Gay & Bisex
Marco and Alvin 15
10.09.2026 |
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"Marco venne per primo, il corpo che si contraeva forte, un grido soffocato contro il cuscino..."
Il giorno dopo la luce entrava grigia dalla finestra.Avevano dormito uno contro l’altro, senza toccarsi davvero, solo la presenza a tenere lontano il peggio. Quando Alvin si svegliò, restò a lungo a guardare Marco ancora addormentato. Poi, quando il ragazzo aprì gli occhi, gli parlò a voce bassa, calma, quasi stanca.
«Ho pensato a una cosa.»
Marco si mise a sedere, il cuore già in allarme. Alvin si grattò la barba cresciuta e continuò, guardandolo dritto negli occhi:
«Se la tua fame è così forte… se ogni tanto hai bisogno di altro… posso essere io a procurartelo. Uno, o più di uno. Cazzi diversi. Quando lo decido io, quando ci sono io. Non alle mie spalle. Non di nascosto. Io te li porto. Io ti guardo. Io ti riprendo dopo. Così la voglia la sazi, ma resti mio.»
Marco restò in silenzio.
Il primo istinto fu di dire no. Di scuotere la testa, di dire che non serviva, che bastava Alvin, che non voleva più rischiare di perderlo. Ma sotto quel rifiuto c’era qualcos’altro: un brivido, una voglia che non riusciva a spegnere del tutto. L’idea di essere riempito da sconosciuti scelti da Alvin, mentre lui stava a guardare, mentre lui decideva… lo scuoteva in un modo pericoloso.
Era combattuto.
Non voleva accettare.
O forse sì.
Alla fine abbassò lo sguardo sulle proprie mani e parlò a voce roca:
«Se è quello che vuoi tu… allora va bene anche a me. Non voglio più farti del male. Preferisco che sia tu a scegliere. Sempre.»
Alvin lo fissò a lungo. Poi gli prese il viso tra le mani, i pollici che gli accarezzavano gli zigomi, e lo costrinse a rialzare lo sguardo. Si guardarono negli occhi. Non c’era più rabbia. C’era qualcosa di più complesso: possesso, ferita ancora aperta, e una strana, pericolosa tenerezza.
Si baciarono.
All’inizio fu tenero. Labbra lente, respiro condiviso, quasi un chiedere scusa da entrambe le parti. Poi il bacio si fece più profondo, più affamato. La lingua di Alvin entrò in bocca a Marco con una voglia trattenuta per giorni. Marco rispose con la stessa foga, le mani che gli salivano sotto la maglia, toccando la pelle calda, i muscoli tesi.
Alvin lo spinse sulla poltrona. Si inginocchiò tra le sue gambe, gli aprì i pantaloni e gli prese il cazzo in bocca senza preamboli. Marco gemette, la testa gettata indietro. Alvin lo succhiò con ritmo deciso, le mani che gli tenevano i fianchi. Poi si alzò, si spogliò in fretta e si sedette a sua volta sulla poltrona, tirando Marco sopra di sé.
«Mettilo dentro», ordinò a voce bassa.
Marco si alzò appena, prese il cazzo duro di Alvin e se lo posizionò. Si lasciò scendere piano, sentendo ogni centimetro entrare. Quando fu tutto dentro, cominciò a muoversi. La poltrona scricchiolava. Si baciavano mentre Marco lo cavalcava, i gemiti soffocati tra le bocche. Alvin gli teneva il sedere aperto con le mani, lo aiutava a scendere più fondo, gli mordeva il labbro inferiore.
Dopo un pezzo Alvin lo fece alzare, lo spinse verso il letto e lo mise a pecora. Marco affondò il viso nel materasso, il sedere alto. Alvin gli entrò di nuovo con una spinta lunga e possente. Cominciò a scoparlo forte, le mani strette sui fianchi, il ritmo crescente. Ogni spinta faceva uscire un suono da Marco. Alvin si chinava ogni tanto e gli parlava all’orecchio, la voce roca:
«Sei mio. Anche quando ti faccio prendere da altri. Anche quando ti riempiono. Alla fine torni qui. A questo.»
Marco annuiva, le dita strette nelle lenzuola, il corpo che si apriva e si stringeva intorno al cazzo di Alvin. L’amplesso diventò quasi disperato: pelle che batteva contro pelle, respiro corto, sudore. Alvin gli diede uno schiaffo sulla natica, poi un altro, e accelerò. Marco venne per primo, il corpo che si contraeva forte, un grido soffocato contro il cuscino. Alvin lo seguì pochi secondi dopo, spingendo fino in fondo e venendo in profondità con un gemito grosso e lungo.
Restarono uniti a lungo. Alvin gli accarezzava la schiena con entrambe le mani, lento, quasi a rimarginare qualcosa. Quando uscì, si stese al suo fianco e lo tirò contro di sé.
Marco, ancora tremante, gli posò la fronte contro il petto.
«Non deludermi di nuovo», mormorò Alvin contro i suoi capelli.
«Non lo farò», rispose Marco. «Mai più.»
Fuori il vento di gennaio batteva contro i vetri.
Dentro, tra le coperte disfatte e i corpi ancora caldi, un nuovo accordo silenzioso aveva preso forma: più pericoloso, più onesto, e forse — per entrambi — più necessario di quanto volessero ammettere.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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