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Gay & Bisex

Una visita approfondita 2 "un nuovo incontro"


di Membro VIP di Annunci69.it Marciotto
03.09.2026    |    1.033    |    2 9.4
"E non so cosa succederà adesso», sussurrò con un fil di voce, passandosi la lingua sulle labbra secche, «ma non permetterò che finisca qui..."
Un mese fa, in ospedale, quel controllo di routine si è trasformato in un incontro segreto: dopo aver notato la sua tensione durante la visita cardiologica, ho spinto la situazione oltre il limite e lui, medico e professionista irreprensibile, mi ha sorpreso inginocchiandosi tra i camici e prendendomi in bocca con un'abilità inaspettata, prima di lasciarmi il suo numero su un foglietto.
​Quel pezzo di carta con le cifre scritte in fretta è rimasto nel mio portafogli come una miccia pronta a esplodere fino a giovedì sera, quando mi sono ritrovato a suonare il campanello della sua villetta in una zona residenziale isolata. Ad aprirmi è stato lui, con il respiro già corto e gli occhi sbarrati da un'attesa febbrile che durava da giorni. Non c'era più traccia del medico algido: indossava solo pantaloni della tuta a vita bassa, con il tessuto visibilmente teso e bagnato all'altezza dell'inguine per la bramosia di vedermi.
​«Entra, ti prego... mia moglie è a Roma per tutta la settimana e ho il cervello in fiamme da quando sei uscito da quell'ambulatorio», ha sibilato con voce roca, chiudendo la porta a doppia mandata e tirandomi a sé per il bavero della giacca, schiacciando le nostre labbra in un bacio disperato, famelico, fatto di denti che cozzavano e lingue che si cercavano con urgenza animalesca.
​La cena è stata una farsa impossibile da digerire. Il cibo è rimasto quasi intatto sui piatti, soffocato da un'aria densa di elettricità e dai suoi sguardi perennemente incollati al mio bacino. Ogni volta che si muoveva per portar via un bicchiere, mi sfiorava con una morbosità bruciante, tremando come una foglia. Non reggeva più la maschera: mi ha confessato con un filo di voce, tra un ansimo e l'altro, di aver pensato a quel quarto d'ora sul pavimento dell'ospedale ogni singola notte, masturbandosi guardando il mio numero salvato sul telefono, consumato da un desiderio inconfessabile e viscerale di essere posseduto, di buttare all'aria anni di ipocrisia e di cedere totalmente il controllo a un uomo che sapesse domarlo.
​Mentre le parole gli uscivano di bocca, ho capito che con quel semplice controllo medico avevo scardinato l'intera sua esistenza. Gli avevo improvvisamente spalancato le porte dei suoi sogni più proibiti, quelli che non aveva mai osato confessare neanche a se stesso, confinato com'era nella gabbia dorata di un matrimonio di facciata e di una rispettabilità borghese che lo soffocava. Gli ho sussurrato all'orecchio tutto ciò che desideravo fargli, dipingendo a parole il quadro esatto delle sue fantasie più nascoste: l'essere preso senza riguardo, l'annullarsi completamente sotto il peso di un uomo dominante, il brivido proibito di subire ogni sfumatura del piacere senza poter fiatare, ridotto a un oggetto di puro desiderio tra le mura della sua stessa camera da letto matrimoniale.
​Sentirsi scoperchiare l'anima in quel modo, veder descritti ad alta voce i suoi pensieri più inconfessabili da uno sconosciuto che aveva capito tutto al primo sguardo, lo ha fatto crollare del tutto. Gli occhi gli si sono inumiditi di una commozione lussuriosa, un misto di terrore e liberazione folle.
​Non siamo arrivati in salotto. Ci siamo strattonati lungo il corridoio, strappandoci i vestiti di dosso in un crescendo di frenesia pura. Quando siamo crollati nella camera da letto, illuminata solo dai lampioni della strada che tagliavano le persiane, il dottore era una maschera di sudore e di eccitazione incontrollabile.
​Con le mani che gli tremavano così forte da non riuscire a sbottonarsi i pantaloni, è franato a terra, trascinandomi con sé ai piedi del letto. Mi ha slacciato i jeans con una foga cieca, liberando il mio membro duro come il marmo e tuffandosi di nuovo di sotto con una voracità mai vista, ingoiandomi fino in fondo con gemiti soffocati che rimbombavano nella stanza, implorando quasi di essere riempito e consumato fino allo spasmo, finalmente libero di vivere il sogno che aveva sempre tenuto incatenato nel buio.
​Lo feci mettere a novanta, prendendolo per i fianchi per fargli sentire la punta della mia cappella umida all'ingresso dell'ano. Lui emise un sussulto di piacere e, senza che facessi nulla, inarcò la schiena e spinse il suo corpo indietro per essere penetrato. Il membro entrò velocemente, senza alcuna resistenza. Presi ben saldi i suoi fianchi e iniziai a scoparlo; le mie palle sbattevano sul suo corpo violentemente, in un crescendo di desiderio e pathos reciproci. Senza estrarre il cazzo, lo feci stendere a pancia in giù, gli presi i polsi e lo tenni fermo, schiavo del mio e del suo piacere, continuando a spingere fino a quando un orgasmo simultaneo ci colse. Sborrai tutto il seme dentro di lui, che nel frattempo venne sulle lenzuola.
​Il silenzio che seguì non fu di riposo, ma di una quiete pesante, carica dell'elettricità residua di ciò che avevamo appena consumato. Rimase disteso a pancia in giù, con il viso affondato nel cuscino umido di sudore, mentre il suo petto continuava a sollevarsi e abbassarsi con respiri lunghi e irregolari. Mi allungai su di lui, lasciando scivolare il palmo della mano lungo la linea della sua schiena ancora lucida, tracciando la curva della colonna vertebrale dove i muscoli lentamente smettevano di contrarsi per i crampi del piacere.
​Ogni tanto un brivido gli percorreva le spalle, un sussulto involontario che tradiva quanto fosse ancora scosso. Gli presi una ciocca di capelli madidi, spostandola dalla fronte, e gli baciai la nuca, sentendolo irrigidirsi appena per poi rilassarsi completamente sotto il mio peso, abbandonandosi del tutto alla mia autorità. Non c'era più spazio per il medico irreprensibile, per il professionista che il giorno prima indossava il camice bianco con distaccata eleganza; lì, tra quelle lenzuola disfatte, era soltanto una creatura plasmata dai suoi stessi desideri più nascosti, finalmente sottomessa e colmata in ogni senso.
​Allungai un braccio per tirargli addosso un lenzuolo, ma lui afferrò la mia mano con le dita ancora tremanti, stringendola forte, quasi a volersi aggrappare a un'ancora per timore che tutto svanisse, che quell'improvvisa libertà si rivelasse solo un sogno a occhi aperti. Si voltò lentamente a guardarmi, con gli occhi arrossati e lucidi di un pianto trattenuto a fatica, un misto devastante di vergogna e di estasi pura.
​«Non so chi sei davvero... e non so cosa succederà adesso», sussurrò con un fil di voce, passandosi la lingua sulle labbra secche, «ma non permetterò che finisca qui. Io non posso tornare a essere quello di prima».
​Gli accarezzai il mento con le dita, costringendolo a sostenere il mio sguardo, marcando ogni singola sillaba con la calma fredda di chi detiene il controllo assoluto: «Non devi preoccuparti di cosa sarai domani, adesso sei esattamente dove desideravi essere».
​Mentre fuori i lampioni della strada continuavano a disegnare geometrie di luce attraverso le persiane socchiuse, il profumo acre del nostro sudore e del sesso riempiva la stanza, sigillando un patto tacito che aveva distrutto ogni loro certezza precedente, trasformandoci nei custodi di un segreto incancellabile.
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