Gay & Bisex
Marco and Alvin 23
10.09.2026 |
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"Si sedettero uno di fronte all’altro, le ginocchia che si sfioravano sotto il tavolino..."
Dopo che l’ultimo gocciolio si fu fermato, Alvin fu il primo a muoversi.Guardò i quattro ancora in piedi intorno allo sgabello, annuì appena e disse con voce calma:
«Adesso basta. Uscite. Lasciateci soli.»
Josh e Tyler si sistemarono i pantaloni in fretta, un po’ imbarazzati e ancora eccitati. Il latino raccolse la borsa da palestra senza dire una parola, ma prima di uscire lanciò a Marco un’ultima occhiata intensa. Eddy fu l’ultimo. Si chinò, gli accarezzò i capelli neri con una mano grande e mormorò un «grazie, Sicilia» prima di uscire e chiudere la porta della cucina dietro di sé.
Rimasero solo loro due.
Marco era ancora a pecora sullo sgabello, le gambe molli, il sedere colante. Alvin gli si avvicinò, gli passò un braccio sotto il petto e lo aiutò a scendere. Marco barcollò appena. Alvin lo strinse a sé per un momento, la fronte contro la sua, poi gli baciò i capelli.
«Vieni. Ti pulisco.»
Lo portò in bagno al piano di sopra. Aprì l’acqua della doccia e la fece scorrere calda. Mentre aspettavano che si riscaldasse, Alvin prese un asciugamano umido e cominciò a pulire Marco con gesti lenti e precisi: le cosce, il sedere, il buco ancora sensibile e rosso. Ogni passaggio del tessuto faceva tremare leggermente Marco. Alvin non parlava. Solo toccava, puliva, controllava.
Quando l’acqua fu calda entrarono insieme.
La doccia era stretta, i corpi si sfioravano in continuazione. Alvin gli saponò i capelli, poi la schiena, poi i fianchi. Le mani scesero più in basso, gli dita che passarono con delicatezza tra le natiche, lavando via gli ultimi residui. Marco si lasciò fare, la fronte appoggiata al petto bagnato di Alvin. Ogni tanto Alvin gli lasciava un bacio sulla spalla o sul collo, leggero, quasi protettivo.
«Fa male?», chiese a un certo punto.
Marco scosse la testa. «Solo un po’ sensibile. Niente di grave.»
Alvin annuì e continuò a lavarlo con la stessa cura. Quando finirono, si asciugarono in silenzio. Alvin gli passò una sua felpa morbida e un paio di pantaloni della tuta. Marco li indossò. L’odore di Alvin lo avvolse subito.
Nel pomeriggio uscirono.
Il centro commerciale era pieno di gente, luci calde, odore di caffè e di negozi nuovi. Camminarono uno accanto all’altro, le spalle che ogni tanto si toccavano. Alvin gli prese la mano mentre salivano le scale mobili e non la lasciò più. Marco sentì di nuovo quel piccolo brivido di felicità quieta che aveva provato sotto le luci dei mercatini a Natale.
Entrarono in un paio di negozi. Alvin gli comprò una maglietta nera semplice e un paio di boxer nuovi, senza dire niente, solo posandoli sul bancone insieme ai suoi. Poi si fermarono al piano superiore, in un bar con le vetrate che davano sul parcheggio innevato. Ordinarono due cioccolate calde. Si sedettero uno di fronte all’altro, le ginocchia che si sfioravano sotto il tavolino.
Marco teneva la tazza tra le mani e guardava fuori. Alvin lo osservava.
«Tutto bene?», chiese alla fine.
Marco rivolse lo sguardo su di lui e annuì. «Sì. Stranamente sì. Questa mattina è stata… tanta. Ma adesso sono qui. Con te. E va bene.»
Alvin allungò una mano e gli accarezzò le dita.
«Bene. Perché per un po’ voglio solo questo. Niente altri. Niente annunci. Solo noi due.»
Marco strinse quelle dita e sorrise, piccolo e genuino.
«Va bene anche a me.»
Restarono ancora un pezzo al bar, parlando di cose normali: le lezioni, la neve, un film che Alvin voleva vedere. Ogni tanto i loro sguardi si incontravano e restavano agganciati un secondo più del necessario. Il corpo di Marco era ancora segnato, ancora sensibile, ma dentro il petto c’era una quiete che non aveva sentito da tempo.
Quando uscirono dal centro commerciale, la luce del pomeriggio era già bassa e bluastra. Camminarono fino alla macchina mano nella mano, il freddo che gli mordeva le guance e il calore delle dita di Alvin che teneva insieme tutto.
Per quel pomeriggio, dopo tutto quello che era successo, fu esattamente ciò di cui avevano bisogno.
Solo loro due.
E il silenzio comodo di chi sa di appartenersi ancora.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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