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Gay & Bisex

Marco and Alvin 14


di MASQUARATE
09.09.2026    |    814    |    1 8.7
"Si sdraiò sul letto, di spalle, ma non si allontanò quando Marco si sistemò dietro di lui e gli appoggiò la fronte tra le scapole..."
Nelle settimane successive Marco cominciò a capire qualcosa di sé che lo spaventava.
Non poteva più stare senza cazzo.
Il corpo lo chiedeva, lo cercava, lo immaginava anche quando non c’era nessuno. Si ritrovava a pensare al cazzone di Eddy — lo spessore, il calore, il modo in cui lo riempiva — più spesso di quanto pensasse a quello di Alvin. E poi c’era Babbo Natale: quel pezzo grosso e scuro, la pressione quasi dolorosa, la voce grave. Fantasticava su altri cazzi, su mani diverse, su bocche che non conosceva. Ma ogni volta, alla fine, tornava ad Alvin. Al suo odore, ai suoi occhi verdi, al modo in cui lo guardava mentre veniva. Alvin restava il centro. Il resto era fame.
Continuavano ad amarsi. Continuavano a scopare. A volte da soli, lunghi e intensi. A volte con Eddy, certe sere, quando la casa era quieta e il consenso di Alvin era chiaro. Quelle notti a tre erano selvagge e sazianti, ma dopo Marco cercava sempre le braccia di Alvin, il suo corpo familiare, la sua voce che diceva «sei mio».
Poi arrivò quel giorno.
Alvin aveva lezioni e allenamento per tutto il giorno. Sarebbe tornato solo a sera. La confraternita era quasi vuota. Marco era in salotto a studiare quando Eddy scese le scale a torso nudo, i pantaloncini bassi sui fianchi. Si sedette accanto a lui sul divano, troppo vicino. L’odore della sua pelle arrivò subito: sapone, calore, qualcosa di più animale.
«Alvin non c’è», disse Eddy con la voce bassa e calma. Non era una domanda.
Marco scosse la testa, il cuore che già batteva più forte.
Eddy gli posò una mano sulla coscia. Grande, calda. «Fammi un pompino. Solo quello. Ho bisogno.»
Marco esitò. «Abbiamo detto… solo quando c’è anche lui.»
Eddy sorrise piano, le dita che salivano più in alto. «Lo so. Ma lui non c’è. E tu… ti vedo. Hai fame. Ce l’hai sempre, anche adesso.»
La mano di Eddy arrivò al cazzo di Marco attraverso i pantaloni. Lo strinse. Marco emise un suono piccolo. Eddy si chinò e gli baciò il collo, lento, mentre l’altra mano gli apriva i bottoni.
«ok... Solo la bocca», insistette Marco, già debole.
Eddy annuì. Si alzò, calò i pantaloncini e gli mise il cazzo duro e scuro davanti alle labbra. Marco lo prese. Il sapore familiare, il peso, lo spessore. Cominciò a pompare con gusto, gli occhi chiusi. Eddy gli teneva la testa e gemiva basso. Poi, senza interrompersi, parlò di nuovo:
«Il culo. Voglio anche il culo.»
Marco scosse la testa, il cazzo ancora in bocca. Eddy lo fece girare piano, gli abbassò i pantaloni e gli stese due dita lubrificate di saliva. «Lo so che lo vuoi. Lo sento. Sei già mezzo aperto solo a pensarlo.»
Marco era restio. La voce di Alvin gli risuonava in testa: solo in mia presenza. Ma il corpo tradiva. Le dita di Eddy sapevano dove premere. Il calore saliva. Alla fine Marco annuì, appena.
Eddy lo stese sul divano, gli aprì le gambe e gli entrò con una spinta lunga e fluida. Marco gemé, il viso contro il cuscino. Fu una scopata lenta e profonda, senza fretta. Eddy gli parlava all’orecchio, gli diceva quanto era stretto, quanto gli era mancato prenderlo da solo. Marco venne per primo, stringendosi intorno a lui. Eddy lo seguì poco dopo, venendo dentro e restando fermo a lungo.
Quando uscì, Marco restò disteso, il respiro corto, già invaso dal senso di colpa.
La sera Alvin tornò.
Marco era irrequieto. Non riusciva a stare fermo, non riusciva a guardarlo negli occhi. Alvin se ne accorse subito. Dopo cena, quando furono soli in camera, gli si avvicinò e gli prese il viso tra le mani.
«Cos’è successo?»
Marco cercò di mentire. Non ci riuscì. La voce gli si ruppe e sbottò tutto: il pompino, il divano, Eddy dentro di lui, il «sì» detto nonostante la promessa.
Alvin restò immobile per qualche secondo. Poi il volto gli si chiuse. Gli occhi verdi diventarono freddi.
«Mi avevi promesso», cominciò a voce bassa, poi più alta, più dura. «Mi avevi promesso che certe cose le avremmo fatte solo in mia presenza. Solo con me. Solo quando c’ero io a tenerti, a guardarti, a decidere. E tu… te lo sei fatto prendere da solo. Come un qualsiasi troia di passaggio.»
Marco cercò di parlare, di scusarsi, ma Alvin non lo lasciò fare. Urlò. Le parole uscirono taglienti, piene di rabbia e di qualcosa che somigliava al tradimento. Alla fine strappò la felpa, prese le chiavi e sbatté la porta così forte che le pareti tremarono.
Non tornò per due giorni.
Marco restò distrutto.
Non uscì dalla camera. Non mangiò quasi niente. Non rispose ai messaggi di Eddy, che bussò un paio di volte e poi desistette. Dormì nel letto di Alvin, con il viso affondato nel cuscino che ancora sapeva di lui, e piangeva in silenzio. Il vuoto che aveva conosciuto mesi prima in Sicilia era tornato, ma questa volta era peggio: era un vuoto che si era creato da solo, con le proprie mani.
La sera del secondo giorno la porta si aprì.
Alvin entrò. Sembrava stanco, più magro, la barba cresciuta. Chiuse la porta con calma e restò in piedi a guardarlo. Marco si alzò dal letto, gli occhi gonfi, la voce già rotta.
«Scusami», disse subito. «Scusami. Ho sbagliato. Non dovevo. Non volevo farti del male.»
Alvin restò in silenzio per un pezzo lungo. Poi si sedette sul bordo del letto, lontano da lui.
«Siediti», disse a voce bassa. «Parliamo. Privatamente. Senza urla.»
Marco obbedì. Il cuore gli batteva così forte da fargli male alle tempie. Alvin lo guardò a lungo, gli occhi ancora feriti ma più calmi.
«Mi hai fatto male», disse alla fine. «Non per il cazzo di Eddy. Per la promessa. Quella era nostra. Era il modo in cui tenevo insieme tutto questo. E l’hai spezzata.»
Marco annuì, le lacrime che gli risalivano. «Lo so. Non lo rifarò. Mai più senza di te. Preferisco non scopare per mesi piuttosto che rifarlo.»
Alvin abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Poi lo rialzò.
«Io non voglio che tu stia senza. Voglio che tu stia con me. Anche quando hai fame di altro. Ma deve essere una cosa che scegliamo insieme. Non una cosa che ti succede alle spalle.»
Ci fu un silenzio lungo. Fuori si sentiva il vento contro le finestre. Dentro, solo il loro respiro.
Alla fine Alvin allungò una mano e gli toccò le dita, appena.
«Non sono ancora pronto a scoparti. Non stasera. Ma resta qui. Dormi qui. E domani… ne riparliamo.»
Marco strinse quelle dita come se fossero l’unica cosa che lo teneva a galla.
«Va bene», sussurrò. «Resto. Sempre.»
Alvin annuì. Si sdraiò sul letto, di spalle, ma non si allontanò quando Marco si sistemò dietro di lui e gli appoggiò la fronte tra le scapole.
Per quella notte fu abbastanza.
Il giorno dopo avrebbero dovuto ricostruire qualcosa.
Ma almeno Alvin era tornato.
E Marco, per la prima volta in due giorni, riuscì a chiudere gli occhi senza sentire il panico salire.
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