Gay & Bisex
Sotto la guardia 11&12
16.09.2026 |
930 |
5
"Tobia affondò il viso contro il collo di lui e sentì finalmente il tremore che scendeva..."
Capitolo 11Domenica mattina.
Tobia uscì di casa con le scarpe da corsa e una felpa leggera. Aveva bisogno di muoversi. Di far girare le gambe finché i pensieri non si fossero un po’ spezzati. La sera prima gli pesava addosso come un secondo corpo: il caldo della bocca di Rocco, le sue mani, l’acqua della doccia, le parole basse all’orecchio. Desiderio e paura si confondevano in un unico nodo stretto sotto lo sterno.
Correva senza una meta precisa, verso la periferia. L’aria era pesante, il cielo basso e grigio. Ogni tanto un tuono lontano faceva vibrare l’asfalto.
Non si accorse della moto finché non gli fu accanto.
Manuel rallentò fino a tenere il suo passo. Casco nero, giacca di pelle, sguardo già carico.
«Ehi, bellezza. Dai, sali. Ti faccio fare un giro.»
Tobia scosse la testa senza fermarsi.
«No.»
«Dai, non fare il difficile.» Manuel insistette, la voce più bassa. «Solo un giro. Poi ti riporto dove vuoi.»
«Ho detto no.»
Manuel rallentò ancora, poi di colpo gettò la moto a terra con un rumore metallico secco. Il veicolo scivolò sull’asfalto. In due passi fu davanti a Tobia, più alto, più largo, le mani già tese.
«Non ti sto chiedendo il permesso», borbottò. Gli mise le mani sulle braccia, stringendo. «Sali. Adesso.»
Tobia cercò di divincolarsi.
«Lasciami.»
Un tuono fortissimo squarciò il cielo. Un secondo dopo la pioggia cadde a dirotto, densa, fredda, quasi violenta. In pochi istanti erano entrambi fradici. Manuel lo strattonò verso un filare di alberi in un lotto abbandonato, lontano dalle case, dove l’erba cresceva alta e i muri erano coperti di graffiti scrostati.
Sotto le fronde basse lo scosse di nuovo.
«Puttanella di quel Rocco», gli sputò contro, la voce carica di disprezzo. «Si vede lontano un miglio che vi mangiate con gli occhi. Pensi che non l’abbia capito? Che non vi abbia visti?»
Tobia era spaventato. Il cuore gli batteva troppo forte. Cercò di colpire, di spingere, ma Manuel era più forte e lo teneva fermo.
Poi, da qualche parte dietro la pioggia, arrivò una voce.
«LASCIALO.»
Rocco comparve come se fosse uscito dal diluvio stesso. Felpa scura già zuppa, capelli appiccicati alla fronte, occhi neri di rabbia. Non disse altro. Si scagliò contro Manuel.
Il primo pugno arrivò secco. Poi un altro. Rocco urlava mentre colpiva:
«Lascialo stare! Allontanati! Ti spezzo le gambe, lo giuro!»
La colluttazione fu pesante, brutale. I due corpi scivolavano sul terreno bagnato, i pugni sorda sotto la pioggia scrosciante. Tobia urlò:
«Rocco!»
Rocco si voltò per un attimo. Fu abbastanza. Manuel ne approfittò e lo colpì in pieno viso. Rocco cadde a terra, una mano al labbro già spaccato. Il sangue si mescolò subito all’acqua piovana.
Si rialzò.
Il volto era insanguinato, ma gli occhi erano peggiori. Fece un suono basso, quasi un ruggito, e si gettò di nuovo su Manuel. Lo colpì più volte, con una forza che non sembrava più solo tecnica di boxe. Poi lo afferrò per il collo con una mano sola e lo sbatte con violenza contro il tronco di un albero.
Si avvicinò al suo viso, a pochi centimetri, la voce un sibilo basso e tagliente sotto la pioggia:
«Se ti avvicini ancora a lui, anche solo di uno sguardo, ti spezzo. Capito? Non ti voglio più vedere. Mai.»
Lasciò andare.
Manuel scivolò giù lungo il tronco e restò accasciato ai piedi dell’albero, tossendo, il viso già gonfio.
Rocco si voltò. Afferrò Tobia per un braccio, con una presa ferma ma non crudele, e lo trascinò via. La sua moto era parcheggiata poco lontano, scura e lucida sotto l’acqua. Salirono entrambi. Rocco avviò il motore, che ruggì forte contro il rumore della pioggia. La ruota posteriore sbandò un attimo sull’asfalto bagnato, poi trovò presa e sparirono via.
Dietro di loro restò solo il suono della pioggia che continuava a cadere sugli alberi e sul corpo di Manuel.
Tobia stringeva Rocco dalla vita, il viso premuto contro la schiena zuppa, e non riusciva a smettere di tremare.
Capitolo 12
La moto tagliava la pioggia come una lama.
Tobia teneva le braccia strette intorno alla vita di Rocco, il viso premuto contro la schiena zuppa della felpa. L’acqua gli frustava il collo e le mani, fredda e insistente. Il motore ruggiva sotto di loro, ma lui sentiva soprattutto il battito accelerato di Rocco attraverso i vestiti bagnati. Non parlavano. Non potevano. Il vento e la pioggia riempivano ogni spazio.
Dopo una decina di minuti Rocco rallentò in una zona più residenziale, un po’ fuori dal centro. Si fermò davanti a un piccolo palazzo di tre piani, spegnendo il motore. La pioggia continuava a cadere fitta.
«Scendi», disse solo. La voce era roca, ancora carica di adrenalina.
Salirono le scale in silenzio. Rocco aprì una porta al secondo piano e li fece entrare. L’appartamento era sobrio, ordinato, con odore di legno e di sapone. Una cucina a vista, un divano scuro, poche cose personali. Sembrava un posto vissuto da qualcuno che non aveva bisogno di molto.
Rocco chiuse la porta e si voltò. Il labbro inferiore era spaccato, il sangue già diluito dalla pioggia gli colava lungo il mento. Un occhio cominciava a gonfiarsi.
«Vieni.»
Lo portò in bagno. Aprì l’acqua calda del lavandino, prese un asciugamano pulito e glielo passò sui capelli e sulle spalle senza troppa delicatezza, ma con cura. Poi si tolse la felpa zuppa e restò in canottiera, i muscoli ancora tesi, la pelle segnata dai colpi.
Tobia tremava. Non solo per il freddo.
Rocco gli sistemò un asciugamano sulle spalle e gli toccò il viso con le dita, controllando che non fosse ferito.
«Stai bene? Ti ha fatto male?»
Tobia scosse la testa. Poi, a voce bassa, quasi spezzata:
«Nel garage… l’altro giorno. Mi ha portato lì. Ha detto che voleva allenarmi. Poi… mi ha baciato. Con la lingua. Mi ha tirato contro. Io… gli ho dato dei pugni e sono scappato. Oggi ha ricominciato. Mi ha chiamato… puttanella tua. Ha detto che si vede che ci mangiamo con gli occhi.»
Rocco restò immobile.
Il mascella si chiuse. Le mani, ancora bagnate, si strinsero ai bordi del lavandino finché le nocche non diventarono bianche. Respirava piano, ma gli occhi erano scuri, quasi neri.
«Quel pezzo di merda», mormorò. La voce era bassa, pericolosa. «Ti ha messo le mani addosso. Ti ha toccato. E ha osato…»
Si interruppe. Si passò una mano sul viso, sul labbro che sanguinava ancora, e poi guardò Tobia. Qualcosa in lui si incrinò. La rabbia non sparì, ma si mescolò a qualcos’altro.
Si avvicinò e gli prese il viso tra le mani, con una delicatezza che contrastava con tutto quello che era successo fuori.
«Non dovevi passare da quello da solo», disse. «Mai più. Capito? Se ti cerca, se ti parla, se ti guarda anche solo in un modo storto… mi dici. Subito.»
Tobia annuì. Le lacrime gli bruciavano gli occhi, ma non le lasciò uscire.
Rocco lo tirò contro di sé. L’abbraccio era stretto, caldo nonostante i vestiti bagnati. Tobia affondò il viso contro il collo di lui e sentì finalmente il tremore che scendeva.
Restarono così a lungo, sotto la luce fredda del bagno, mentre fuori la pioggia continuava a battere contro i vetri.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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