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Gay & Bisex

Carico proibito 15


di MASQUARATE
18.10.2026    |    976    |    10 9.3
"» «E sai cosa stai scegliendo?» Mauro abbassò lo sguardo un attimo, poi lo rialzò..."

Dopo Amsterdam, partirono all’alba successiva.
Il cassone era vuoto, il camion più leggero. Paolo guidava con una calma diversa, una mano sul volante e l’altra quasi sempre sulla coscia di Mauro. Non c’era più la necessità di cercare piazzole affollate o di scambiare sguardi con altri camionisti. Ogni tanto lo zio rallentava, usciva in un’area di servizio discreta e, senza dire quasi niente, lo prendeva. A volte in cabina, a volte dietro al camion, veloci e intensi. Altre volte più lenti, quasi a prolungare il momento.
La prima sera si fermarono in una piazzola tedesca quasi deserta. Paolo stese le coperte nel cassone vuoto e se lo fece montare a cavalcioni. Lo tenne fermo per i fianchi e lo fece salire e scendere sul suo cazzo con una lentezza deliberata, guardandolo negli occhi. Quando Mauro venne, Paolo lo strinse contro di sé e si scaricò dentro di lui mormorando il suo nome. Dopo restarono sdraiati a guardare il soffitto di metallo, le dita intrecciate.
«Manca poco», disse Paolo a un certo punto. «Tra due giorni siamo a casa.»
Mauro annuì, la testa sul suo petto.
«Non voglio che finisca.»
Paolo gli accarezzò i capelli.
«Non finisce. Cambia solo strada.»
Il giorno dopo attraversarono di nuovo il confine. L’Italia cominciò a ricomparire nei cartelli, nei paesaggi, nell’aria. Mauro restava in silenzio a guardare fuori, ma ogni tanto allungava una mano e toccava il braccio di Paolo, come per assicurarsi che fosse ancora lì.
Verso sera, in una piazzola dell’autostrada del Brennero, Paolo lo sorprese. Dopo cena lo portò dietro al camion, gli abbassò i pantaloni e lo prese in piedi, le mani di Mauro contro il metallo freddo del cassone. Lo scopò con colpi profondi e regolari, una mano che gli cingeva la gola e l’altra che gli teneva il cazzo. Non c’era nessuno a guardare. Solo il rumore lontano dei mezzi e i loro respiri. Quando vennero, Paolo restò dentro di lui ancora a lungo, la fronte contro la sua schiena, e gli disse all’orecchio:
«A casa ti prendo ogni volta che voglio. E tu puoi chiedermelo ogni volta che vuoi.»
Mauro tremò e annuì.
L’ultimo giorno di viaggio fu quasi sospeso.
Parlarono poco. Paolo raccontò qualche ricordo vecchio di quando aveva iniziato a fare il camionista. Mauro ascoltava, la mano sullo coscia dello zio, e ogni tanto gli soffiava un bacio sulla spalla. Si fermarono solo per il carburante e per un caffè. Nel tardo pomeriggio i cartelli cominciarono a indicare le uscite per casa.
Quando finalmente Paolo guidò il camion dentro il piazzale dell’azienda di famiglia, il sole stava calando. Spense il motore. Per un lungo momento nessuno dei due si mosse.
Poi Paolo si voltò. Gli occhi scuri erano calmi.
«Siamo arrivati.»
Mauro lo guardò. La voce gli uscì bassa, ma ferma:
«Non voglio tornare come prima.»
Paolo gli posò una mano sulla nuca e lo attirò a sé. Lo baciò, lento e pieno, come aveva fatto ad Amsterdam.
«Non tornerai come prima».
Scesero. L’aria di casa odorava di estate e di campo. Paolo chiuse il camion e, prima di avviarsi verso l’ingresso, posò di nuovo la mano sulla spalla di Mauro e strinse.
Il viaggio era finito.
Ma quello che avevano portato indietro con loro, quello, aveva appena iniziato.

I primi giorni a casa furono strani.
La madre di Mauro li accolse con sollievo, fece mille domande sul viaggio, preparò cene abbondanti e sembrò felice di riaverli entrambi. Paolo riprese i suoi ritmi: sistemava il camion, parlava con i colleghi, aiutava in magazzino. Mauro, invece, si sentiva sospeso. La sua stanza gli sembrava troppo piccola, il letto troppo vuoto, i silenzi di casa troppo lunghi.
Si vedevano di nascosto.
Nel garage, quando la madre era uscita. Dietro al capanno degli attrezzi, di pomeriggio. Una volta, in pieno giorno, dentro la cabina del camion con le tende tirate. Paolo lo prendeva con una fame trattenuta, ma sempre attento a non farlo gridare. Altre volte era più lento, quasi a cercarlo. Ogni volta che si staccavano, Mauro restava con la sensazione che qualcosa di importante stesse restando incompiuto.
Passarono quasi due settimane.
Una sera, dopo cena, Mauro chiese a Paolo di uscire a fumare. Si allontanarono fino al camion. L’aria odorava di estate e di erba tagliata. Paolo si accese una sigaretta e aspettò.
Mauro parlò a voce bassa, ma senza giri di parole:
«Non riesco a stare qui. Ogni giorno che passa mi sento… fuori posto. Voglio ripartire con te. Per il resto dell’estate. E se funziona… anche dopo.»
Paolo soffiò il fumo e lo guardò di lato. Non sorrise subito. Restò in silenzio qualche secondo.
«Hai diciannove anni», disse alla fine. «Tua madre ha già fatto fatica ad accettare il primo viaggio. Se le dici che te ne vai di nuovo, e magari per sempre, non sarà semplice.»
«Lo so. Ma non voglio mentirle. E non voglio restare qui a fingere che non sia successo niente.»
Paolo spense la sigaretta. Gli posò una mano sulla nuca, il pollice che gli accarezzava la pelle.
«Se parti con me, non è più un viaggio. È una scelta. Io continuo a fare questa vita: strada, notti in cabina, settimane lontano. Tu ci stai davvero?»
Mauro annuì senza esitazione.
«Ci sto. Con te.»
Paolo lo studiò ancora un momento, poi annuì a sua volta.
«Allora ne parliamo con tua madre. Io ci sono. Ma le parole le dici tu.»
Il giorno dopo, a pranzo, Mauro lo disse.
La madre restò in silenzio per quasi un minuto. Guardò il figlio, poi Paolo, poi di nuovo il figlio. Alla fine sospirò, stanca più che arrabbiata.
«Hai deciso?»
«Sì.»
«E sai cosa stai scegliendo?»
Mauro abbassò lo sguardo un attimo, poi lo rialzò.
«Sì. Voglio stare con zio Paolo. Sulla strada. Per adesso. E vedere dove ci porta.»
La donna si passò una mano sul viso. Non piangeva. Sembrava solo aver capito che qualcosa era cambiato per sempre.
«Allora fallo. Ma chiamami. E se un giorno vuoi tornare, la porta resta aperta.»
Paolo, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, parlò con voce calma:
«Lo terrò d’occhio. E lo riporterò a casa ogni volta che vorrà.»
La madre annuì. Non aggiunse altro.
Due giorni dopo Mauro fece di nuovo la valigia.
Questa volta era più leggera, ma più definitiva. Paolo aveva già caricato il camion. Il motore era acceso quando Mauro salì in cabina e chiuse lo sportello.
Si guardarono.
Paolo gli posò una mano sulla coscia e strinse, senza dire niente. Mauro rispose posando la sua sopra.
Il camion uscì dal cortile, prese la strada provinciale e poi l’autostrada. Dietro di loro la casa diventava piccola. Davanti, di nuovo, solo asfalto e la certezza di potersi prendere ogni volta che volevano, senza più nascondersi.
Mauro si strinse contro il braccio di Paolo e parlò a voce bassa:
«Questa volta non è un viaggio. È la mia scelta.»
Paolo gli accarezzò i capelli senza togliere gli occhi dalla strada.
«Allora la rispetteremo tutti e due.»
Il camion accelerò.
L’estate era ancora lunga. E, per la prima volta, aveva una direzione precisa.
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