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Gay & Bisex

yoschimoto III parte


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
07.05.2026    |    839    |    1 7.0
"E mentre venivi scopato da Kevin, si è staccato e si è attaccato al preservativo..."
Il Transistor della Castità

Chiara era seduta sul lettino ginecologico, le gambe aperte nei supporti metallici, il foglio di carta che le crudelava sotto le natiche. Il dottor Moretti, un uomo sulla sessantina con occhi da pesce lesso, indossava i guanti di lattice con uno schiocco professionale. Per mesi Chiara si era chiesta perché, dopo essere stata una troietta scatenata, si fosse improvvisamente trasformata in una monaca. Niente più sesso orale, niente più scopate anali, niente più orgasmi multipli con sconosciuti. Solo quella lenta, metodica, noiosissima penetrazione vaginale con Yoschimoto, una volta a settimana, come un rito religioso.

«Senta, dottore,» disse Chiara, la voce incrinata dalla frustrazione. «Non ho più voglia di fare sesso. Prima ero una pornostar, adesso mi eccito solo a pensare a un coniglio. Cosa cazzo mi sta succedendo?»

Il dottor Moretti infilò lo speculum con gesto esperto, e la luce fredda della lampada illuminò l'interno della sua vagina. Lui si chinò, gli occhi stretti dietro le lenti, e poi emise un fischio sommesso.

«Beh, questa è nuova. C'è un corpo estraneo qui dentro. Sembra... un transistor?»

Chiara si irrigidì. «Un che?»

Il dottore prese una pinza lunga e, con una delicatezza quasi chirurgica, estrasse un piccolo oggetto di plastica e metallo, con due piedini di rame ancora umidi di secrezioni vaginali. Lo tenne in alto, e nella luce della lampada sembrava quasi innocuo. Un transistor, sì, di quelli che si trovano nei vecchi circuiti radio.

«Qualcuno te l'ha infilato qui dentro,» disse il dottore, posandolo su un vassoio di acciaio. «Probabilmente durante un rapporto. Questo aggeggio emetteva una debole corrente che interferiva con i tuoi nervi, spegnendo letteralmente il tuo desiderio sessuale. Sei stata castrata elettronicamente per mesi.»

Il sangue di Chiara si fece di ghiaccio, poi bollente. Castrata. Loro l'avevano castrata. Lei, che aveva scopato in ogni parcheggio della città, che aveva preso cazzi in gola e nel culo come se fossero caramelle, era stata ridotta a una bambola obbediente da un piccolo pezzo di silicio.

«Chi è stato?» ringhiò, già sapendo la risposta. «Yoschimoto. Quel bastardo di Yoschimoto. Lui e suo padre. Lo sapevo. Lo sapevo che c'era qualcosa di strano in quella malinconia. Mi hanno programmata come un robot.»

Saltò giù dal lettino, strappandosi il camice di carta, e afferrò il transistor con mano tremante. Lo strinse nel pugno fino a sentire i bordi taglienti che le penetravano la pelle. Sanguinava, ma non le importava.

«Adesso voglio vendicarmi,» sibilò. «Chiamo i miei amici XXL. Quelli che mi hanno riempito di sborra in faccia la notte di Capodanno. Se Yoschimoto mi ha castrata, loro lo inculeranno fino a fargli vedere le stelle. E poi voglio pisciargli in faccia mentre lo guardo strisciare.»

Il dottor Moretti sollevò un sopracciglio, ma non disse nulla. In quella clinica aveva visto di tutto.

---

Due settimane dopo, Chiara aveva tutto pronto. I tre amici XXL – Luca, Marco e il gigante nero di nome Kevin – erano in attesa nel suo garage, armati di lubrificante, preservativi e una telecamera. Yoschimoto sarebbe arrivato per la solita sessione settimanale di sesso noioso. Ma stasera, le cose sarebbero cambiate.

Yoschimoto entrò nella stanza con il suo solito sorriso tranquillo, la camicia bianca impeccabile, i pantaloni scuri. Si avvicinò a Chiara, le mise una mano sulla guancia, e la baciò dolcemente. Lei ricambiò, ma nei suoi occhi c'era una tempesta.

«Yoschimoto, stasera ho voglia di fare qualcosa di diverso,» mormorò Chiara, fingendo una timidezza che non provava da anni. «Voglio legarti. Solo per gioco. Sì?»

Lui esitò un istante, poi annuì. Era convinto di avere il controllo. Non sapeva che lei aveva scoperto tutto.

Chiara lo guidò verso il termosifone in ferro battuto che scaldava la stanza, e con una rapida manovra gli bloccò i polsi dietro la schiena, stringendoli con una fascetta di plastica al tubo caldo. Yoschimoto sussultò per il calore, ma non oppose resistenza. Forse pensava fosse un gioco erotico. Forse era troppo arrogante per sospettare.

«Così va bene?» chiese lui, la voce calma.

«Perfetto,» rispose Chiara, facendo un passo indietro.

Poi batté le mani due volte. La porta si spalancò e i tre amici XXL entrarono, i corpi massicci che riempivano la stanza. Luca, il più basso, aveva un cazzo già duro che sporgeva dai pantaloni abbassati. Marco stringeva una bottiglia di lubrificante. Kevin, nero come la pece e alto quasi due metri, si era già tolto la maglietta, mostrando un petto scolpito come una roccia.

«Cosa... cosa sta succedendo?» balbettò Yoschimoto, gli occhi che si sgranavano.

«Hai messo un transistor nella mia figa, bastardo,» ringhiò Chiara, avvicinandosi a lui con il piccolo oggetto stretto nel palmo. «Mi hai reso una brava bambina. Hai fatto di me una marionetta. Adesso ti farò vedere cosa significa essere una troia.»

Kevin si fece avanti per primo. Non ci furono preamboli. Afferrò Yoschimoto per i capelli, gli piegò la testa in avanti, e gli infilò il proprio cazzo in bocca senza preavviso. Yoschimoto soffocò, la gola che si contrasse attorno alla lunga asta nera, ma i suoi occhi, per la prima volta, mostrarono paura.

«Succhia, cazzo!» ordinò Kevin, le mani che gli tenevano la testa ferma, mentre iniziava a pompare dentro e fuori dalla sua bocca con ritmo violento. «Ti piace? Eh? Ti piace avere un cazzo in gola? Così tua madre non ti riconoscerà quando avrai finito.»

Luca e Marco intanto si erano posizionati dietro Yoschimoto. Con un gesto rapido, gli abbassarono i pantaloni e i boxer, scoprendo il suo culo bianco e glabro. Il ragazzo giapponese cercò di divincolarsi, ma i polsi erano bloccati al termosifone, e Kevin teneva la sua testa come una morsa.

«Spalancalo,» disse Marco, sputando sulle proprie dita e infilandole senza gentilezza nell'ano di Yoschimoto. Il giapponese gemette, un suono soffocato dal cazzo di Kevin che gli riempiva la gola. Luca intanto spalancò un barattolo di lubrificante e ne versò un flusso generoso sulla fessura, che colò lungo le natiche.

«Ecco, così sarà più facile,» rise Luca. «Preparati, principessa. Ti faremo il culo come non hai mai sognato.»

Il primo a entrare fu Marco. Si posizionò dietro, allineò la punta del suo cazzo duro all'ano lubrificato, e spinse. Yoschimoto lanciò un urlo strozzato, il corpo che si tendeva come una corda di violino. Il cazzo di Kevin gli fu infilato ancora più in gola, quasi fino alla base, e i gorgoglii umidi mescolarono dolore e soffocamento.

«Più forte,» sussurrò Chiara, che si era seduta su una sedia di fronte a loro, le gambe accavallate, una mano che già giocava con la propria fica attraverso i pantaloni. «Voglio vederlo soffrire. Voglio vederlo godere.»

Marco cominciò a muoversi, colpi lenti all'inizio, poi sempre più profondi. L'ano di Yoschimoto si dilatava attorno all'asta, la pelle tesa e lucida di lubrificante. Ogni spinta faceva sobbalzare il corpo legato, e Kevin continuava a muovere la testa di Yoschimoto avanti e indietro sul proprio cazzo, un ritmo sincopato che faceva schioccare la saliva.

«Sì, sì, così,» ansimò Kevin, la voce roca. «Sto per sborrare. Dove lo vuoi? In bocca o in faccia?»

«In bocca,» ordinò Chiara. «Voglio che lo deglutisca. Voglio che assaggi ogni goccia di ciò che gli diamo.»

Kevin aumentò la velocità, le mani che stringevano i capelli neri di Yoschimoto, i fianchi che si muovevano come pistoni. Dopo meno di un minuto, emise un ruggito e si irrigidì, il cazzo che pulsava mentre scaricava un torrente di sperma caldo direttamente in gola del giapponese. Yoschimoto deglutì involontariamente, gli occhi pieni di lacrime, il viso rosso per lo sforzo.

Kevin si ritirò, e un filo di sborra bianca colò dal labbro di Yoschimoto. «Bravo, troietta. Hai ingoiato tutto. Sei una brava troietta.»

Intanto, Marco continuava a scoparlo nel culo, il ritmo che aumentava. Luca si mise di fianco, si masturbava guardando la scena, la punta del suo cazzo che gocciolava pre-eiaculato.

«Tocca a te,» disse Marco a Luca, rallentando. «Fammi vedere come lo prendi.»

Luca si posizionò, e mentre Marco si ritirava, lui infilò il suo cazzo subito dopo, senza interruzione. Yoschimoto gemette ancora, il corpo che ormai non opponeva più resistenza. Era un peso morto appeso al termosifone, i polsi segnati dalla fascetta, le gambe tremanti.

Chiara si alzò, si avvicinò, e si chinò davanti a Yoschimoto. Gli sollevò il mento con un dito, costringendolo a guardarla negli occhi.

«Perché?» chiese, la voce fredda. «Perché hai fatto questo? Dimmi la verità, o farò in modo che la prossima volta che entrano nel tuo culo saranno tre cani.»

Yoschimoto ansimò, la bocca ancora piena di sborra, le guance rigate di lacrime. «Mio padre... è stato mio padre...» mormorò, la voce rotta. «Mi ha detto di metterti il transistor mentre dormivi. Voleva che diventassi una brava ragazza, che studiassi, che smettessi di essere una puttana. Lui... lui ha progettato tutto. Mi ha dato il transistor già pronto. L'ho infilato con un dito mentre eri addormentata dopo quella sera che abbiamo scopato per la prima volta.»

Chiara rimase immobile. Poi sorrise. Un sorriso lento, crudele.

«Allora non è stata colpa tua. È stato tuo padre. Ma tu sei stato lo strumento. E gli strumenti vanno distrutti.»

Si rialzò e fece un cenno a Kevin. Il gigante nero afferrò Yoschimoto per i fianchi e lo sollevò leggermente, mentre Marco e Luca si mettevano ai lati. Iniziò una coreografia brutale: un cazzo che entrava nella bocca di Yoschimoto, uno nel culo, e uno sul viso che lo schiaffeggiava. Un turbine di carne e sudore che durò venti minuti. Ogni volta che uno veniva, un altro prendeva il suo posto. Il corpo di Yoschimoto divenne un ricettacolo di sborra, il culo arrossato e dilatato, la faccia imbrattata di bianco, la lingua che penzolava.

A un certo punto, mentre Kevin lo stava montando nel culo con colpi profondi, qualcosa di strano accadde. Yoschimoto, nonostante il dolore e l'umiliazione, cominciò a gemere in modo diverso. Un gemito di piacere. Il suo cazzo, che fino a quel momento era rimasto flaccido, cominciò a irrigidirsi. E poi, con un singhiozzo, venne. Sborra calda schizzò fuori dal suo cazzo, macchiando il pavimento.

«Che cazzo?» esclamò Luca, fermandosi. «Gli piace? Si è eccitato mentre lo inculavano?»

Kevin si ritirò lentamente, e nell'estrarre il cazzo dall'ano di Yoschimoto, qualcosa rimase attaccato al preservativo. Un oggetto piccolo, di plastica e metallo. Un altro transistor.

«Cosa diavolo è quello?» chiese Marco.

Chiara si avvicinò, lo raccolse con due dita. Era identico a quello che il dottor Moretti le aveva estratto dalla vagina. Lo guardò, poi guardò Yoschimoto, che ansimava, il viso devastato ma gli occhi improvvisamente lucidi di un piacere proibito.

«Un secondo transistor,» mormorò Chiara. «Lo avevi nel culo. Qualcuno te l'ha infilato. Forse tuo padre. Forse tu stesso. E mentre venivi scopato da Kevin, si è staccato e si è attaccato al preservativo.»

Yoschimoto scoppiò a ridere. Una risata isterica, rotta dai singhiozzi. «Mio padre... mio padre mi ha messo anche quello. Mi ha detto che doveva controllare anche me. Che dovevo restare casto dopo averti messo il transistor. Ma io... io volevo scopare. E invece mi ha reso un eunuco. Finché non ho cominciato a prendere cazzi nel culo. L'unico modo per eccitarmi. Per sentire qualcosa.»

«Sei una troia,» rise Chiara, gettando il transistor a terra e schiacciandolo con il tacco. «Sei sempre stato una troia. Io ero una troia di natura. Tu sei una troia per costrizione. Ma adesso siamo liberi.»

Kevin abbassò la telecamera, che aveva ripreso tutto. «Che facciamo adesso?»

Chiara si avvicinò a Yoschimoto, gli mise una mano tra le gambe, e sentì il suo cazzo ancora duro. Gli sorrise, ma nei suoi occhi c'era ancora una scintilla di vendetta.

«Adesso,» disse, «lo slego. Lo metto in ginocchio. E gli piscio in faccia. Come promesso.»

Staccò la fascetta dai polsi di Yoschimoto. Il ragazzo cadde in ginocchio, il corpo segnato, la faccia piena di sborra e lacrime. Chiara si abbassò i pantaloni, si accovacciò sopra di lui, e lasciò che un getto di urina calda gli inondasse il viso, filtrando tra i capelli, colando lungo il collo. Yoschimoto chiuse gli occhi, ma non si sottrasse. Aprì la bocca, lasciando che una parte entrasse, come un atto di sottomissione finale.

«Sei mio adesso,» disse Chiara, finito il getto, tirandosi su i pantaloni. «Tu, e tuo padre, e tutti i giapponesi che vogliono castrare le ragazze. Sarete le nostre troiette. Ecciterete solo quando noi vi inculeremo. E vivrete per servirci.»

Yoschimoto annuì, la faccia bagnata di urina e sperma, un sorriso ebete stampato sulle labbra.

Kevin spense la telecamera. «E vissero puttane e contenti,» disse, ridendo.

E fu così. Chiara ricominciò a scopare come una pazza, con chiunque, ovunque. Yoschimoto diventò il suo schiavo sessuale, e ogni volta che voleva venire, doveva essere preso nel culo da lei o da uno degli XXL. Suo padre, scoperto il piano, fu ricattato con i video, e costretto a pagare per il silenzio. La casa di Yoschimoto divenne un bordello privato, dove ogni fantasia era permessa, ogni perversione celebrata. E il transistor della castità, quello vero, finì in una teca di vetro, come trofeo di una guerra vinta con il culo e con la figa.

E vissero puttane e contenti.
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