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Gay & Bisex

Ludus Carnis - 10. L'attesa


di MASQUARATE
13.09.2026    |    575    |    0 9.6
"Alcuni avevano già il cazzo fuori, in mano, e si accarezzavano piano guardando l’ingresso..."
Lo riportarono in cella dopo la ribellione fallita. Il corpo gli doleva ovunque, il collo ancora segnato dalle dita di Titus. Si lasciò cadere sulla paglia.
Poco dopo la porta si aprì di nuovo. Una guardia anziana, una di quelle che non parlavano mai, gli lanciò un pezzo di stoffa piegata e sparì. Caelan lo aprì con mani tremanti.
Poche parole, scritte in fretta:

Resisti. Al primo segnale, muoviti. Ti sto aspettando. – M.

Caelan lesse due volte. Poi una terza. Un sorriso lento, quasi feroce, gli curvò le labbra. Chiuse il messaggio nel pugno e lo nascose sotto la paglia. Era pronto. Bastava aspettare il segnale.

Li portarono tutti insieme nella sala da bagno. Vapore, acqua calda, odore di olio e di corpi sudati. Appena Caelan entrò nell’acqua, le mani arrivarono.
Lo palpeggiarono senza pudore: petto, culo, cazzo, palle. Lo spinsero a quattro zampe sul bordo basso della vasca. Due gladiatori gli tennero le spalle e le cosce aperte. Un ragazzo dall’aria dura, cicatrici sulle braccia e sguardo freddo, si inginocchiò dietro di lui.
Prima gli passò la lingua sul buco già aperto e sensibile. Leccò piano, poi più a fondo, spingendo la lingua dentro. Caelan gemette. Il ragazzo versò olio caldo direttamente sulla fessura, lo fece scorrere, poi infilò un dito. Poi due. Poi tre. Caelan respirava a scatti. Quattro. Cinque. Le dita si muovevano, allargavano, cercavano. Poi, con un movimento lento e deciso, tutta la mano.
Caelan urlò contro il braccio. Il piacere e il dolore si mescolarono in un’unica ondata. Intorno a lui gli altri non stavano a guardare. Si masturbavano aperti, si spompinavano a vicenda, alcuni venivano già sulle pietre bagnate. Qualcuno gli mise il cazzo in bocca, qualcun altro gli strinse le palle.
Quando la mano uscì, uno dopo l’altro lo montarono.
Il primo entrò con una spinta secca e scopò veloce.
Il secondo più lento, più a fondo.
Il terzo lo fece venire mentre lo fotteva.
Il quarto e il quinto lo usarono mentre lui tremava ancora per l’orgasmo.
Quando finirono, lo presero di peso e lo buttarono in acqua. Due di loro lo seguirono, i cazzi ancora duri e lucidi. Lo lavarono con gesti rudi: mani sul petto, tra le natiche, sul cazzo che pulsava ancora. L’acqua era calda, i loro corpi vicini, i cazzi che gli sfioravano la pelle.
Da sopra arrivarono schiamazzi e voci. Risate, bicchieri che sbattevano.
Una guardia gridò dal corridoio:
«Caelan. Titus. Subito. Il padrone chiama.»
I piani alti
Salirono. Caelan ancora umido, la pelle lucida d’acqua e d’olio, Titus camminava al suo fianco, enorme, silenzioso, gli occhi gialli già affamati.
La stanza era ampia, illuminata da lampade a olio. Una decina di uomini – senatori, ufficiali, amici di Quintus – erano seduti e coricati su lettighe disposte a semicerchio. Tutti a torso nudo o con tuniche aperte. Alcuni avevano già il cazzo fuori, in mano, e si accarezzavano piano guardando l’ingresso.
Quintus alzò una mano.
«Ecco la mia migliore carne. Il nordico… e il suo nuovo padrone.»
Fece un cenno a Titus.
«Voglio che lo usi. Ma non venire subito. Fallo godere. Più volte. Sfiniscilo. Voglio vedere quanti orgasmi riesce a reggere quella cagna prima di crollare.»
Titus non rispose. Afferrò Caelan, lo spinse a quattro zampe al centro del semicerchio e si mise dietro di lui. Gli aprì le natiche con le mani enormi, sputò sul buco già rovinato e entrò con una spinta lunga, inesorabile. Il cazzo granitico lo riempì fino in fondo.
Caelan gemette forte. Gli uomini intorno cominciarono a masturbarsi più velocemente. Alcuni si alzarono per vedere meglio. Titus scopava lento, pesante, ogni spinta calcolata. Una mano gli girò intorno e gli strinse il cazzo, pompando al ritmo delle penetrazioni.
Caelan venne la prima volta dopo pochi minuti, a scatti, la sborra che gli schizzava sulla pietra. Titus non si fermò. Continuò a fotterlo attraverso l’orgasmo, più a fondo, più duro. Caelan piangeva e godeva insieme. Guardava i cazzi intorno a sé: alcuni grossi, alcuni già gocciolanti, tutti tesi verso di lui. Li desiderava. Tutti. E questo lo faceva godere ancora di più, e gli faceva odiare se stesso.
Titus lo fece venire una seconda volta, poi una terza. Ogni orgasmo lo lasciava più debole, più aperto, più perso. Il corpo non reggeva più. Tremava. Gemiti rotti gli uscivano dalla gola. Gli uomini intorno venivano a loro volta, alcuni sulla pietra, alcuni spingendogli il cazzo contro le labbra perché leccasse.
Titus lo teneva ancora, dentro di lui, senza venire, esattamente come Quintus aveva ordinato. Scopava con pazienza crudele, obbligando Caelan a sentire ogni centimetro, ogni vena, ogni spinta.
Caelan aveva gli occhi semi-chiusi, il viso rosso, la bocca aperta. Sopportava. Godendo. Aspettando.
Il messaggio di Marcus gli bruciava ancora nella mente.
Al primo segnale…
Bastava resistere ancora un poco.
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