Gay & Bisex
Marco and Alvin 12
09.09.2026 |
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"Cavalcò con ritmo deciso, alzandosi quasi fino a far uscire la cappella e poi lasciandosi ricadere pesante, prendendo tutto..."
Dopo la doccia lunga e calda, si prepararono in silenzio.Marco si vestì piano, ancora sensibile. Ogni movimento gli ricordava quanto fosse stato aperto: il tessuto dei jeans gli sfiorava la pelle in un modo nuovo, e quando si chinò per allacciare le scarpe sentì un leggero bruciore dolce che gli fece stringere le cosce. Alvin lo guardò da sopra la maglia che stava infilandosi e sorrise, consapevole.
Uscirono quando il pomeriggio era ancora chiaro. La neve aveva smesso di cadere, ma le strade erano bianche e il cielo basso, grigio-azzurro. Camminarono verso i mercatini del centro. Luci calde, odore di vin brulé, di cannella e di legno bruciato, bancarelle piene di decorazioni, di caldarroste e di dolci glassati.
A un certo punto, mentre attraversavano una piazzetta affollata, Marco sfiorò la mano di Alvin con le dita. Fu un gesto piccolo, quasi timido. Alvin scattò subito: gli afferrò la mano, le dita si intrecciarono forti, e non la lasciò più.
Camminarono così, mano nella mano, sotto gli occhi di tutti. Qualche sguardo si posò su di loro, qualcuno sorrise, qualcuno distolse lo sguardo. Marco sentì il cuore gonfiarsi. Non c’era imbarazzo. C’era solo una felicità quieta e piena che gli scaldava il petto più della cioccolata che bevvero dopo, seduti su una panchina gelata, con i bicchieri caldi tra le mani e i dolcetti natalizi che si sbriciolavano sulle dita.
Alvin ogni tanto gli stringeva la mano più forte. Marco rispondeva. Non servivano parole.
Prima che calasse del tutto la notte tornarono a casa. La confraternita odorava ancora di pranzo e di camino. Josh e Tyler erano sul divano con una serie tv, Eddy era seduto sulla poltrona con una birra in mano. Quando Marco e Alvin entrarono, ancora con le guance rosse di freddo e le mani che si lasciavano solo all’ultimo, Eddy alzò lo sguardo e lo posò subito su Marco.
Marco cercò di sedersi normalmente. Non ci riuscì. Il corpo non collaborava: il buco ancora largo e sensibile lo costringeva a una postura un po’ obliqua, a spostare il peso su un fianco. Camminava con un leggero ritardo in ogni passo, come se qualcosa all’interno ancora gli ricordasse la sessione del pomeriggio.
Eddy lo notò immediatamente. Un sorriso lento gli si aprì sulle labbra.
«Tutto bene, Sicilia?», chiese con tono leggero, ma gli occhi scuri erano divertiti e sapienti. «Sembri… un po’ scomodo stasera. Troppo panettone? O troppo regalo?»
Josh alzò un sopracciglio senza capire. Tyler soffocò una risata. Alvin, invece, restò in silenzio, una mano che si posava sulla nuca di Marco in un gesto chiaramente possessivo.
Marco arrossì, ma non abbassò lo sguardo. «Sto benissimo», rispose, la voce calma. «Solo un po’… stanco.»
Eddy annuì piano, il sorriso che non spariva. «Capisco. A Natale si esagera sempre con certe cose.»
Passarono la serata in salotto. Birra, battute, il fuoco che crepitava. Ogni tanto Eddy lanciava a Marco un’occhiata e una battuta leggera sulla «camminata da cowboy», e ogni volta Alvin rispondeva con un mezzo sorriso storto, senza mai smentire. Marco sentiva il calore salirgli in faccia, ma anche qualcosa di più basso, più caldo, che gli tornava tra le gambe.
Verso mezzanotte Alvin si alzò. Marco lo seguì senza che nessuno dicesse niente. Eddy li salutò con un cenno di testa e un «buona notte… riposatevi» che suonava tutto fuorché innocente.
In camera, appena la porta si chiuse, Marco prese le redini.
Non aspettò. Spinse Alvin sul letto con entrambe le mani sul petto. Alvin ci andò di buon grado, gli occhi già scuri. Marco gli saltò sopra, a cavalcioni, e lo baciò con una fame nuova: lingua, denti, respiro corto. Lo baciò a lungo, limonandolo a fondo, mentre le mani gli alzavano la maglia e gliela strappavano via. Poi i pantaloni, i boxer. In pochi gesti Alvin restò nudo sotto di lui, il cazzo già duro che gli batteva contro la coscia.
Marco scese. Gli prese il cazzo in mano e lo portò alla bocca. Il pompino fu lento e straordinario: lingua piatta sotto il fusto, labbra strette, saliva abbondante. Lo prese fino in gola, poi uscì, leccò le palle, risalì, succhiò solo la cappella con ritmo costante. Alvin gemé, le mani nei capelli neri di Marco, i fianchi che spingevano leggermente verso l’alto. Marco lo portò vicino, lo sentì pulsare, le vene che si gonfiavano… e si fermò. Tirò fuori il cazzo lucido di saliva, duro, gonfio, quasi doloroso, e lo guardò dal basso.
«Non ancora», sussurrò.
Si rialzò, si tolse i vestiti in fretta e tornò a cavalcioni. Con una mano prese il cazzo di Alvin, ancora tutto insalivato, e se lo posizionò contro il buco. Ormai era largo, morbido, ancora un po’ aperto dalla sessione del pomeriggio. Marco posò entrambe le mani sui grandi pettorali di Alvin, sentì i muscoli tesi sotto i palmi, e si lasciò scendere di colpo.
Si inculò di botto.
Il cazzo entrò tutto in una sola spinta. Alvin emise un suono grosso, grave, di pura goduria. Gli occhi verdi si spalancarono e si fissarono in quelli di Marco. Per un secondo restarono immobili, uniti fino in fondo, il respiro corto.
Poi Marco cominciò a muoversi.
Cavalcò con ritmo deciso, alzandosi quasi fino a far uscire la cappella e poi lasciandosi ricadere pesante, prendendo tutto. Allargava e stringeva il buco a comando, stringendo forte ogni volta che scendeva, aprendo quando saliva. Alvin guardava, la bocca socchiusa, le mani che gli affondavano nei fianchi. Ogni tanto alzava il bacino per incontrarlo, ma Marco lo teneva fermo, dettando lui il passo.
«Cazzo… Marco…», ansimò Alvin, la voce rotta. «Così… non fermarti…»
Marco accelerò. Le cosce bruciavano, il buco pulsava intorno al cazzo duro e caldo, i pettorali di Alvin si contraevano sotto le sue mani. Si chinò in avanti, lo baciò mentre continuava a scoparlo dall’alto, i gemiti che si mescolavano. Alvin impazziva. Le mani gli corsero sulla schiena, sul sedere, lo strattonarono più forte contro di sé. Il ritmo diventò selvaggio, quasi disperato.
Fu l’amplesso più bello che avessero mai avuto.
Non c’era fretta, non c’era distanza, non c’era nessun altro. Solo loro due, il letto che scricchiolava, il suono umido e carnale di Marco che si prendeva quello che voleva, e Alvin che si lasciava prendere mentre lo guardava come se fosse la cosa più preziosa del mondo.
Quando vennero, fu quasi insieme. Marco per primo, il corpo che si contraeva forte intorno al cazzo di Alvin, un grido soffocato contro la sua bocca. Alvin lo seguì subito dopo, spingendo verso l’alto e venendo in profondità, i getti caldi che riempivano Marco mentre ancora lo cavalcava, più lento, più tremante.
Restarono così a lungo, Marco ancora seduto su di lui, la fronte contro la sua, il respiro che piano piano si calmava. Alvin gli accarezzava la schiena con entrambe le mani, lento, quasi devoto.
«Buon Natale», sussurrò alla fine, la voce roca.
Marco sorrise, esausto e felice, e gli rispose contro le labbra:
«Il più bel Natale della mia vita.»
Fuori la neve ricominciava a cadere.
Dentro, tra le coperte disfatte e i corpi ancora uniti, non serviva nient’altro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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