Gay & Bisex
Il viaggio di Mikol 6
14.09.2026 |
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"Il corpo tremante, il buco che bruciava dolcemente, la bocca sempre piena, il viso e il petto sporchi di seme..."
È UN RACCONTO DI FANTASIAIl viaggio di Mikol – Capitolo 6: Il rito completo
Lo stregone non si accontentò della bocca di Mikol. Con un gesto lento e solenne lo fece girare, lo mise a pecorina sulla terra rossa ancora calda del pomeriggio. Il gonnellino fu sollevato del tutto. Il cazzo grosso e scuro, già lucido di saliva, premette contro il buco stretto di Mikol. Entrò piano, centimetro dopo centimetro, mentre Mikol gemette a bocca aperta, le dita che affondavano nella polvere.Jabari si avvicinò. Si mise davanti a Niko e gli riempì di nuovo la bocca. I due cominciarono a usarlo insieme: lo stregone dietro con spinte profonde e rituali, Jabari davanti con movimenti più urgenti. L’odore di terra, di erbe bruciate e di corpi sudati si faceva sempre più forte. I suoni umidi della penetrazione e dei gemiti di Mikol si mescolavano al vento caldo.Intorno, gli uomini del villaggio cominciarono ad avvicinarsi. Uno dopo l’altro, silenziosi, rispettosi ma con gli occhi affamati. Le donne, invece, raccolsero i bambini e si chiusero nelle baracche senza una parola, lasciando lo spazio sacro solo agli uomini.La venerazione di Mikol diventò collettiva.Lo stregone venne per primo, riempiendolo in profondità con un gemito basso e gutturale. Poi Jabari lo seguì, scaricandosi nella sua gola. Ma non era finita. Gli altri uomini si fecero avanti. Stranamente erano tutti ben messi: cazzi grossi, lunghi, pesanti, palle piene e scure. Niko li prese uno dopo l’altro. Alcuni nella bocca, altri nel culo già aperto e pieno. Lo giravano, lo sollevavano, lo mettevano a cavalcioni, lo tenevano fermo mentre lo scopavano con forza. Le cosce muscolose battevano contro il suo culetto bianco, le mani grandi gli stringevano i fianchi e i capelli biondi.Il rito andò avanti per ore. Il sole calò lentamente, il cielo diventò arancione e poi viola. L’aria si riempì di canti bassi e di fumo di erbe aromatiche. Mikol era perso. Il corpo tremante, il buco che bruciava dolcemente, la bocca sempre piena, il viso e il petto sporchi di seme. Ogni tanto qualcuno gli spalmava il bianco caldo sulle guance, sulle labbra, sul petto, come si faceva un tempo con la statuina. Mikol lo assaggiava, lo deglutiva, si sentiva sempre più parte di quella terra.Quando finalmente l’ultimo uomo venne, era tarda sera. Mikol era sdraiato sulla terra, le gambe aperte, il corpo lucido di sudore e di seme, gli occhi azzurri vitrei e le labbra gonfie. Respirava a fatica, completamente svuotato e allo stesso tempo pieno.Jabari si chinò su di lui. Con un panno umido e dell’acqua lo pulì con cura, delicatamente, quasi con tenerezza. Gli asciugò il viso, le cosce, il culetto ancora aperto e gocciolante. Poi lo rivestì alla meglio e lo sollevò tra le braccia come se non pesasse nulla.Il viaggio di ritorno in jeep fu silenzioso. Mikol aveva la testa appoggiata contro la spalla di Jabari, gli occhi socchiusi. Si sentiva provato, ogni muscolo gli doleva, il buco pulsava ancora, ma dentro di sé c’era qualcosa di nuovo. Un legame strano, profondo. Si sentiva legato a quelle persone, a quelle terre rosse, all’odore della savana, alla leggenda che ormai lo aveva attraversato completamente.Quando Jabari lo lasciò vicino alla sua camera del resort, Mikol lo guardò una ultima volta.«Grazie…», sussurrò, la voce rauca.Jabari gli accarezzò i capelli biondi e sorrise.«Riposa, piccola statuina. Domani è un altro giorno.»Mikol entrò in camera, si infilò sotto la doccia tiepida e poi a letto. Chiuse gli occhi sentendo ancora il sapore, l’odore e il peso di tutti quegli uomini sulla pelle. E, stranamente, non si pentì di nulla.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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