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Gay & Bisex

Carico proibito 5


di MASQUARATE
16.10.2026    |    1.301    |    2 9.8
"Guardava lo zio che si insaponava il petto, le ascelle, il cazzo con totale indifferenza..."

I colpi divennero più forti.
Paolo non andava più piano. Le anche si muovevano con forza, il cazzo grosso che entrava e usciva con un ritmo sempre più deciso. Ogni spinta faceva battere le palle pelose contro le natiche di Mauro. Il suono era umido, carnale, accompagnato dallo scricchiolio della cuccetta e dai gemiti sempre più aperti del nipote.
Mauro aveva le gambe spalancate, le cosce che tremavano. Le mani non sapevano più dove andare: una strizzava i peli del petto di Paolo, l’altra si aggrappava al bordo della cuccetta. A ogni affondo sentiva il cazzo dello zio arrivare più a fondo, stirarlo, riempirlo completamente. Il dolore iniziale si era trasformato in un piacere bruciante che gli partiva dalla schiena e gli saliva fino alla gola.
«Più forte…», gemette. La voce era rotta, quasi piagnucolosa. «zio… più forte.»
Lo zio obbedì. Si sollevò un poco sulle ginocchia, afferrò le cosce di Mauro e le piegò verso il petto. La nuova posizione gli permise di entrare ancora più in profondità. I colpi divennero secchi, pesanti. Il corpo massiccio e peloso di Paolo copriva quasi completamente quello snello del nipote. Il sudore gli gocciolava dalla barba sul petto di Mauro.
«Guardami», ansimò Paolo. La voce era un ringhio basso. «Guardami come ti prendo.»
Mauro abbassò lo sguardo. Vide il cazzo scuro e lucido dello zio che spariva e riappariva tra le sue natiche. La visione lo fece gemere più forte. Il proprio cazzo, dimenticato tra i loro corpi, pulsava rosso e gocciolante, strofinandosi contro il ventre peloso di Paolo a ogni spinta.
Paolo se ne accorse. Una mano scese, afferrò il cazzo di Mauro e cominciò a pomparlo con lo stesso ritmo dei suoi colpi. La presa era forte, callosa, quasi troppo stretta. Mauro gettò la testa all’indietro, un grido soffocato gli uscì dalle labbra.
«Cazzo… sto… sto per…»
«Non ancora», lo interruppe Paolo. Rallentò di colpo. Restò sepolto fino in fondo, immobile, solo il respiro pesante che gli usciva dal naso. La mano sul cazzo di Mauro si fermò, ma non lo lasciò. Solo lo strinse alla base, impedendogli di venire.
Mauro si contorse. Un lamento frustrato gli uscì dalla gola. I fianchi cercavano di muoversi, di ottenere più contatto, ma Paolo lo teneva fermo con il peso del corpo.
«Non ancora», ripeté lo zio, più basso. Gli occhi scuri erano socchiusi, lucidi di eccitazione. «Voglio sentirti venire mentre ti fotto. Ma quando lo dico io.»
Restò immobile ancora qualche secondo. Mauro ansimava, il corpo teso come una corda. Sentiva il cazzo di Paolo pulsare dentro di lui, caldo, duro, a un passo dal farlo esplodere.
Poi Paolo ricominciò.
Questa volta non ci fu più niente di lento. I colpi furono profondi, veloci, quasi brutali. La cuccetta scricchiolava forte. Il suono dei corpi che si scontravano riempiva la cabina. Paolo pompava il cazzo di Mauro con la stessa urgenza, la mano scivolosa di liquido.
Mauro non resse più. Gli occhi si chiusero. La schiena si inarcò. Un grido lungo e rotto gli uscì dalla gola mentre veniva. Il cazzo gli esplose nella mano di Paolo, schizzi caldi che gli finirono sul ventre, sul petto, sui peli dello zio. Le contrazioni interne lo strinsero forte intorno al cazzo che lo stava ancora scopando.
Paolo non si fermò. Continuò a fotterlo attraverso l’orgasmo, più forte, più a fondo, godendo di ogni spasmo. Solo quando Mauro cominciò a tremare per la troppa sensibilità, lo zio si lasciò andare.
Un ringhio basso, gutturale, gli uscì dalla gola. Si piantò fino in fondo e venne. Mauro sentì il calore spandersi dentro di lui, a ondate, mentre il cazzo di Paolo pulsava e si scaricava in profondità. Lo zio restò fermo, il corpo massiccio che lo schiacciava, il respiro pesante contro il suo collo.
Per lunghi secondi non si mossero.
Solo il suono dei respiri, il ticchettio lontano di qualche goccia di sudore, e il calore che restava tra loro.
Paolo ritirò lentamente il cazzo. Mauro gemette per la sensazione di vuoto. Un filo di sborra gli scivolò lungo la coscia. Lo zio si lasciò cadere di fianco, ancora ansimante, un braccio grosso che restò posato sul petto di Mauro.
Il silenzio tornò. Denso. Caldo.
Paolo girò appena la testa. La voce uscì bassa, roca, quasi un sussurro.
«Adesso… dormiamo così.»

Mauro si svegliò con la luce debole che filtrava dalle tendine della cabina. Per un attimo non capì dove fosse. Poi sentì il calore del corpo massiccio accanto al suo, i peli del petto di Paolo che gli solleticavano la schiena, un braccio pesante ancora abbandonato sul suo fianco.
Il ricordo della notte precedente gli arrivò tutto insieme. Il calore gli salì subito alle guance. Si irrigidì.
Paolo, invece, si svegliò con la stessa naturalezza di sempre. Sbadigliò, si grattò la barba e gli diede una pacca leggera sulla coscia.
«Alzati, ragazzo. Bisogna fare una doccia e ripartire.»
Nessun tono particolare. Nessuna allusione pesante. Solo quella leggerezza che a Mauro sembrava quasi impossibile.
Scesero. L’autogrill al mattino era più quieto. Andarono verso i bagni e le docce. Paolo aprì un box senza esitazione e fece cenno a Mauro di entrare con lui. L’acqua calda cominciò a scrosciare. Il vapore salì in fretta.
Mauro si ritrovò di nuovo nudo accanto a quello corpo enorme e peloso. Guardava lo zio che si insaponava il petto, le ascelle, il cazzo con totale indifferenza. Il proprio, invece, cominciò a indurirsi quasi subito. Paolo se ne accorse. Sorrise appena, scosse la testa e gli diede un colpetto leggero sul fianco con il dorso della mano.
«Non ora, ragazzo. Abbiamo tempo.»
Si risciacquarono in silenzio. Mauro riuscì a calmarsi solo a metà. Si rivestirono e tornarono al camion.
Ripartirono.
A metà mattinata il silenzio di Mauro era diventato troppo evidente. Paolo guidava con una mano sola, l’altra sul cambio. Ogni tanto gli lanciava un’occhiata.
«Sei muto da un pezzo», disse alla fine. «Ti è piaciuto? Cosa pensi? Cosa senti?»
Mauro guardò fuori dal finestrino. Le guance gli bruciavano di nuovo, ma la voce gli uscì carica, quasi tremante di eccitazione.
«Mi è… mi è piaciuto troppo. Tutto. Il modo in cui mi hai preso. Come mi sono sentito dopo. Ancora adesso… ci penso e mi viene duro.»
Paolo annuì piano, senza togliere gli occhi dalla strada. Poi, con una mossa fulminea, si calò i pantaloncini sotto le palle e restò a cazzo di fuori. Pesante, ancora morbido, ma già un po’ gonfio.
«Toccato piano mentre guido», disse con calma. «Prendi confidenza.»
Mauro esitò un attimo. Il cuore gli batteva forte. Poi allungò la mano destra e lo prese. La pelle era calda, setosa, i peli del pube gli solleticavano il dorso della mano. Cominciò a muovere le dita lentamente, su e giù, come la notte prima.
Paolo diede qualche dritta a voce bassa, senza mai alzare il tono.
«Più leggero in cima… sì, così. Usa anche il pollice sul frenulo. Non stringere troppo alla base, lascialo gonfiare.»
Il cazzo dello zio rispose in fretta. Si indurì, si allungò, divenne pesante e caldo nel pugno di Mauro. Quando fu completamente eretto, Paolo parlò di nuovo.
«Adesso prendilo in bocca.»
Mauro si chinò di lato, quanto bastava senza disturbare la guida. Aprì le labbra e lo accolse. Il sapore era salato, maschio, un po’ di sapone rimasto dalla doccia. Paolo continuò a dare consigli mentre guidava, la voce calma e bassa.
«Rilassa la gola. Non usare solo le labbra, muovi anche la lingua sotto. Quando arrivi in fondo, resta un secondo. Respira col naso.»
Mauro cercava di seguire. La testa gli saliva e scendeva, la saliva cominciava a scendere lungo l’asta. Ogni tanto il camion sballonzolava e il cazzo gli sfondava un po’ più in fondo, facendolo tossire piano.
Arrivarono a una piazzola di sosta quasi deserta. Paolo spense il motore, tirò il freno a mano e si sistemò meglio sul sedile, le gambe più aperte. Una mano grossa andò a posarsi sulla nuca di Mauro.
«Adesso resta fermo.»
Afferrò la testa del nipote e cominciò a muovere i fianchi. Gli scopò la bocca con colpi profondi, sempre più decisi. Mauro cercava di stare al passo, ma saliva e lacrime gli riempivano gli occhi. Paolo ansimò più forte, accelerò, e venne. Sborra calda e densa gli riempì la bocca a ondate. Mauro cercò di inghiottire, ma ne venne troppa. Tossì, parte del liquido gli uscì dalle labbra e gli colò sul mento, sulla maglietta, sulle mani.
Paolo scoppiò a ridere di gusto, una risata bassa e genuina, mentre si asciugava il cazzo ancora pulsante con un pezzo di carta.
«Che disastro, ragazzo. Ma ci vuole pratica.»
Mauro era rosso fino alle orecchie, imbarazzato, la faccia sporca di sborra e saliva.
Paolo lo guardò un momento, poi smise di ridere. Con una mossa decisa lo spinse con la schiena contro la portiera del passeggero. Gli calò i pantaloncini e i boxer fino a metà coscia. Il cazzo di Mauro, già duro da un pezzo, scattò fuori.
Lo zio si chinò e lo prese in bocca senza preamboli.
Il pompino fu magistrale. Caldo, umido, profondo. Paolo sapeva esattamente cosa fare: lingua che lavorava sul frenulo, labbra strette, gola che lo accoglieva fino in fondo. Una mano gli teneva le palle, l’altra gli premeva il basso ventre. Mauro non resse quasi niente. Dopo pochi minuti gettò la testa all’indietro, un gemito lungo e rotto gli uscì dalla gola e venne. Paolo non si tirò indietro. Gli bevve tutto, deglutendo con naturalezza, abituato, finché il cazzo di Mauro non smise di pulsare.
Quando alzò la testa, si asciugò le labbra con il dorso della mano e gli sorrise, ancora un filo di sborra all’angolo della bocca.
«Visto? Si impara in fretta.»
Si rialzò i pantaloncini, riaccese il motore e rimise la prima.
Il camion ripartì. Mauro restò seduto, ancora ansimante, i pantaloncini tirati su alla meglio, il sapore della sborra dello zio ancora in bocca e il calore di quella bocca esperta ancora impresso sul proprio cazzo.
Il viaggio proseguiva.
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