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Un innocente in prigione
Kimboy74
17.02.2026 |
739 |
5
"Dario venne in bocca, un'esplosione salata che Matteo ingoiò meccanicamente, e poi fu il turno di Bruno alla bocca, il ciclo che si ripeteva in un'orgia di brama accumulata..."
La prigione sotterranea era un labirinto di umidità e oscurità, un ventre di pietra scavato nelle viscere della terra dove la luce del sole non penetrava mai. Le pareti gocciolavano acqua nera, e l'aria puzzava di muffa, sudore e disperazione repressa. Matteo, un ragazzo di ventidue anni esile come un ramo secco, con la pelle pallida e gli occhi spalancati dall'ingenuità, era stato sbattuto lì dentro per un errore giudiziario. Un furto che non aveva commesso, un testimone falso, e ora si trovava in una cella angusta con tre bestie umane che sembravano uscite da un incubo biblico.I tre uomini erano mastodontici, corpi pesanti e imponenti forgiati da anni di lavoro manuale prima della cattura e ora gonfiati dalla vita carceraria. Non vedevano il mondo esterno da dieci anni, rinchiusi per reati violenti che nessuno nominava più. C'era Rocco, il più anziano, con una barba folta e ispida che gli copriva il petto villoso, autoritario come un capo branco, sempre sudato nonostante il freddo umido della cella. Il suo sudore colava in rivoli salati lungo il collo taurino, impregnando l'aria con un odore muschiato e animalesco. Accanto a lui, Bruno e Dario, altrettanto massicci, con muscoli duri sotto strati di grasso carcerario, pance prominenti che sfregavano contro le sbarre quando si muovevano. Tutti e tre indossavano uniformi logore, pantaloni larghi che non nascondevano le protuberanze croniche nei boxer, segno di una frustrazione che bolliva da anni.
Matteo entrò nella cella tremando, le catene ai polsi che tintinnavano piano. La guardia lo spinse dentro con un ghigno e chiuse la porta di ferro con un clangore che echeggiò come una sentenza. 'Benvenuto nel tuo nuovo inferno, ragazzo,' borbottò prima di andarsene. Matteo si rannicchiò in un angolo, il cuore che gli martellava nel petto magro. I tre giganti lo fissarono, i loro occhi – affamati, predatori – che lo squadravano dalla testa ai piedi. Rocco, seduto su una panca di legno marcio, si passò una mano callosa sulla barba, il sudore che gli imperlava la fronte. 'Chi cazzo sei tu?' ringhiò, la voce profonda e ruvida come ghiaia.
'Sono... Matteo,' balbettò lui, la voce un filo sottile. 'Errore... non dovrei essere qui.' Bruno rise, un suono gutturale che rimbombò nelle pareti, mentre Dario si leccava le labbra spesse, gli occhi fissi sulle gambe snelle di Matteo. 'Tutti dicono lo stesso, cucciolo,' disse Rocco, alzandosi piano. Il suo corpo torreggiava, un metro e novanta di muscoli e grasso, il sudore che gli bagnava la camicia aperta sul petto peloso. Si avvicinò, il fiato caldo che puzzava di tabacco rancido, e Matteo indietreggiò fino a toccare il muro umido.
Nei giorni seguenti, la tensione crebbe come una febbre. La cella era un calderone di silenzi carichi, interrotti solo dal gocciolio dell'acqua e dai respiri pesanti dei tre. Matteo scoprì presto il loro segreto: durante una perquisizione casuale, vide i cazzi degli altri prigionieri con manganelli di gomma, un rituale umiliante per controllare se nascondevano qualcosa ,erano tutti nudi durante il controllo e Matteo capisce che il suo culo è in forte pericolo. I tre giganti erano stati privati di ogni tocco, ogni sfogo per anni. I loro cazzi, intrappolati in un'astinenza forzata, pulsavano di una brama accumulata che li rendeva irrequieti. Rocco, in particolare, sudava di più la notte, il corpo che si agitava sul pagliericcio, gemiti repressi che sfuggivano dalle labbra barbute.
Matteo sentiva i loro sguardi su di sé come mani invisibili. Durante i pasti, passati attraverso le sbarre – pane duro e zuppa acquosa – Rocco lo fissava mentre mangiava, gli occhi che scivolavano sul collo esile, sulle labbra tremanti. 'Hai una pelle così morbida,' mormorò una volta, la voce bassa, autoritaria. Matteo arrossì, il contrasto tra la sua fragilità – braccia sottili, fianchi stretti, un corpo non ancora segnato dalla vita – e la loro massa opprimente lo terrorizzava e, in un angolo represso della mente, lo intrigava. Bruno e Dario si univano, i loro corpi pesanti che sfregavano contro di lui 'per sbaglio' quando passavano nello spazio angusto, il calore dei loro sudori che gli si appiccicava alla pelle.
La notte del terzo giorno, la pressione esplose. La luce fioca di una lampada a olio tremolava sulle pareti, proiettando ombre mostruose. Matteo si era addormentato sul suo angolo di pagliericcio, ma si svegliò con un sussulto: mani ruvide lo afferravano. Rocco era sopra di lui, il sudore che gocciolava dalla barba sul viso del ragazzo. 'Non ce la facciamo più, cucciolo,' ringhiò, il fiato caldo sul collo di Matteo. 'Anni senza toccare niente. Tu sei qui per questo.' Matteo lottò debolmente, il corpo esile che si divincolava sotto il peso del gigante, ma Bruno e Dario lo bloccarono, le loro mani massicce che gli inchiodavano le braccia e le gambe.
Rocco si slacciò i pantaloni con movimenti lenti, autoritari, rivelando il cazzo gonfio e venoso, intrappolato per troppo tempo. Era enorme, spesso come un cetriolo ,la cappella viola e lucida di pre-cum represso, le palle pesanti e pelose che pendevano basse. 'Guardalo,' ordinò Rocco, afferrando il mento di Matteo e costringendolo a fissare. Il ragazzo ansimò, gli occhi spalancati per il terrore e un brivido involontario. Bruno e Dario seguirono, i loro cazzi altrettanto mostruosi: Bruno con un'asta dritta e nodosa, Dario con vene gonfie che pulsavano visibilmente. Sudore colava ovunque, mescolandosi all'odore di maschio represso.
'Per favore... no,' sussurrò Matteo, ma la sua voce si spezzò quando Rocco gli spinse il cazzo contro le labbra. 'Apri la bocca, puttana innocente,' comandò il barbuto, la mano sudata che gli teneva la testa. Matteo capitolò, le labbra che si aprivano tremanti, e Rocco spinse dentro, l'asta che gli riempiva la bocca, sfregando la lingua e la gola. Il gigante gemette, anni di desiderio che esplodevano in quel calore umido. 'Succhialo,' ordinò, pompando piano, il sudore che colava sul viso di Matteo mentre lui ingoiava, tossendo, le lacrime che rigavano le guance.
Bruno si posizionò dietro, strappando i pantaloni di Matteo con un gesto secco. Il culo del ragazzo era pallido e stretto, esposto all'aria umida. 'Guardate questo buco vergine,' rise Bruno, sputando sulla cappella del suo cazzo e premendola contro l'anello muscolare. Matteo mugolò intorno al cazzo di Rocco, il corpo che si irrigidiva, ma Dario gli tappò la bocca con una mano pesante, soffocando i suoni. Bruno spinse, forzando l'ingresso con un bruciore lancinante: centimetro dopo centimetro, il cazzo entrò nel culo esile, dilatandolo senza pietà. 'Cazzo, è stretto da morire,' grugnì Bruno, afferrando i fianchi magri e iniziando a scopare, ogni affondo che sbatteva contro le pareti interne, sfregando la prostata in ondate di dolore e piacere forzato.
Dario attese il suo turno, accarezzando il proprio cazzo con movimenti frenetici, gli occhi affamati fissi sul corpo di Matteo che si contorceva. Rocco accelerò, il cazzo che pulsava in bocca al ragazzo, le palle che schiaffeggiavano il mento. 'Sto per venire,' ringhiò, e lo fece: fiotti caldi e densi di sborra gli inondarono la gola, costringendolo a ingoiare o soffocare. Rocco si ritrasse, un filo di sperma che colava dalle labbra di Matteo, e Dario prese il suo posto, spingendo il cazzo in bocca con foga, scopandogli la faccia mentre Bruno continuava a inculare il culo.
Il ritmo si intensificò, i tre giganti che si alternavano. Bruno venne per primo nel culo di Matteo, il cazzo che si contraeva, sparando sborra calda e appiccicosa dentro di lui, colando lungo le cosce pallide o scivolando sulle sue palle dandogli uno strano piacere. Si ritrasse, e Dario lo sostituì, il suo cazzo più lungo che entrava nel buco già lubrificato, spingendo più a fondo, martellando senza sosta. Matteo gemeva, il corpo esausto ma i sensi che capitolavano: il dolore si mescolava a un piacere represso, il suo stesso cazzo – piccolo e indurito contro la sua volontà – che gocciolava sborra sul pagliericcio.
Rocco, ripreso fiato, si unì di nuovo, stavolta dietro. Mentre Dario scopava la bocca, Rocco entrò nel culo accanto al residuo di sborra, stirandolo ulteriormente. 'Prendici tutti,' ordinò, il sudore che gli colava dalla barba sul dorso di Matteo. Lo inculò con spinte potenti, le mani che gli strizzavano le natiche esili, lasciando lividi. Dario venne in bocca, un'esplosione salata che Matteo ingoiò meccanicamente, e poi fu il turno di Bruno alla bocca, il ciclo che si ripeteva in un'orgia di brama accumulata.
Ore dopo, quando i tre giganti si ritrassero, esausti e soddisfatti, Matteo giaceva sul pagliericcio, il corpo fradicio di sudore, sborra e piscio – perché alla fine, per marcare il territorio, Rocco aveva pisciato sul suo viso, un getto caldo e umiliante che gli aveva lavato via le lacrime. I giganti russavano ora, i cazzi finalmente molli dopo anni di negazione, ma Matteo fissava il soffitto umido, i sensi capitolati in un misto di terrore e sazietà forzata. La prigione sotterranea aveva reclamato la sua innocenza, e la tensione repressa si era trasformata in un rituale cupo, inevitabile come il buio eterno intorno a loro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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