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Il viaggio di Mikol 2
14.09.2026 |
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"A un certo punto, mentre i genitori erano distratti a fotografare un branco di antilopi, Temba si chinò verso Mikol dal sedile anteriore..."
È UN RACCONTO DI FANTASIA Il viaggio di Mikol – Capitolo 2: La leggenda e la savana
La mattina dopo il sole era già alto e caldo. Mikol scese in piscina indossando di nuovo la mutandina rosa chiara che gli stringeva il culetto sodo e lasciava quasi tutto scoperto. I capelli biondi ancora umidi, le labbra lucide di balsamo, gli occhi azzurri da cerbiatto che brillavano. Si stese su un lettino vicino all’acqua, le gambe leggermente aperte, fingendo di non accorgersi degli sguardi.Dopo pochi minuti un uomo del personale si avvicinò. Si chiamava Jabari, alto, spalle larghe, pelle scura lucida di olio, voce bassa e calda. Portava un vassoio con un succo di frutta, ma i suoi occhi non lasciavano il corpo di Mikol.«Buongiorno, piccolo», disse con un sorriso. «Ieri sera ti ho visto con Kwunat. Sembra che ti sia divertito.»Mikol arrossì appena, ma non distolse lo sguardo. Jabari si sedette sul bordo del lettino, la coscia muscolosa vicina a quella di Mikol.«Sai… qui c’è una vecchia leggenda», continuò Jabari, abbassando la voce. «Le tribù di una volta veneravano una statuina bianca con i capelli d’oro. Simbolo di fertilità. Per far sì che portasse buon auspicio, terre fertili e cibo abbondante, gli uomini dovevano ricoprirla spesso… quasi continuamente… con il loro seme. Ogni giorno, più volte al giorno. Solo così la terra rimaneva generosa.»Mikol sentì un brivido lungo la schiena. L’immagine si formò subito nella sua testa: una statuetta bianca e bionda, bagnata, gocciolante. Si mordicchiò il labbro inferiore.«E tu…», aggiunse Jabari, posandogli una mano grande e calda sulla coscia, «assomigli molto a quella statuina.»Altri due ragazzi dello staff passarono vicino, sorrisero e si fermarono. Uno di loro, più giovane ma già grosso di corpo, si chinò verso Mikol.«Vuoi che ti mostriamo come si faceva una volta?»Mikol guardò intorno. I genitori non c’erano. Solo il calore del sole, l’odore di cloro mescolato a terra rossa e a corpi sudati, il suono dell’acqua e dei grilli lontani. Il cuore gli batteva forte. Accettò con un piccolo cenno del capo.Lo portarono dietro un magazzino vicino alla piscina, al riparo dagli sguardi. Lì Jabari e gli altri lo spinsero delicatamente in ginocchio sulla pietra calda. Mikol aprì la bocca senza esitare. Il primo cazzo scuro e già duro gli entrò tra le labbra rosa. L’odore era forte, di sapone e di sudore mattutino. Mikol succhiò con avidità, mentre le mani degli altri gli accarezzavano i capelli biondi e il culetto. Uno dopo l’altro lo riempirono. Quando il primo venne, Mikol lo ingoiò tutto, leccando le labbra. Il secondo e il terzo seguirono. Alla fine aveva la bocca piena di sapore salato e il mento lucido. Si alzò tremante, eccitato, il costume rosa teso e umido davanti.Jabari gli accarezzò la guancia.«Buon auspicio per tutti noi, piccolo.»
Nel pomeriggio partì il giro in jeep. Mikol salì sul veicolo aperto insieme ai genitori e a due guide. Una delle guide era Kwunat. L’altra un uomo più grande, di nome Temba, braccia enormi e sguardo intenso. La savana si apriva davanti a loro: erba alta, alberi isolati, odore di terra secca e di animali. Il vento caldo gli scompigliava i capelli biondi.A un certo punto, mentre i genitori erano distratti a fotografare un branco di antilopi, Temba si chinò verso Mikol dal sedile anteriore.«Hai fatto la tua parte stamattina, eh? Jabari mi ha raccontato.»Mikol arrossì, ma sorrise. Kwunat, alla guida, gli lanciò uno sguardo di lato e strinse un po’ di più il volante. Durante una sosta breve, quando i genitori scesero per osservare meglio un’aquila, Temba e Kwunat rimasero vicini a Mikol. Non ci fu tempo per molto, ma Kwunat gli strinse forte la coscia sotto il tavolino pieghevole e Temba gli sussurrò all’orecchio:«Stasera, dopo cena. Se riesci a uscire.»Il resto del giro Mikol lo passò con il cuore in gola e un leggero formicolio tra le gambe, guardando la savana e pensando a quanti di quegli uomini volevano “venerarlo”.
Tornati al resort, Mikol fece una lunga doccia. L’acqua calda gli scorreva sul corpo, lavando via il sudore e la polvere, ma non il ricordo del sapore di quella mattina. Si masturbò piano sotto il getto, immaginando la statuina bianca ricoperta di bianco, e venne gemendo piano.Poi si vestì con un pantaloncino leggero e una maglietta bianca e scese a cena con i genitori. Il ristorante all’aperto odorava di carne grigliata, di spezie e di fiori notturni. Le candele tremolavano.«Com’è andata oggi, amore?» chiese la mamma.Mikol sorrise, gli occhi azzurri innocenti.«Bello. Stamattina in piscina ho parlato un po’ con alcuni del personale… mi hanno raccontato una leggenda locale sulla fertilità. Poi il giro in jeep è stato fantastico. Abbiamo visto antilopi, un’aquila… le guide erano molto gentili e mi hanno spiegato tante cose sulla savana.»Omise i dettagli. Omise la bocca piena, le ginocchia sulla pietra calda, le mani grandi sui suoi capelli. Omise il brivido che gli era corso lungo la schiena quando Temba gli aveva sussurrato “stasera”.Mentre mangiava, sentiva ancora gli sguardi di alcuni camerieri scuri posarsi su di lui. E sapeva che la notte non era ancora finita.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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