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Gay & Bisex

Marco and Alvin 27


di MASQUARATE
10.09.2026    |    446    |    0 8.9
"Marco chiuse gli occhi e sentì tutto: il calore, lo spessore familiare, il modo in cui Alvin si muoveva — lento, profondo, guardandolo..."
L’aereo atterrò a Catania sotto un cielo basso e grigio.
L’aria di Sicilia a fine marzo era diversa da quella dell’estate precedente: più umida, più fredda, carica dell’odore di terra bagnata e di mare lontano. Alvin guidava la macchina a noleggio in silenzio, una mano sul volante e l’altra sulla coscia di Marco. Quest’ultimo guardava fuori dal finestrino i paesaggi che riconosceva e che allo stesso tempo gli sembravano estranei.
Arrivarono alla casa sulla collina nel primo pomeriggio.
Era più grande di come Marco la ricordasse, o forse era lui a sentirsi più piccolo. Le persiane chiuse, il giardino un po’ incolto, i limoni ancora lì ma senza il sole di luglio a renderli luminosi. Sulla soglia c’erano due cugini e una zia. Gli abbracci furono brevi, impacciati. Qualcuno disse «Finalmente sei arrivato» e qualcun altro abbassò lo sguardo.
La nonna morì la notte stessa.
Non fece in tempo a rivedere Marco cosciente. Si spense nel sonno, nella stanza al piano di sopra, mentre fuori pioveva piano. Il funerale si tenne due giorni dopo, in una chiesa del paese troppo piena di facce conosciute e di silenzi. Marco restò in piedi per tutto il tempo, Alvin al suo fianco, una presenza solida e quieta. Qualche parente lanciò occhiate curiose al ragazzo americano alto e biondo, ma nessuno chiese spiegazioni. Non era il momento.
Dopo il funerale vennero letti i documenti.
La casa — quella grande, con le stanze vuote, il salone, la cucina che sapeva ancora di pane e di detersivo — andava interamente a Marco. In più c’era un conto in banca, una somma cospicua, frutto di anni di risparmi e di qualche vendita di terreni. Abbastanza da non dover pensare ai soldi per un pezzo lungo. Nel testamento, scritto con grafia ferma qualche mese prima, c’era quella frase che la cugina aveva già riferito al telefono: «Spero che mio nipote torni dalle terre lontane e che questa casa torni a essere piena di vita.»
Marco firmò dove doveva firmare. La voce gli uscì bassa quando ringraziò il notaio. Alvin gli restò vicino senza toccarlo, ma la sua sola presenza bastava a tenerlo in piedi.
La sera erano finalmente soli.
I parenti se n’erano andati. La casa era enorme e silenziosa. Solo il ticchettio di un orologio da parete e, lontano, il rumore della pioggia sui tetti di tegole. Marco e Alvin salirono al piano di sopra, nella stanza che un tempo avevano condiviso. I due lettini singoli erano ancora lì, separati dal comodino, esattamente come li aveva lasciati mesi prima.
Senza dire una parola, Alvin cominciò a spostarli.
Il legno scricchiolò sul pavimento. Li unì uno contro l’altro, allineò i materassi, sistemò le coperte. Quando ebbe finito, la stanza era di nuovo com’era stata quella notte di luglio in cui tutto era cominciato.
Marco lo guardò dalla porta. Gli occhi erano stanchi, ma c’era dentro qualcosa di vivo.
Si spogliarono piano.
Non c’era fretta, non c’era fame di altri corpi. Solo loro due, la casa vuota intorno, e la memoria di ogni volta che si erano toccati tra quelle mura. Alvin lo stese sul letto unito e lo coprì con il proprio corpo. Si baciarono a lungo, con una lentezza quasi dolorosa. Le mani di Alvin gli percorrevano la schiena, i fianchi, le cosce, come se volesse rammentarsi ogni centimetro.
Quando entrò in lui, fu con una dolcezza che faceva male.
Marco chiuse gli occhi e sentì tutto: il calore, lo spessore familiare, il modo in cui Alvin si muoveva — lento, profondo, guardandolo. Non c’erano parole sporche, non c’erano ordini. Solo respiri, baci, e ogni tanto il nome dell’altro sussurrato contro la pelle.
Si mossero insieme per un tempo che sembrò non finire.
La pioggia batteva contro le finestre. La casa, per la prima volta dopo giorni, non sembrava più vuota. Quando vennero, fu quasi in silenzio: Marco prima, stringendosi forte intorno a lui, e Alvin subito dopo, affondando il viso contro il suo collo e restando immobile a lungo.
Dopo, non si separarono.
Alvin restò dentro di lui finché il corpo non si fu calmato. Poi uscì piano, lo tirò contro di sé e gli sistemò la testa sul petto. Le dita gli accarezzavano i capelli neri con lo stesso gesto di mesi prima.
«Siamo tornati», mormorò Marco contro la sua pelle.
Alvin gli baciò la fronte.
«Sì. E questa volta la casa è tua.»
Marco chiuse gli occhi. Fuori la pioggia non cessava. Dentro, sul letto che avevano di nuovo unito, due corpi nudi e caldi tenevano insieme tutto quello che era successo e tutto quello che dovevano ancora decidere.
Per quella notte, fu abbastanza.
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