Gay & Bisex
Operai di vita 3
19.09.2026 |
1.554 |
5
"L’aria condizionata, l’odore di sapone ancora sui loro corpi, le ginocchia di Davide che si toccavano quasi..."
Il secondo giorno iniziò con lo stesso odore.Davide varcò il cancello alle 6:50, lo zaino un po’ più leggero, il corpo ancora un po’ sensibile dopo la doccia della sera prima. Aveva dormito male. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva la mano di Elia sulla coscia e lo sguardo di Renz nello spogliatoio.
Si cambiò in silenzio. Renz era già lì, a torso nudo, mentre si passava un panno oleoso sulle mani. Quando Davide si tolse la maglietta, lo sguardo di Renz scese lento sul torace, sull’addome, poi più in basso. Non disse niente. Solo un mezzo sorriso.
Il turno partì.
A metà mattina Renz lo chiamò vicino al tornio grande.
«Vieni qui, occhiverdi. Tienimi fermo questo pezzo mentre lo centro.»
Davide si avvicinò. Il pezzo di metallo era caldo e scivoloso di lubrificante. Renz si piazzò dietro di lui, quasi addosso. Le mani enormi di Renz guidarono le sue, le dita callose che gli chiudevano i polsi per un secondo di troppo. Il petto largo e peloso di Renz premeva contro la schiena di Davide. L’odore di sudore e di olio gli entrò nel naso.
«Così… fermo.» La voce di Renz era bassa, vicina all’orecchio. «Hai le mani belle. Morbide per lavorare qui. E il culo… cazzo, si muove ogni volta che ti pieghi.»
Davide sentì il calore salirgli in faccia e, peggio, tra le gambe. Non rispose. Continuò a tenere il pezzo, le braccia tese, il respiro corto. Renz restò dietro di lui ancora qualche secondo, il bacino quasi a sfiorargli i glutei, prima di allontanarsi con un grugnito soddisfatto.
«Bravo ragazzo.»
Il resto della mattina fu un continuo di tocchi “accidentali”: una mano sulla spalla che scendeva troppo, un passaggio stretto tra i macchinari in cui il corpo di Renz lo schiacciava di lato, una frase sussurrata mentre gli passava uno strumento — «Se continui a arrossire così ti mangio.»
Nel pomeriggio Tobi lo chiamò nel magazzino dei pezzi grezzi.
Il magazzino era più fresco, semi-buio, pieno di scaffali alti e di quell’odore secco di metallo freddo e di polvere. Tobi aveva già la maglietta sudata appiccicata al torso magro e nervoso. I muscoli lunghi delle braccia erano tesi mentre spostava una cassa.
«Aiutami con questa. È sbilanciata.»
Davide si chinò. Insieme sollevarono. Le loro spalle si sfiorarono. Le mani di Tobi, più grandi e ruvide, si sovrapposero per un attimo a quelle di Davide. Non parlarono. Solo il respiro, il peso del pezzo, e lo sguardo grigio-acciaio di Tobi che restava fisso sul viso di Davide più del necessario. Quando posarono la cassa, Tobi non si allontanò subito. Restò a pochi centimetri, il petto che saliva e scendeva, l’odore di sudore pulito e di ferro.
«Stai attento a Renz» disse alla fine, voce bassa, quasi un mormorio. «Quello non sa fermarsi. Se diventa troppo… dimmelo.»
Davide lo guardò. Gli occhi di Tobi erano seri, senza il sorriso di Elia o la fame di Renz. Solo una tensione muta, fisica, che pesava nell’aria tra loro. Davide annuì appena. Tobi gli diede una pacca secca sulla spalla e se ne andò, lasciandolo con il cuore che batteva troppo forte.
La sirena di fine turno arrivò come una liberazione e una condanna insieme.
Nello spogliatoio l’aria era già densa di vapore e di corpi. Qualcuno aveva aperto le docce. Davide si spogliò con le mani un po’ tremanti. Si tolse tutto. Restò nudo, il cazzo ancora sensibile dopo le ore di tensione, e camminò verso le cabine aperte.
L’acqua calda gli colpì le spalle.
Intorno a lui c’erano corpi nudi: Renz sotto il getto accanto, il petto peloso lucido di sapone, il cazzo pesante che dondolava tra le cosce mentre si passava le mani sui pettorali. Elia due postazioni più in là, i ricci scuri bagnati che gli cadevano sulla fronte, l’acqua che scendeva lungo la catenina e sul petto peloso, più in basso sul ventre piatto e sul cazzo già un po’ pieno. Tobi invece stava in fondo, silenzioso, il corpo secco e definito che si lavava con gesti precisi.
Davide chiuse gli occhi e si passò il sapone sul torace. Sentì lo sguardo.
Quando li riaprì, Renz lo stava guardando senza nascondersi. Gli occhi scuri scendevano sul petto di Davide, sull’addome, sul cazzo che Davide stava cercando disperatamente di tenere morbido. Un mezzo sorriso. Renz si girò di tre quarti, lasciando vedere meglio il corpo massiccio e il membro che iniziava a reagire sotto l’acqua.
Davide abbassò lo sguardo, ma il calore gli salì lo stesso. Il cuore gli batteva in gola. Aveva paura di eccitarsi lì, in mezzo a loro, nudo, con l’acqua che gli scorreva tra le natiche e le dita che tremavano mentre si lavava. Si voltò verso il muro, le spalle tese, e accelerò i gesti. L’odore di sapone industriale, di sudore e di corpi caldi riempiva la stanza insieme al rumore dell’acqua.
Quando spense il getto e si avvolse nell’asciugamano, le gambe gli tremavano leggermente. Renz gli passò accanto e gli sfiorò di proposito la schiena nuda con le dita umide.
«Bella doccia, occhiverdi.»
Fuori, nel parcheggio, Elia lo aspettava appoggiato all’Audi. I capelli ancora umidi, la maglietta chiara che lasciava intravedere la catenina. Quando vide Davide si sorrise, più serio del giorno prima.
«Oggi sei sopravvissuto. Vuoi una birra? A casa mia. Vivo da solo, due piani sopra un negozio di ricambi. Niente stranezze… a meno che tu non voglia.»
Davide lo guardò. Dopo la doccia, dopo Renz, dopo Tobi, dopo tutto, la voce di Elia suonava quasi un rifugio. Annuì.
«Va bene.»
Il tragitto fu silenzioso. L’aria condizionata, l’odore di sapone ancora sui loro corpi, le ginocchia di Davide che si toccavano quasi. Arrivarono in un piccolo appartamento ordinato, con una finestra che dava sui tetti e un divano scuro. Elia gli porse una bottiglia fredda di birra artigianale e si sedette di fronte a lui, le gambe divaricate, le braccia appoggiate sulle ginocchia.
Bevvero un sorso in silenzio. Poi Elia posò la bottiglia e lo guardò dritto negli occhi verdi.
«Io… ho certi interessi. Da un po’. Non lo dico in fabbrica, ovviamente. Ma quando ti ho visto il primo giorno… cazzo, Davide. Hai quell’aria. Timida e allo stesso tempo… come se sapessi esattamente cosa vorresti se qualcuno te lo offrisse nel modo giusto.»
La voce era calma, genuina, senza la pressione di Renz. Solo una verità detta piano.
Davide sentì qualcosa aprirsi dentro. Le dita strette sulla bottiglia fredda. Guardò il pavimento, poi di nuovo Elia.
«Io… non l’ho mai fatto. Completo. Cioè… niente di… dentro. Solo… da solo. E a volte con qualcuno, ma mai fino in fondo. Sono… prevalentemente passivo. E nessuno lo sa. A casa, in fabbrica, da nessuna parte. Ho paura. Ma… quando Renz mi parla così, o quando tu mi hai toccato ieri… cazzo, mi sale un calore... .»
La confessione uscì a pezzi, la voce bassa, un po’ rotta. Le guance rosse. Gli occhi verdi lucidi.
Elia non si mosse subito. Lo ascoltò fino in fondo. Poi si alzò, andò a sedersi accanto a lui sul divano, vicino ma senza toccarlo ancora. L’odore di sapone e di pelle calda di Elia gli arrivò addosso.
«Grazie che me l’hai detto» mormorò. «Io non forzo. Mai. Ma se un giorno vorrai… qualcuno che ti prenda le cose con calma, che ti faccia sentire sicuro mentre ti fa perdere il controllo… io ci sono. E se preferisci solo bere birra e parlare, va bene lo stesso.»
Restarono così, uno accanto all’altro, le bottiglie tra le mani, il silenzio pieno di tutto quello che non era ancora successo. Fuori la luce del pomeriggio iniziava a calare. Dentro, qualcosa era cambiato per sempre.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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