Gay & Bisex
Ludus Carnis - 5. L'arena
12.09.2026 |
852 |
2
"Voleva sentire solo il cazzo di Marcus dentro, solo le sue mani, solo la sua voce che lo chiamava selvaggio..."
Il sole era alto quando lo spinsero nella piccola arena di prova del ludus. Sabbia calda sotto i piedi nudi. Di fronte a lui un altro tiro, un trace più grosso e più vecchio, già segnato da cicatrici.
Quintus osservava dal podio insieme a un uomo magro, elegante, dai capelli grigi corti: un senatore amico suo, venuto a “valutare la merce”. Marcus stava in piedi un passo indietro, le braccia incrociate, lo sguardo fisso su Caelan.
Caelan non aspettò. Si lanciò come una belva. Il primo colpo di scudo di legno spaccò il naso dell’avversario. Il secondo lo mandò a terra. Poi fu solo violenza: ginocchia, gomiti, pugni. Quando il trace cercò di rialzarsi, Caelan gli montò a cavalcioni sul petto e gli martellò il viso finché il sangue non gli schizzò sulle braccia e la sabbia non diventò scura. Solo quando i guardiani lo trascinarono via, Caelan si fermò, ansimante, gli occhi chiari accesi di qualcosa di selvaggio.
Quintus batté le mani lentamente.
«Bravo. Molto bravo.»
Lo portarono su per le scale ancora sporco di sangue e sudore. Nella stanza privata di Quintus c’erano divani bassi, vino e l’odore di olio costoso. Il senatore lo studiò a lungo, camminandogli intorno mentre Caelan restava nudo e fermo.
«Pelle chiara, muscoli da guerriero, cazzo grosso… e sa uccidere,» disse il senatore con voce nasale. «Quanto vuoi, Quintus?»
Quintus sorrise e posò una mano possessiva sulla spalla di Caelan.
«Non lo vendo. Ma posso prestartelo. Stasera, se vuoi.»
Marcus, in piedi vicino alla porta, strinse i pugni così forte che le nocche diventarono bianche. La mascella gli batteva. Non disse una parola, ma i suoi occhi neri erano incazzati neri, fissi sul senatore e poi su Quintus.
Caelan sentì lo sguardo di Marcus addosso come un peso. Dentro di lui la rabbia per essere offerto come un pezzo di carne si mescolava a qualcosa di nuovo e tagliente: non voleva le mani del senatore. Voleva solo quelle di Marcus. L’idea lo confondeva e lo faceva arrossire di vergogna.
Dopo i combattimenti li portarono tutti nella grande sala da bagno. Acqua calda, vapore, odore di sapone e di corpi. Erano una quindicina, tutti nudi. L’atmosfera era strana: calma, quasi rilassata dopo la violenza dell’arena.
Qualcuno si lavava lentamente. Qualcun altro sedeva sul bordo della vasca e si faceva succhiare il cazzo senza fretta. Lingue che scorrevano su pettorali sudati, denti che mordicchiavano capezzoli, mani che massaggiavano spalle e cosce. C’era qualcosa di quasi pigro, di languido, in quel sesso collettivo.
Caelan era seduto su un masso. Un gladiatore più giovane gli si avvicinò da dietro, gli aprì le natiche con le mani bagnate e gli passò la lingua lungo la fessura, leccando con calma. Un altro gli si mise di fronte e gli prese il cazzo in bocca, succhiando piano, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo.
Caelan gemette, ma i suoi occhi cercavano solo Marcus.
Marcus stava dall’altra parte della vasca, le spalle contro il muro bagnato, e si faceva pompare il cazzo da un altro uomo. Ogni tanto alzava lo sguardo e incrociava quello di Caelan. Non sorrise. Non fece cenno. Ma non distoglieva gli occhi.
Quando un terzo gladiatore, più grosso, gli si mise dietro e spinse la testa del cazzo contro il buco di Caelan, cercando di entrare, Caelan si irrigidì.
«No.»
La voce gli uscì bassa, ma ferma. Si staccò, si voltò e guardò solo Marcus. Dentro di lui non c’era più solo rabbia o umiliazione. C’era un desiderio chiaro, quasi doloroso: voleva essere aperto solo da lui. Voleva sentire solo il cazzo di Marcus dentro, solo le sue mani, solo la sua voce che lo chiamava selvaggio.
Marcus notò il rifiuto. Il suo sguardo si fece più scuro, più possessivo. Si staccò dall’uomo che lo stava succhiando, attraversò l’acqua e si fermò davanti a Caelan. Gli prese il mento con due dita, costringendolo a guardarlo.
«Hai rifiutato gli altri,» mormorò, basso, solo per lui. «Bravo. Perché il tuo culo… è mio.»
Poi lo baciò. Non fu un bacio dolce. Fu un morso, una presa di possesso, lingua e denti. Mentre lo baciava, una mano gli scese tra le natiche e due dita gli entrarono dentro, lente, profonde, proprio lì, davanti a tutti.
Caelan si abbandonò a quel tocco. Il piacere salì caldo e sporco, mescolato alla vergogna di desiderarlo così tanto. Gli altri continuavano intorno a loro: succhiate lente, leccate, morsi leggeri sulla pelle bagnata, gemiti bassi che si perdevano nel vapore. Ma per Caelan, in quel momento, esisteva solo Marcus.
E Marcus lo sapeva.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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