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Gay & Bisex

IL PRETE DEL SILENZIO... 2


di SERSEX
27.05.2026    |    2.066    |    10 9.8
"Perché ti chiudi ogni volta che ti stringo? Perché tremi quando ti bacio senza volere niente? Cosa c’è che ti fa scappare appena il piacere diventa vero?» Michelel restò in silenzio..."
Si rividero diversi giorni dopo, in una sera in cui Bologna sembrava più lenta del solito, come se anche la città avesse abbassato il volume. Giò stava rientrando a piedi, le mani in tasca e la testa piena di pensieri che negli ultimi giorni non lo avevano lasciato in pace. Non cercava davvero nessuno, e proprio per questo lo vide subito.
Il sacerdote era dall’altra parte della strada, fermo sotto un lampione. Non stava camminando, non stava aspettando in modo evidente. Era semplicemente lì, come se la città lo avesse messo in pausa in quel punto preciso. Quando alzò lo sguardo e lo vide, non mostrò sorpresa. Solo un riconoscimento immediato, controllato.
Giò attraversò senza pensarci troppo.
Quando si trovarono uno di fronte all’altro, il silenzio fu più lungo del necessario.
«Non ti vedevo da un po’» disse lui alla fine, con voce bassa.
«Neanche io te,» rispose Giò.
Un autobus passò poco distante, interrompendo per un istante la loro immobilità. Poi tornò tutto come prima. O meglio: più teso di prima.
Il sacerdote lo osservava con attenzione diversa rispetto alle altre volte. Meno distanza. Meno ruolo. E una stanchezza sottile negli occhi, come se qualcosa avesse continuato a lavorare dentro di lui senza sosta.
«Pensavo che sarebbe passato,» disse infine. «Che fosse… una cosa destinata a spegnersi.»
Giò lo guardò a lungo, senza fretta.
«E invece?» chiese.
Lui inspirò piano. «E invece non si è spento.»
La frase rimase sospesa tra loro, netta, senza bisogno di spiegazioni.
Giò fece un piccolo passo indietro, poi indicò con un cenno la strada alle sue spalle.
«Vieni da me.»
Non lo disse con dolcezza. Non lo disse nemmeno come una domanda.
Lo disse come una constatazione inevitabile.
Per la prima volta, il sacerdote non cercò di rallentare il momento. Lo guardò a lungo, come se stesse accettando non un invito, ma una direzione già presa da tempo.
«Va bene,» rispose.
Questa volta non c’era esitazione.

«Bella casa», disse il prete entrando. «Ma troppo in ordine. Tu sei disordinato dentro!»
Giò lo guardò sorpreso. Gli tremava qualcosa dentro. Non sapeva se era paura o eccitazione.
«Spogliati tu», disse. «Voglio vedere da dove cominciamo.»
Il prete sorrise, poi si tolse la camicia. Il torace era asciutto, nervoso, segnato da una cicatrice sulla spalla. Si sfilò i pantaloni e infine i boxer. Il cazzo era già duro. Nessuna esitazione!
«E tu?» sussurrò.
Giò si tolse lentamente la camicia. Poi i pantaloni.
Quando rimase nudo, sentì l’aria addosso come una carezza.
Ma era lo sguardo dell’altro a farlo tremare.
«Mettiti in ginocchio.»
Non era un ordine violento. Era una richiesta chiara, naturale.
Giò si inginocchiò. Aprì la bocca.
Il cazzo del prete era caldo, vivo, pulsante. Lo prese dentro. Senza fretta. Senza pensieri.
«Bravissimo», sussurrò con aria soddisfatta. «Hai più fame di me.»
Ogni gesto era preciso. La bocca di Giò era affamata e attenta. Ma era dentro la testa che qualcosa esplodeva. Il desiderio di essere visto, usato, amato. Di essere nudo per davvero.
Poi il prete lo tirò su. Lo fece girare. Lo baciò sulla nuca.
«Adesso mi prendo tutto.»
Lo spinse piano sul divano. Aprì le gambe. Gli leccò il culo lentamente, con pazienza, come se volesse scoprire cosa c’era dentro.
Giò gemeva, con la testa appoggiata al cuscino.
«Ti piace?»
«Sì… Cristo, sì…»
Poi venne il momento. Lo prese. Con forza, ma senza violenza. Un colpo dentro, caldo, pieno.
Giò urlò. Non di dolore ma di resa.
Ogni spinta era un colpo alla solitudine. Una risposta al bisogno di sentirsi vivo.
Dopo, rimasero lì. Sudati. Silenziosi.
La città fuori continuava a muoversi. Ma dentro quell’appartamento il tempo si era fermato.
«Come ti chiami?» chiese Giò, con la voce rotta.
«Non stasera.»
Poi lo baciò sulle labbra.
«Fammi solo vedere quanto hai voglia di vivere.»
E Giò capì che quella notte non era solo sesso. Era un inizio. O una fine.
Ma, soprattutto, era vero!

La mattina dopo, Giò si svegliò con il cazzo ancora duro. Non era un’erezione da sogno. Era reale. Calda. Viva.
E non era solo. Lui era lì, nudo, seduto sul bordo del letto. Guardava il suo telefono, poi lo posò senza dire niente.
Giò si tirò su, passandosi una mano sul petto.
«Non te ne sei andato.»
«No.»
Silenzio.
Poi il prete lo guardò. Gli occhi erano diversi. Meno distanti.
«Non ho scopato mai così in vita mia.»
Giò rise piano, ma aveva il cuore in gola.
«Neanche io. E ho vissuto più di te.»
Lui si avvicinò, lo baciò sul collo. Poi sulle labbra. Poi più in basso.
Giò lo fermò con una mano sul petto.
«Di nuovo?»
«Non abbiamo ancora finito.»
Lo spinse giù sul letto. Gli aprì le gambe, lo leccò ovunque. La lingua era sporca, avida, entrava ovunque. Senza pietà. Senza pudore.
«Mi piace il tuo sapore», sussurrò. «Mi piace il tuo odore. Sei vero. Sei mio.»
Giò gemeva, le mani nei capelli dell’altro.
«Fammi male. Fammi godere.»
Il prete lo girò. Gli infilò due dita, poi tre.
«Vuoi che ti sfondi, eh?»
«Sì... Cristo, sì.»
Lo scopò in ginocchio, con violenza. Senza parole. Le palle gli sbattevano contro, la mano stretta sui fianchi.
Giò si piegava, ma non si spezzava. Godeva come non aveva mai fatto.
Poi si voltò, lo spinse sul letto e gli cavalcò il cazzo.
Gli sputò sul petto. Lo morsicò. Lo baciò con foga.
«Non so come ti chiami», disse ansimando. «Ma voglio il tuo cazzo ogni giorno.»
Il prete si portò le mani alla testa.
«Non puoi dirmelo. Non farmi questo.»
«Perché?»
«Perché se rimango... ti voglio tutto. Non solo il culo. Voglio la tua testa. La tua anima. Il tuo sonno. Il tuo odore nella mia vita.»

Giò si bloccò. Il respiro si spezzò in gola.
«Allora resta.»
L’altro lo guardò. Gli occhi rossi. Sudati. Confusi.
Ma non scappò. Non questa volta.
Lo abbracciò da dietro.
«Non so fare l’amore. Ma con te... non voglio scopare e basta.»
Giò chiuse gli occhi.
«Ti insegno io. Ma devi venirmi dentro. Di nuovo. Ora.»
E lui entrò. Senza preservativo. Senza più niente tra loro.
Solo pelle, ansimi, voglia.
Sesso. Amore. Possesso. Follia.
Dopo l’orgasmo, il sudore e il silenzio, Giò lo sentì tremare.
Erano ancora intrecciati, pelle contro pelle, ma qualcosa era cambiato.
Il respiro di Michele non era più solo eccitazione. Era trattenuto. Rotto.
«Ehi...» sussurrò Giò. «Che succede?»
Michele, così si chiama il prete, non rispose subito. Poi si alzò, si avvolse in una coperta, e si girò di spalle.
«Non guardarmi. Non ora.»
Giò lo seguì con lo sguardo, ancora nudo, il corpo caldo di desiderio, ma il cuore attraversato da un gelo che non aveva previsto.
«Parlami. Perché ti chiudi ogni volta che ti stringo? Perché tremi quando ti bacio senza volere niente? Cosa c’è che ti fa scappare appena il piacere diventa vero?»
Michelel restò in silenzio. Poi, con voce bassa e ruvida, disse:
«Perché non so cosa significa amare. Perché quando ero piccolo, l’unico uomo che mi ha toccato, dicendo ti amo, era mio padre. E non era amore. Era abuso. Era potere. Era pedofilia di merda.»
Giò si paralizzò. Sentì le parole entrare sotto pelle, come lame.
«Michele...»
«Non dire niente. Non fare quella faccia. Non mi serve la tua pietà. Voglio solo che mi scopi. Voglio che mi usi. Voglio che mi fai dimenticare. Voglio che mi entri dentro così forte da spaccarmi.»
Poi si voltò. Lasciò cadere la coperta.
«Ti prego... fammi male. Ma non dire che mi ami.»
Giò si alzò. Lo raggiunse. Lo baciò piano, con dolce violenza. Poi lo spinse sul letto, con la decisione di chi sa che non si torna indietro.
«Ascoltami bene.»
Gli accarezzò la schiena, poi gli aprì le gambe.
«Io non scopo da attivo. Non è il mio modo. Non è la mia natura. A meno che non ami. A meno che non senta che quello che ho davanti... è mio. È parte di me.»
Michele lo guardò, gli occhi lucidi.
«E allora?»
«E allora oggi ti scopo. Ma non per possederti. Per liberarti.»
Giò lo leccò dappertutto, con lentezza feroce. La lingua lo penetrava come se volesse riscrivere ogni memoria, ogni impronta sbagliata lasciata da mani sbagliate.
Michele gemeva. Si mordeva la mano per non urlare.
«Sei mio», sussurrava Giò. «E io ti rimetto al mondo per amarti.»
Poi lo penetrò. Piano. A fondo.
Ogni spinta era precisa. Non c’era violenza, solo potere buono. Solo amore che faceva male perché era nuovo, sconosciuto.
Michele si lasciò andare. Si aprì. Si arrese.
«Non so come si fa...» disse in un lamento. «Non so come si ama. Ma io... io ti voglio.»
Giò lo scopava con un ritmo lento, ipnotico. Il suo cazzo dentro non era solo carne: era verità. Era appartenenza.
«Te lo insegno io. Ma devi fidarti.»
Michele tremò. Piangeva. Ma veniva. Forte. Sporco.
Si svuotava in un orgasmo che era più di piacere: era liberazione.

Dopo rimasero così. Fusi. Confusi. Silenziosi.
Poi Michele parlò, piano, con la voce ancora rotta:
«Sei il primo uomo che non mi fa sentire una puttana.»
Giò lo baciò sulla nuca.
«E tu sei il primo per cui io faccio l’amore così. Sporco. Vero. Da attivo. Da innamorato.»
Michele si voltò. Lo baciò.

E capì che, stavolta, non voleva più scappare...
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