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Gay & Bisex

Carico proibito 3


di MASQUARATE
15.10.2026    |    1.689    |    2 9.9
"Si vedeva il petto peloso che saliva e scendeva piano, la barba scura, una mano appoggiata sulla coscia..."

Mauro restò pietrificato. Le parole gli rimasero strozzate in gola. Non riusciva a muovere un muscolo. Solo il cuore che batteva così forte da sembrare che potesse sentirlo anche lo zio. Gli occhi fissi sul materasso della cuccetta, le cosce strette, il cazzo ancora duro e dolorante dentro i jeans.
Paolo non si mosse. Restò in piedi accanto a lui, gocce d’acqua che gli scendevano ancora dalla barba e dal collo, scivolando tra i peli del petto. L’odore di sapone, di vapore e di sesso recente riempiva la cabina. Respirava piano, ma Mauro sentiva ogni suo respiro.
«Non rispondi», disse lo zio. La voce era bassa, calma, quasi curiosa. «Ti ho visto. Eri lì. Guardavi.»
Mauro deglutì. Le labbra gli tremavano leggermente.
«Io… non…»
«Non cosa?» Paolo inclinò appena la testa. «Non volevi vedere? O non volevi che ti vedessi?»
Silenzio. Solo il ronzio lontano dei camion nel parcheggio e il ticchettio di qualche goccia che cadeva ancora dai capelli di Paolo.
Lo zio si sedette lentamente sul bordo della cuccetta. Il materasso si abbassò sotto il suo peso. Non lo toccò. Restò a una distanza che sembrava calcolata. Gli occhi scuri studiavano Mauro, scendevano al rigonfiamento evidente tra le sue gambe, poi risalivano al volto.
«Hai le gambe che tremano», mormorò. «E non è solo per la paura.»
Mauro strinse i pugni contro le lenzuola. La voce gli uscì roca, quasi un sussurro.
«Non… non so cosa dire.»
Paolo sorrise appena, un mezzo sorriso sotto la barba ancora umida.
«Non serve che dici nulla.» Si grattò lentamente la barba con una mano, poi lasciò scendere le dita sul petto, tra i peli bagnati. «Hai visto com’era. Grosso. Duro. Che entrava tutto.» Fece una pausa. «E tu sei scappato. Ma sei tornato qui con il cazzo così.»
Mauro chiuse gli occhi un attimo. Il ricordo della scena gli tornò netto: il ritmo, il suono umido, le spalle larghe dello zio che si muovevano, il ragazzo premuto contro le piastrelle. Il sangue gli pulsava nelle tempie e più in basso.
Paolo abbassò la voce ancora di più.
«Dimmi la verità, Mauro. Mentre lo guardavi… ti sei immaginato al posto suo?»
Il silenzio che seguì fu più pesante di prima. Mauro non riuscì a rispondere. Solo un respiro corto, quasi un rantolo. Le guance gli bruciavano.
Paolo annuì lentamente, come se avesse ricevuto una risposta comunque.
«Va bene.» Si alzò di nuovo. Si tolse la maglietta bagnata e la gettò su un sedile. Il torace peloso apparve completamente, lucido, i peli ancora appiccicati alla pelle. Si allentò la cintura dei pantaloni, ma non li calò. Restò lì, a torso nudo, a guardarlo.
«Stanotte dormi qui. Io mi sistemo davanti.» Fece un passo verso la tendina della cabina, poi si fermò. Si voltò di nuovo.
«Ma se non riesci a calmarti… e se vuoi continuare a guardare… la porta resta aperta.»
Detto questo, si allontanò verso il sedile del guidatore. Si sedette, si sporse indietro e spense la luce principale. Restò solo la luce debole del cruscotto.
Mauro restò immobile nella cuccetta, il respiro corto, il cazzo che pulsava contro la stoffa dei jeans. Sentiva ancora lo sguardo dello zio su di sé, anche al buio. E sapeva che Paolo stava aspettando.
Il silenzio della cabina era denso. Carico.
E Mauro non sapeva ancora se sarebbe riuscito a chiudere gli occhi.

Mauro restò immobile ancora qualche secondo. Il buio della cabina non era totale: la luce debole del cruscotto disegnava il profilo massiccio di Paolo sul sedile davanti. Si vedeva il petto peloso che saliva e scendeva piano, la barba scura, una mano appoggiata sulla coscia.
Il silenzio pesava.
Poi, con voce bassa, roca, quasi spezzata, Mauro parlò.
«…Sì.»
Una sola parola. Ma uscì chiara.
Paolo non si voltò subito. Restò fermo. Solo il respiro che sembrò diventare un po’ più pesante.
Mauro deglutì. Le mani gli tremavano leggermente sulle lenzuola. Continuò, costringendosi a parlare, le parole che uscivano a pezzi.
«Sì… mi… mi sono immaginato… al posto suo.» Fece una pausa. Il cuore gli martellava così forte che temeva si sentisse. «Quando ti ho visto… lì… non riuscivo a staccare gli occhi. Era… era troppo.»
Paolo si voltò lentamente. Gli occhi scuri brillavano appena nella penombra. Non sorrise. Non disse niente di immediato. Solo lo studiò, di nuovo, come aveva fatto per tutto il viaggio.
Mauro sentì il bisogno di aggiungere altro, come se quella confessione non bastasse più a contenere quello che gli girava dentro.
«Da… da quando siamo partiti… ti guardo. Le mani. Le braccia. Il… il pacco.» La voce gli si spezzò un attimo. «Anche prima. In bagno. All’autogrill. Ti ho visto e… e mi è venuto duro. Non riuscivo a fermarlo.»
Restò in silenzio un secondo, il respiro corto.
«Non so cosa cazzo mi sta succedendo. Ma… sì. Mi sono immaginato io contro quelle piastrelle. Con te dietro.»
Paolo restò immobile. Poi, lentamente, si alzò dal sedile. Si avvicinò di nuovo alla cuccetta. Questa volta più vicino. L’odore di sapone e di pelle ancora umida gli arrivò addosso forte. Si fermò a meno di un metro.
Guardò Mauro dall’alto. La voce uscì bassa, calma, ma con un filo di ruvidità nuova.
«E adesso? Adesso che me l’hai detto… cosa vuoi fare, Mauro?»
Mauro alzò finalmente gli occhi. Incontrò lo sguardo dello zio. Le labbra gli tremavano. Il cazzo gli pulsava ancora, doloroso, contro i jeans.
«Non… non lo so», sussurrò. «Ma non voglio che tu ti allontani.»
Paolo inclinò appena la testa. Una mano scese lentamente e si posò sul bordo della cuccetta, vicino al ginocchio di Mauro. Non lo toccò. Solo restò lì.
«Allora non mi allontano», rispose. La voce era più roca. «Ma stavolta sei tu che decidi. Se vuoi solo guardare… guardi. Se vuoi qualcosa di più… lo dici.»
Il silenzio tornò denso. Mauro sentiva il calore del corpo dello zio così vicino. I peli del petto ancora un po’ umidi. Il pacco evidente sotto i pantaloni.
E per la prima volta, invece di scappare, restò fermo.
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