riaccompagnai a casa. Era da poco passata la mezzanotte e, come Cenerentola, stava per andare via. Aprì la portiera dell'auto e lì ciò che speravo avvenne: «Vuoi salire? Sono sola, i miei figli sono da mia madre.»
​Non mi parve vero; parcheggiai la vettura. Durante il breve tragitto le palpitazioni aumentarono; la seguii con circospezione. Entrammo in ascensore: eravamo vicini, con il fiato corto, e il desiderio di entrambi era tangibile.
​Lei aprì la porta di casa e non fece in tempo a chiuderla che la passione ci travolse. Ci baciammo appassionatamente: le nostre lingue non riuscivano a staccarsi, in un susseguirsi di baci profondi e intensi. Le mie mani, dopo un iniziale tentennamento, cominciarono a cercarla. Dapprima le carezzai il viso, poi il seno, le spalle, e giù verso il suo fondoschiena: con entrambe le mani sulle sue natiche la spinsi verso il mio membro eretto.
​Da quel momento tutti i freni inibitori scomparvero. Infilai la mano nel suo intimo più profondo: era calda e umida. Più la cercavo, più mi baciava. Mi condusse nella sua stanza da letto, creando una scia di indumenti sparsi lungo il corridoio.
​Ormai nudi, la adagiai sul letto; lei aprì le cosce e iniziai un lungo, dolce e profondo cunnilingus. Era tale la sua voglia che ebbe diversi orgasmi, tenendo la mia testa ben ferma su di sé. Dopo il terzo sussulto decisi di penetrarla. Non riesco a descrivere a parole quella sensazione: il calore avvolgente del suo corpo, che vibrava e pulsava, mi portò a uno stato di eccitazione che a stento riuscivo a controllare.
​Le portai le gambe sulle spalle; sentivo tutto il suo desiderio. Le accarezzai la pelle e con dolcezza spinsi la testa del mio membro all'interno del suo corpo voglioso. Mi sentivo sulle nuvole: spingevo con tutta la forza e l'ardore che avevo in corpo, mentre con le mani sui suoi seni giocavo con i suoi capezzoli turgidi.
​Dopo una decina di affondi, sentendo un ulteriore orgasmo da parte sua, feci esplodere tutta la mia passione: non riuscii più a contenermi e venni dentro di lei, riempiendola con diversi fiotti caldi. All'unisono provammo un piacere più lungo e intenso del solito, forse perché desiderato da una vita intera.
​Provato da un'emozione così forte, mi sdraiai accanto a lei. Restammo l'uno accanto all'altra, con il viso rivolto al soffitto, immersi in un profondo silenzio. Dopo diversi minuti, rivolsi lo sguardo verso di lei: c'erano passione, rimpianto e anche rimorso. La baciai sulla guancia e mi rivestii in silenzio. Lei non riusciva a parlare: troppe emozioni, e tutte insieme. La baciai nuovamente, ma sulle labbra, e le dissi: «Io vado, e spero che le mie emozioni siano le stesse tue. Se vuoi...» E me ne andai.
​Lungo il tragitto che mi riportava a casa ero felice ma confuso, non sapevo cosa sarebbe successo domani. Con un po' di vergogna, entrai in casa con mia moglie che tranquillamente dormiva ignara di ciò che le avevo fatto.
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