Gay & Bisex
Marco and Alvin 29
10.09.2026 |
406 |
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"E per la prima volta da quando Alvin era partito, Marco sentì che il tempo non stava più soltanto passando..."
I giorni di pausa di Alvin finirono troppo in fretta.Ventuno notti in cui avevano unito i letti, parlato fino a tardi e fatto l’amore con una fame che sapeva di addio temporaneo. L’ultima sera, prima del volo, non uscirono dalla stanza. Alvin lo prese con una lentezza quasi rituale, guardandolo negli occhi tutto il tempo, come se volesse lasciargli stampata addosso la sensazione del suo corpo. Quando venne dentro di lui, restò fermo a lungo, la fronte contro quella di Marco, e mormorò:
«Finisco l’anno. Mi laureo. Poi torno. Non sparisco.»
Marco annuì, la voce rotta. «Lo so. Io intanto inizio.»
Il mattino dopo lo accompagnò all’aeroporto. L’abbraccio fu lungo, silenzioso. Quando Alvin sparì oltre i controlli, Marco restò fermo ancora diversi minuti, le mani in tasca, prima di tornare alla macchina e alla casa vuota sulla collina.
Da solo, la casa sembrava ancora più grande.
Marco cominciò dalle cose pratiche. Fece venire un geometra, poi un’impresa locale. Decise di partire da tre camere al primo piano e dal salone: pavimenti da rifare, bagni da modernizzare, vernici chiare, letti matrimoniali solidi, tende pesanti per la privacy. Usò parte dei soldi dell’eredità senza troppi rimorsi. Ogni sera, dopo che gli operai se n’erano andati, passeggiava per le stanze in cantiere e immaginava voci, corpi, sguardi. E ogni volta finiva per pensare ad Alvin: a come avrebbe guardato, a come avrebbe deciso chi far entrare e chi no.
Si sentivano ogni giorno.
Videochiamate notturne, a volte solo per vedersi in silenzio, a volte per raccontarsi. Quando la voglia diventava troppa, Marco si toccava davanti alla fotocamera mentre Alvin gli diceva cosa fare. Altre volte era Alvin a guidarlo con la voce, fino a farlo venire ansimando il suo nome.
A metà maggio le tre camere erano quasi pronte. Il salone aveva un aspetto nuovo, più pulito, più intenzionale. Marco aveva fatto mettere serrature solide e un sistema di prenotazione privato, solo su invito. Stava ancora decidendo il nome quando ricevette un messaggio da Eddy.
«Ho una settimana libera. Posso venire? Voglio vedere questa casa di cui non fai altro che parlare.»
Marco gli rispose di sì.
Eddy arrivò tre giorni dopo, con uno zaino e quel sorriso lento che non aveva mai perso. L’abbraccio sulla soglia fu lungo, caldo, familiare. Quando entrò e guardò intorno, fischiò basso.
«Cazzo, Sicilia. Ti sei fatto un regno.»
Marco gli fece fare il giro. Gli spiegò il progetto a voce bassa, quasi imbarazzato: un posto solo per uomini, discreto, selezionato, con regole chiare. Eddy ascoltò in silenzio, le mani sui fianchi, poi lo fissò con un sopracciglio alzato.
«E Alvin sa tutto, ovviamente.»
«Sa tutto. Anzi, è stata un’idea sua quanto mia.»
Eddy rise. «Figurati. Quel possessivo di merda ti costruirebbe un harem solo per avere il piacere di decidere chi ti mette le mani addosso.»
Quella sera mangiarono in cucina, bevvero vino e finirono a letto. Non fu una cosa dolce. Eddy lo prese con la stessa fame di sempre, le mani grandi che gli tenevano i fianchi, la voce grave che gli diceva quanto gli era mancato. Marco si lasciò fare, e mentre veniva pensò ad Alvin che, a migliaia di chilometri di distanza, sapeva esattamente cosa stava succedendo e aveva dato il suo consenso tacito.
Nei giorni successivi Eddy aiutò con i lavori leggeri, diede pareri brutali ma utili sull’arredamento, e ogni notte finiva per finire dentro Marco. Era una presenza comoda, calda, senza le complicazioni del passato. Quando partì, lasciò una mano sulla spalla di Marco e disse:
«Quando aprite per davvero, io voglio essere tra i primi. E voglio che Alvin sia in casa quando arrivo. Mi piace quando mi guarda mentre ti scopo.»
Marco sorrise, stanco e un po’ arrossato. «Lo saprà.»
A giugno le tre camere erano finite.
Marco scattò delle foto e le mandò ad Alvin. La risposta arrivò quasi subito:
«Belle. Pulite. Private. Quando torno le proviamo. Io e te. Poi decidiamo il primo ospite di prova.»
E sotto, un secondo messaggio:
«Mi laureo il 18. Il 20 prendo il volo. Tienimi il letto libero.»
Marco lesse quelle parole seduto sul muretto che dava sul golfo, il vento di inizio estate che gli muoveva i capelli. La casa dietro di lui non era più solo la casa della nonna. Stava diventando qualcosa di loro. Qualcosa di pericoloso e di giusto allo stesso tempo.
E per la prima volta da quando Alvin era partito, Marco sentì che il tempo non stava più soltanto passando.
Stava preparando il futuro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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