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Gay & Bisex

Marco and Alvin 6


di MASQUARATE
09.09.2026    |    955    |    3 9.7
"Una sera, mentre erano tutti in salotto a bere birra, Eddy si sedette accanto a Marco sul divano..."
La confraternita non era esattamente quello che Marco si era immaginato.
Era una casa grande di mattoni scuri, tre piani, sempre un po’ disordinata, sempre piena di voci, di musica bassa, di odore di cibo riscaldato e di sudore di palestra. La maggior parte dei ragazzi che ci abitavano erano gay, o comunque ci stavano abbastanza comodi da non farne un problema. Rugby, studio, birra e sesso: quello era il ritmo.
Alvin gli presentò gli altri il secondo giorno.
C’era Josh, alto e magro, sempre con le cuffie. Tyler, il più chiassoso, che cucinava panini a qualsiasi ora. E poi c’era Eddy.
Eddy era impossibile da non notare.
Alto quasi come Alvin, spalle larghissime, petto ampio, braccia spesse e definite. Pelle scura e lucida, capelli rasati corti, un sorriso bianco e facile che gli apriva tutto il viso. Anche lui giocava a rugby, nella stessa squadra di Alvin. Quando strinse la mano a Marco, la presa fu calda, ferma, e gli occhi scuri lo guardarono un secondo di troppo.
«Quindi sei tu il famoso Marco», disse con una voce grave e tranquilla, leggermente divertita. «Alvin non faceva altro che parlare di te. Pensavo esagerasse. Invece…» fece un gesto vago con la mano, sorridendo, «non esagerava.»
Marco arrossì. Alvin gli posò una mano possessiva sulla nuca, le dita che gli accarezzavano i capelli.
«Eddy è un bravo ragazzo», disse Alvin. «Ma non fargli troppo il verso, sennò ti mangia.»
Eddy rise, una risata bassa e calda. «Io mangio solo chi vuole essere mangiato.»
Da quel momento Eddy diventò una presenza costante. Lo si trovava in cucina a bere proteine, in salotto a guardare partite vecchie, o a torso nudo in cortile a fare flessioni nonostante il freddo. Aveva un modo di muoversi lento, consapevole del proprio corpo, e ogni tanto i suoi sguardi su Marco duravano un po’ più del necessario. Non era aggressivo. Era semplicemente… lì. Sensuale senza sforzo.
Marco se ne accorgeva. E se ne vergognava un po’, perché il suo corpo reagiva. Ma ogni volta che sentiva quel brivido, cercava Alvin.
E Alvin non si faceva pregare.
Scopavano di continuo.
La mattina, prima che gli altri si svegliassero, Alvin lo prendeva da dietro ancora mezzo addormentato, una mano sulla bocca di Marco per non farlo gemere troppo forte. Il letto scricchiolava piano, il caldo del corpo di Alvin copriva tutto, e Marco veniva con gli occhi ancora chiusi, pieno e felice.
Nel pomeriggio, quando la casa era quasi vuota, si chiudevano in bagno. Alvin lo sollevava e lo scopava contro il muro piastrellato, le gambe di Marco strette intorno alla sua vita, l’acqua della doccia che scorreva inutilizzata. Il suono umido dei corpi, i baci affamati, le parolacce basse di Alvin contro il suo orecchio.
Una sera, dopo una partita di rugby, Alvin tornò a casa ancora sudato, l’odore forte di spogliatoio e di erba. Non si fece nemmeno la doccia. Spinse Marco sul letto, gli abbassò i pantaloni e lo prese così, ancora caldo e salato di fatica. Marco leccò il sapore della pelle di Alvin mentre veniva scopato, e quando Alvin gli venne dentro gemé come se stesse tornando a casa per la seconda volta.
Eddy una volta li sentì.
Era passata quasi mezzanotte. Marco era a quattro zampe sul letto, Alvin dietro di lui, lento e profondo. La porta non era chiusa bene. Eddy passò per il corridoio, si fermò un secondo, e Marco alzò gli occhi appena in tempo per vedere la silhouette scura fermarsi sulla soglia. Eddy non disse niente. Li guardò per un lungo momento, lo sguardo intenso, poi sorrise di lato, annuì quasi impercettibilmente e proseguì verso la sua stanza.
Alvin non si fermò. Anzi, spinse più forte, una mano nei capelli di Marco.
«Ti è piaciuto che ci guardasse?», gli sussurrò all’orecchio.
Marco non rispose con la voce. Solo col corpo, stringendosi intorno al cazzo di Alvin.
I giorni passavano così.
Sesso, lezioni (Marco aveva iniziato un corso di inglese intensivo), cene rumorose in cucina, Eddy che gli lanciava sguardi lunghi e sorrisi facili, Alvin che ogni volta lo riportava a sé con le mani e con la bocca.
Una sera, mentre erano tutti in salotto a bere birra, Eddy si sedette accanto a Marco sul divano. La coscia grossa e calda gli sfiorò quella di Marco. Alvin era dall’altra parte della stanza, a parlare con Josh.
Eddy abbassò la voce.
«Lui ti tiene stretto, eh?»
Marco girò appena la testa. Gli occhi scuri di Eddy erano vicini, divertiti e curiosi.
«Sì», rispose Marco, semplice.
Eddy annuì, il sorriso più lento. «Si vede. E si sente, di notte. Non ti preoccupare… a me non dà fastidio. Anzi.» Lasciò correre lo sguardo sul collo di Marco, sulla clavicola. «Se un giorno voleste compagnia… sapete dove trovarmi.»
Poi si alzò e andò a prendersi un’altra birra, come se non avesse detto niente di particolare.
Marco restò seduto, il cuore che batteva un po’ più veloce. Dall’altra parte della stanza Alvin lo stava guardando. I loro sguardi si incontrarono. Alvin alzò un sopracciglio, interrogativo e un po’ divertito. Marco scosse appena la testa, ma sentì il calore salirgli in faccia.
Quella notte Alvin lo scopò con una possessività nuova, più lenta, più profonda, guardandolo negli occhi quasi tutto il tempo.
«Sei mio», gli disse mentre veniva dentro di lui. Non era una domanda.
Marco, pieno e tremante, gli accarezzò i capelli biondi e rispose solo:
«Lo so.»
Ma nello stesso momento, da qualche parte nella casa, sapeva che Eddy stava ancora sveglio. E che quella proposta, detta a mezza voce sul divano, non sarebbe sparita da sola.
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