Al mio servizio...
Marciotto
Ero tornato lì di giovedì, con la chiave che il dottore mi aveva fatto duplicare in fretta e furia. Quando varcai la soglia, l'aria profumava di un'attesa febbrile e diversa, densa di un'inquietudine che superava il semplice tradimento. In salotto, seduto sul divano con le mani strette tra le ginocchia e lo sguardo basso, c'ero un terzo uomo.
Il padrone di casa me lo aveva presentato poche settimane prima come un collega chirurgo, un professionista stimato, imponente, abituato a muoversi con la fredda arroganza di chi comanda nelle sale operatorie. Ma in quel momento, la sua autorità si era dissolta. Indossava una semplice camicia aperta sul petto, ma la tensione nei suoi muscoli tradiva una sottomissione già accettata, cercata, invocata in silenzi che duravano da giorni.
«Hai fatto tardi...», mormorò il dottore, alzandosi di scatto con un misto di timore reverenziale e bramosia, quasi terrorizzato all'idea di avermi fatto attendere.
Non risposi. Feci pochi passi avanti, piantando gli occhi su quell'ospite inatteso che si era introdotto nella nostra dinamica. Sapeva tutto. Il dottore gli aveva confessato ogni singolo dettaglio della mia dominazione, spinto da un bisogno perverso di condividere la propria umiliazione, di trovare qualcuno che potesse dividere con lui quel giogo pesante. E l'altro, lontano dai riflettori della clinica, aveva ceduto al richiamo della curiosità prima e del contagio poi, presentandosi lì con l'esatta consapevolezza del ruolo a cui si stava consegnando.
«Alzati», dissi con voce bassa, asciutta, priva di esitazioni.
Il nuovo arrivato ubbidì all'istante, sollevandosi in piedi con una docilità quasi disarmante. Non c'era traccia del chirurgo algido e intoccabile; i suoi occhi cercavano la mia approvazione con la disperazione di un cane affamato, la bocca leggermente dischiusa in un ansimo di anticipazione.
Li costringei entrambi a mettersi in ginocchio sul tappeto del soggiorno, uno di fianco all'altro, ridotti a meri giocattoli nelle mie mani. Il padrone di casa tremava, non per gelosia, ma per una forma perversa di eccitazione collettiva: l'idea di essere posseduto non più in solitaria, ma guardato, misurato, equiparato e ridotto allo stesso livello di un altro uomo sotto il peso del mio comando.
«Voglio vedere chi di voi due sa annullarsi meglio», sussurrai, afferrando per i capelli il nuovo arrivato e costringendolo a spalancare la bocca, mentre il dottore, accanto a lui, mi baciava avidamente i piedi e le ginocchia, implorando con piccoli gemiti soffocati di poter servire per primo.
La dinamica si accese di una violenza psicologica e fisica devastante. Non c'erano gelosie, solo una competizione silenziosa e disperata per guadagnarsi un brandello della mia attenzione, un mio ordine, uno schiaffo leggero ma umiliante che confermasse il loro status di oggetti. Li guidai come marionette, alternandoli, costringendoli a leccarsi a vicenda i residui del mio sudore, a guardarsi negli occhi mentre entrambi perdevano ogni residua parvenza di dignità borghese, spogliati di titoli, camici e rispettabilità.
Il nuovo arrivato si rivelò un ricettacolo perfetto: subì la mia penetrazione con un gemito strozzato che riempì la stanza, le unghie affondate nel tappeto mentre il bacino cercava disperatamente il ritmo delle mie spinte. Nel frattempo, il dottore, ai suoi piedi, ingoiava voracemente il cazzo del collega e poi tornava a implorare il mio, ridotto a fare da eco alla sottomissione di quel corpo che mi apparteneva. Li usai senza riguardo, scambiandoli, piegandoli a novanta, pretendendo che si tenessero per mano e si baciassero mentre il mio ritmo li costringeva a fondo, cancellando ogni confine tra loro e fondendoli in un unico blocco di carne madida di sudore, gemiti e fluidi.
Quando l'orgasmo finale ci travolse, li lasciai crollare faccia a terra sul pavimento, ansimanti, svuotati di tutto e finalmente liberi nella loro schiavitù. Erano diventati i miei giocattoli perfetti, legati da un vincolo eterno di condiviso piacere, pronti a obbedire a qualsiasi futuro comando senza fiatare.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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