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Il cittadino Kizomba


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
05.03.2026    |    1.297    |    0 8.2
"Non contenti, pisciarono – getti caldi e salati che lo lavarono dal cranio ai piedi, mescolandosi alla sborra in pozze appiccicose..."
Kizomba e i suoi quattro fratelli atterrarono in quel piccolo paese di montagna con un furgone malconcio e rumoroso, carico fino all'inverosimile di scatoloni di merce e di sogni di una nuova vita. Il villaggio, un tempo un punto di riferimento per pastori e contadini, era ormai un relitto dimenticato: case in pietra grigia con tetti sfondati, stradine tortuose coperte di polvere e erbacce, e solo una decina di anziani abitanti che si trascinavano tra le rovine. Le autorità regionali, disperate per ripopolare la zona, avevano lanciato un'iniziativa folle: vendere le case a un euro simbolico. I fratelli, arrivati dal Congo con i loro corpi robusti e le pelli nere lucide sotto il sole italiano, avevano colto al volo l'opportunità. Kizomba, il maggiore a trent'anni, era un colosso di muscoli forgiati dal lavoro nei campi africani, con un sorriso contagioso e occhi che brillavano di astuzia. I suoi fratelli – Musonda, alto e magro ma con un cazzo che sembrava scolpito nel legno duro; Tembo, tozzo e potente come un toro; Lemba, agile e veloce; e il più giovane, Zola, con un'aria innocente che nascondeva una fame insaziabile – lo seguivano fedeli, pronti a tutto.

Sistemarono il loro quartier generale in una bottega vuota al centro della piazza deserta, un locale polveroso con un'insegna sbiadita che un tempo ospitava un panificio. Kizomba decise di aprire un negozio di biancheria intima stile country: reggiseni di pizzo grezzo con stampe di fiori selvatici e mucche al pascolo, mutandine di cotone spesso con volantini che evocavano prati verdi e stalle accoglienti, ma con tagli audaci che lasciavano poco all'immaginazione – aperture strategiche per l'accesso rapido, inserti trasparenti che mettevano in mostra curve e intimità. 'Qui, la gente ha bisogno di sentire il calore,' disse Kizomba ai fratelli mentre svuotavano gli scatoloni, ridendo della loro ignoranza della lingua italiana. Non parlavano una parola di italiano, solo un misto di swahili e francese approssimativo, ma i gesti e i sorrisi bastavano.

La signora Felice era l'unica donna rimasta in quel paesello fantasma. A quarant'anni, vedova da cinque lunghi anni dopo che il marito era morto in un incidente in miniera, viveva in una casupola isolata ai margini del bosco, curando un orto spelacchiato e contando le stelle per combattere l'insonnia. Il suo corpo, segnato dal tempo ma ancora florido, tradiva una vitalità repressa: seni pesanti che oscillavano liberi sotto i vestiti logori, fianchi larghi pronti a cullare, e una figa che pulsava di un desiderio che la teneva sveglia notti intere, bagnata e irrequieta. Quando passò davanti alla nuova insegna – 'Intimo Country di Kizomba' – dipinta a mano con colori vivaci, sentì un fremito tra le cosce. 'Biancheria? Qui? Con me unica femmina?' mormorò tra sé, ma l'idea le accese una scintilla proibita.

Il paese non tardò a reagire con mugugni e critiche feroci. I vecchietti riuniti al bar, l'unico posto ancora vivo, scuotevano la testa: 'Che porcheria, vendere mutandine in un posto di santi e pecore! E con una sola donna, poi?' Il sindaco Luigi, un uomo di cinquant'anni grassoccio, con baffi brizzolati e un'aria da padrone del nulla, fu il più indignato. Vestito con una giacca sdrucita e un bastone che usava più per fare scena che per camminare, convocò una riunione improvvisata in piazza. 'È un insulto alla nostra tradizione! Chi comprerà reggiseni qui, con Felice che è l'unica a poterli indossare? Chiuderò quel postaccio!' tuonò, mentre i fratelli, dal negozio, lo osservavano confusi attraverso la vetrina, ridacchiando.

Ma la curiosità è una bestia insidiosa, specialmente per un uomo come Luigi, sposato con una moglie lontana in città e privo di eccitazioni da anni. Il giorno dopo, entrò nel negozio con passo marziale, il bastone che ticchettava sul pavimento di legno. 'Voglio ispezionare questa merce oscena,' annunciò, ignorando il saluto caloroso di Kizomba. Il congolese, non capendo una sillaba, annuì entusiasta e versò una bevanda in una tazza di terracotta: un intruglio tradizionale del suo villaggio, un misto di rum africano, erbe afrodisiache e spezie che scaldavano il sangue come un fuoco interiore. 'Amico, bevi,' disse Kizomba in un inglese stentato, porgendogliela con un sorriso.

Luigi, offeso ma intrigato, bevve un sorso per dimostrare superiorità. Il liquido gli bruciò la gola, poi si diffuse come lava: calore nel petto, vertigini nella testa, e un formicolio insistente tra le gambe. 'Mostrami tutto,' ordinò, afferrando un reggiseno dal bancone e agitandolo. Kizomba rise, pensando fosse un gioco, e gli porse un paio di mutandine rosa con merletti country. Un altro sorso, e Luigi barcollò; i fratelli lo sorressero, le loro mani forti che lo palpavano 'per aiutarlo'. Senza rendersene conto, si tolse la giacca, poi la camicia, rivelando una pancia molle e pelosa. 'Che... sto facendo?' balbettò, ma il calore lo spinse avanti: pantaloni giù, boxer via, e si infilò il reggiseno e le mutandine, il tessuto che gli stringeva il cazzo semi-eretto.

Kizomba tirò fuori il telefono, accendendo la videocamera con un ghigno. 'Bella prova,' disse, e i fratelli circondarono il sindaco. Musonda slacciò i pantaloni, tirando fuori il suo cazzo lungo e curvo, già duro come ferro. Luigi, annebbiato, si lasciò spingere in ginocchio. La bocca si aprì sul glande salato, e iniziò a succhiare: lingua che leccava la vena pulsante, labbra che si tendevano intorno all'asta spessa. 'Succhialo, amico,' ordinò Kizomba, filmando da vicino mentre Luigi pompava con la testa, la gola che gorgogliava. Tembo si unì, infilandogli il suo cazzo tozzo e grosso in bocca alternandosi, facendolo sbavare.

Non si fermarono lì. Lemba abbassò le mutandine di Luigi, esponendo il culo pallido e stretto. Con un sputo, gli spinse due dita dentro, dilatandolo, poi il cazzo: una penetrazione secca che lo fece urlare intorno al membro in bocca. Kizomba lo scopò in bocca con affondi ritmici, il cazzo che gli toccava la gola, mentre Tembo lo inculava da dietro, palle che sbattevano contro le natiche. Zola e Musonda si masturbavano accanto, schiaffeggiandogli il viso con i loro cazzi. La potenza era travolgente: spinte violente che lo scuotevano come una bambola, il corpo di Luigi che tremava tra dolore e un piacere umiliante che gli faceva gocciolare pre-sborra dalle mutandine.

Vennero in sequenza: Kizomba prima, sborra calda che gli riempì la bocca, facendolo tossire e ingoiare; poi Tembo nel culo, seme che colava lungo le cosce. Gli altri lo coprirono: getti bianchi sul viso, sui seni finti del reggiseno. Non contenti, pisciarono – getti caldi e salati che lo lavarono dal cranio ai piedi, mescolandosi alla sborra in pozze appiccicose. Luigi collassò, esausto, e i fratelli lo trascinarono nella stalla adiacente al negozio, dove un cavallo lo fissò con occhi indifferenti. Si svegliò ore dopo, nudo, ricoperto di piscio e sborra secca, il culo dolorante e la mente annebbiata da ricordi confusi. Ma un brivido lo percorse: voleva di più.

La seconda a cadere nella rete fu Felice. Quella notte, rigirandosi nel letto, la figa le doleva di voglia, bagnata al pensiero di quei corpi neri e forti. L'indomani mattina, bussò alla porta del negozio con un cesto di uova come scusa. 'Vorrei... vedere la merce,' disse arrossendo, gli occhi che saettavano sui fratelli. Kizomba capì al volo, chiuse la saracinesca e la portò nel retro, una stanza con mucchi di biancheria e un materasso improvvisato.

La spogliarono lentamente: prima il vestito, rivelando seni cadenti con capezzoli duri; poi le mutande, esponendo la figa pelosa e già lucida. 'Bella,' mormorò Kizomba, leccandole il collo mentre Musonda le succhiava un seno, mordicchiando il capezzolo. Felice gemette, le mani che afferravano i loro cazzi duri attraverso i pantaloni. Non persero tempo: Kizomba la sdraiò su un tappeto di mutandine, le aprì le cosce carnose e le infilò il cazzo nella figa con un affondo potente. La penetrò profondo, l'asta che sfregava le pareti interne, facendola urlare di piacere. 'Fottimi, sì!' gridò lei, le unghie che graffiavano la sua schiena.

I fratelli si alternarono senza pietà: Tembo le leccò il clitoride gonfio mentre Kizomba la scopava, la lingua che guizzava veloce; Lemba le infilò le dita piene di vasellina nel culo, preparandola. Poi la girarono a pecorina: Zola nel culo stretto, spingendo piano all'inizio poi con forza, dilatandola; Musonda in bocca, facendola succhiare avida. La figa schizzava succhi, e loro la riempirono: sborra calda che le colmava l'utero, getto dopo getto, traboccando e colando sulle cosce. Ogni giorno era uguale: Felice arrivava all'alba, si spogliava, e loro la usavano – cazzi che entravano nella figa, nel culo, in bocca, facendola venire in ondate, i seni che rimbalzavano, il corpo sudato e tremante.

Dopo una settimana, le nausee arrivarono: incinta di due gemelle, il ventre che iniziava a gonfiarsi. Felice era raggiante, non turbata: 'Grazie, Kizomba, per questi articoli splendidi!' disse, accarezzandosi la pancia. Organizzò una festa nel paese – un barbecue in piazza con musica africana portata dai fratelli. Invitò tutti: i vecchietti, il sindaco (che arrossì ma venne), e sparò la voce oltre i confini. 'Provate la biancheria, è magica!' gridò, ma il sottinteso era chiaro.

La voce si sparse come un virus. Turisti da città vicine arrivarono in pullman: coppie curiose, single in cerca di avventura, e un gruppo di travestiti da Milano, truccati e audaci in tacchi alti. Il negozio esplose: una travesta bionda provò un reggiseno country, finendo nuda a succhiare il cazzo di Tembo, le labbra rosse tese intorno all'asta; un'altra si lasciò inculare da Lemba sul bancone, il culo stretto che ingoiava il membro mentre gemiva. Kizomba incassava forte: vendite di intimo e 'prove private' che finivano in gang bang improvvisati, sborra che macchiava la merce.

Ma i fratelli non reggevano il ritmo. Kizomba chiamò i parenti dal Congo: cugini muscolosi, zii con cazzi leggendari, arrivando a venti uomini in totale. Il villaggio rinacque: case comprate a un euro da famiglie miste, donne che arrivavano per 'l'aria pura' ma restavano per i cazzi potenti. Ogni sera, il retro del negozio era un'orgia: fighe riempite di sborra, culi dilatati da penetrazioni multiple, bocche che ingoiavano seme. I travestiti organizzavano serate tematiche, vestendosi da contadine e finendo pisciati e scopati in gruppo.

Dieci anni dopo, il paese era un boom demografico: la più alta percentuale di nascite in Italia, con culle piene di bimbi misti che correvano tra le case ristrutturate. Donne incinte ovunque, pance gonfie di vita, e uomini che lavoravano i campi con nuova energia. Il ministero degli Interni chiamò il sindaco Luigi: 'Spieghi questa esplosione! Che incentivi state usando?' Luigi, ormai calvo e appesantito, sudò al telefono. 'È... l'aria di montagna, signore. E le case a un euro.' Non poteva dire la verità: che ogni tanto, di notte, si intrufolava nel negozio, si inginocchiava davanti a Kizomba e succhiava quel cazzone enorme, la gola piena, mentre i fratelli lo inculavano e pisciavano sul suo corpo sottomesso. Il segreto teneva il villaggio vivo, e il piacere non aveva fine.
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