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Gay & Bisex

Ludus Carnis - 11. L'attacco


di MASQUARATE
13.09.2026    |    682    |    2 9.6
"Caelan conficcò le unghie nelle spalle di Marcus, il viso premuto contro il suo collo, e gli soffiò all’orecchio con voce rauca e piena di tutto: «Era ora, figlio di puttana..."

Titus si ritirò solo quando Quintus fece un cenno.
Si allontanò di qualche metro, il cazzo ancora duro e lucido di sborra e olio, e si fermò a osservare con quegli occhi gialli impassibili.
Gli ospiti non aspettarono.
Il primo si avvicinò, gli aprì le natiche ancora aperte e entrò con un gemito di soddisfazione. Caelan era già troppo sfinito per opporsi. Il corpo gli rispondeva per inerzia: il culo si stringeva, il cazzo gocciolava, i gemiti gli uscivano rotti e bassi. Uno dopo l’altro lo montarono. Alcuni lo scopavano con rabbia, altri più lenti, godendosi ogni centimetro. Qualcuno gli cacciava il cazzo in bocca mentre un altro lo prendeva da dietro. Le mani lo toccavano ovunque: capezzoli, palle, gola. Caelan veniva ancora, debolmente, a scatti, mentre gli uomini intorno si masturbavano guardandolo e gli sparavano la sborra sul viso, sulla schiena, tra i capelli.
Titus restava lì, immobile, a pochi metri, e sorvegliava.

Fu un fischio sottile.
Una freccia rudimentale, grossolana, si conficcò nel cranio di Titus con un suono secco e umido. L’omone restò in piedi un secondo, gli occhi spalancati, poi crollò a terra con un tonfo pesante. Il sangue cominciò a spandersi sulla pietra.
Un attimo di silenzio incredulo.
Poi urla.
Corse.
Qualcuno cadde morto, trafitto da altre frecce. Le guardie si mossero in ritardo. Dalle finestre alte entrarono uomini vestiti di nero, solo gli occhi scoperti, lame corte e silenziose. Uccidevano chiunque gli si parasse davanti senza una parola.
Caelan era a terra, distrutto, il corpo tremante e pieno di sborra. Non aveva più forze. Guardava passivamente, aspettando la fine. Il cuore gli batteva lento, rassegnato.
Poi lo vide.
Sullo sfondo, tra il fumo e il sangue, Marcus.
Il cuore gli si bloccò in gola.
Marcus correva. Raggiunse Quintus che stava cercando di fuggire, lo afferrò per i capelli, gli staccò il cazzo con un colpo netto di sciabola e glielo conficcò in bocca. Quintus gorgogliò, gli occhi fuori dalle orbite. Marcus gli diede un calcio violento e lo scaraventò giù dalla finestra, nel cortile. Il tonfo che seguì fu definitivo.
Poi Marcus fu sopra di lui.
Lo abbracciò forte, quasi a spezzarlo. Caelan conficcò le unghie nelle spalle di Marcus, il viso premuto contro il suo collo, e gli soffiò all’orecchio con voce rauca e piena di tutto:
«Era ora, figlio di puttana.»
Marcus sorrise. Un sorriso duro, stanco, ma vero.

Quando tutti gli uomini di Quintus furono morti e i neri cominciarono a ritirarsi, Marcus lo aiutò ad alzarsi.
«Non c’è tempo. Dobbiamo andare a sud. Verso il deserto. Subito.»
Caelan si fece forza. Le gambe tremavano, il corpo urlava, ma camminò. Uscirono dal ludus insieme, il fumo che già cominciava a salire.
A metà corridoio Caelan si fermò e afferrò il braccio di Marcus.
«Gli altri. Liberiamoli.»
Marcus lo guardò un secondo, poi annuì. Aprirono le celle. Molti gladiatori, ancora nudi e confusi, accettarono di seguirli. Altri rimasero, troppo spezzati o troppo paurosi. Quelli che scelsero la libertà saccheggiarono in fretta: armi, oro, cibo, vestiti.
Stavano per uscire dal cancello principale quando Caelan si fermò di nuovo.
«Aspetta.»
Tornò indietro da solo, barcollando. Prese una torcia, la lanciò dentro gli appartamenti di Quintus, poi in altre stanze. Il fuoco prese in fretta. Le fiamme cominciarono a leccare le travi di legno.
Solo allora tornò da Marcus. Il viso illuminato dal bagliore arancione, gli occhi chiari pieni di qualcosa di selvaggio e finalmente libero.
«Adesso sì,» disse. «Possiamo partire.»
Marcus gli posò una mano sulla nuca, un gesto breve e possessivo, poi fece cenno agli altri.
Uscirono dal ludus mentre il fuoco saliva verso il cielo notturno.
Dietro di loro, la scuola di Quintus Valerius bruciava.
Davanti, la strada verso sud e il deserto.
E, per la prima volta, Caelan camminava senza catene.

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