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Ludus Carnis - 7. Lo scontro
13.09.2026 |
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"Durante il giorno, tra un allenamento e l’altro, i gladiatori lo prendevano dove capita: nella cella, sotto le docce, dietro i magazzini..."
Quintus lo fece chiamare la sera dopo.Caelan stava ancora nella cella con Marcus quando arrivarono i guardiani. Marcus si alzò subito, nudo, il corpo teso.
«No.»
La parola uscì secca, pericolosa.
Quintus, sulla soglia, alzò un sopracciglio.
«Hai detto no, Marcus?»
«È mio.» La voce di Marcus era bassa, ma piena di minaccia. «L’ho preso io. L’ho segnato io. Non lo dai a nessuno.»
Quintus rise, freddo.
«Sei un gladiatore. Non un padrone. E lui è carne del ludus.»
Marcus si mosse. Fu veloce, violento. Afferrò Quintus per la tunica e lo scaraventò contro il muro. Il pugno partì, colpendo la mascella del lanista. Sangue. Urla. I guardiani si precipitarono. Ci vollero quattro uomini per staccare Marcus, che continuava a colpire, a ringhiare, a cercare di raggiungere Quintus.
«Non toccarlo!» urlò mentre lo trascinavano via. «Non toccarlo, stronzo!»
Lo portarono via a forza. Caelan restò immobile, il cuore che gli martellava in gola, mentre la voce di Marcus si allontanava lungo il corridoio, ancora piena di rabbia.
Quintus aveva il labbro spaccato e gli occhi gelidi.
Si fece portare Caelan nei suoi appartamenti e chiuse la porta con cura.
«Il tuo cane ha abbaiato troppo forte,» disse, togliendosi la tunica. «Adesso paghi tu.»
Lo tenne tutta la notte.
Lo scopò la prima volta sul letto, da dietro, con spinte dure e rabbia. Poi lo fece mettere in ginocchio e gli cacciò il cazzo in gola finché Caelan non lacrimò e la saliva non gli colò sul petto. Si fece leccare ovunque: palle, perineo, buco, piedi, cosce. Poi lo penetrò di nuovo, più lento, più profondo, facendolo venire contro le lenzuola mentre gli mormorava all’orecchio quanto era patetico a godere così.
Quando ebbe finito, lo fece sdraiare per terra, ai piedi del letto, nudo e pieno di sborra.
«Dormi lì. Come un cane.»
Caelan restò a terra, il corpo dolorante, le guance bagnate. Dentro piangeva di rabbia. Ma il corpo… il corpo aveva goduto. E questo gli faceva odiare se stesso ancora di più.
All’alba lo riportarono nelle celle.
Senza Marcus, il ludus era diventato un altro posto.
I gladiatori non aspettarono. Quella stessa mattina, nella sala da bagno, lo spinsero contro il muro e se lo presero a turno. Bocche, cazzi, mani. Caelan non oppose resistenza. Sopportava. E mentre lo facevano, una parte di lui – quella parte sporca e traditrice – si lasciava andare, godeva, veniva con gemiti rotti.
I giorni che seguirono furono un turbinio.
Quintus lo chiamava quasi ogni sera. Lo usava a lungo, lo faceva leccare, lo scopava, lo lasciava dormire per terra. Durante il giorno, tra un allenamento e l’altro, i gladiatori lo prendevano dove capita: nella cella, sotto le docce, dietro i magazzini. Nessuno li fermava. Nessuno li discipliava.
Caelan non aveva riposo.
A volte, di notte, quando tutto taceva, sentiva le urla di Marcus arrivare dall’isolamento. Lontane, rauche, piene di rabbia e di qualcosa che assomigliava a disperazione.
«Caelan!»
Il nome gli attraversava il corridoio come una lama.
Caelan chiudeva gli occhi e stringeva i denti. La rabbia gli bruciava il petto. Le lacrime gli salivano alla gola. Ma quando un altro corpo lo montava, quando un altro cazzo lo riempiva, lui si lasciava trasportare. Godendo. Odiandosi. E pensando solo a una cosa:
Marcus.
E a quanto gli mancava la sua mano possessiva, la sua voce, il suo cazzo che lo faceva sentire suo e di nessun altro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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