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Gay & Bisex

Marco and Alvin 4


di MASQUARATE
09.09.2026    |    858    |    0 9.7
"» Marco restò in silenzio, il telefono premuto contro l’orecchio, le lacrime che gli scendevano lente sulle guance..."
I giorni dopo la partenza di Alvin furono i più lunghi della vita di Marco.
La casa della nonna sembrava improvvisamente troppo grande e troppo silenziosa. Il letto che avevano unito tornò a essere due lettini separati, e Marco dormiva solo su quello di Alvin, con il naso affondato nel cuscino che ancora sapeva di lui. Di sapone americano, di pelle calda, di sesso.
Il vuoto era ovunque.
Nel petto, dove il cuore batteva a vuoto.
E più in basso, tra le natiche, dove Alvin lo aveva riempito così tante volte. Marco si svegliava di notte con le cosce che si chiudevano da sole, cercando una pressione che non c’era più. A volte, da solo, si metteva due dita dentro e chiudeva gli occhi, cercando di ricordare lo spessore, il calore, il modo in cui Alvin sapeva muoverle. Ma non bastava. Non bastava mai.
Si sentivano.
Alvin gli scriveva ogni sera. Foto del campus, del campo di rugby, della stanza del dormitorio. A volte, tardi, gli mandava messaggi più sporchi: «Mi sto toccando pensando a come mi prendevi in gola», oppure «Vorrei averti qui e riempirti di nuovo». Marco rispondeva, a volte si faceva pure delle seghe guardando quelle parole, ma non era la stessa cosa. La distanza rendeva tutto piatto. Le parole non avevano odore. Non avevano peso. Non avevano il calore del respiro di Alvin contro il collo.
Settembre arrivò.
L’estate finì di colpo, come se qualcuno avesse spento una luce. Il mare diventò più scuro, le cicale tacquero, e la casa della nonna tornò a essere solo una casa di campagna. Marco riprese a camminare senza meta, a stare ore seduto sugli stessi scogli dove Alvin lo aveva scopato per la prima volta. Guardava il punto esatto della roccia e sentiva di nuovo le dita grosse entrare in lui, il sole sulla schiena, la voce di Alvin che gli diceva di respirare.
Il vuoto dentro il culo era diventato quasi fisico. Una mancanza costante, un’apertura che non si chiudeva più. A volte, di notte, Marco si preparava da solo con lo sputo e le dita, ma dopo restava solo, tremante, con le lacrime agli occhi e la sensazione di essere ancora più vuoto di prima.
Ottobre.
Novembre.
Le chat diventarono più lunghe, più malinconiche. Alvin gli raccontava delle partite, delle lezioni, del freddo che cominciava a mordere in America. Marco gli raccontava del paese che si spegneva, della nonna che gli chiedeva perché era sempre così silenzioso, del letto che non riusciva più a sistemare.
Una sera di fine novembre, mentre fuori pioveva e la casa odoriava di legna bruciata, il telefono di Marco vibrò.
Era Alvin.
Non un messaggio. Una chiamata.
Marco rispose subito. La voce di Alvin arrivò roca, un po’ stanca, ma familiare come un tocco sulla pelle.
«Ciao, bello.»
Marco chiuse gli occhi. Solo quelle due parole gli fecero salire un nodo in gola.
Parlarono a lungo. Di cose inutili, all’inizio. Poi Alvin tacque per qualche secondo, e quando riprese a parlare la voce era più bassa, più seria.
«Ho pensato a una cosa.»
Marco sentì il cuore accelerare.
«Perché non vieni qui? In America.»
Il silenzio che seguì fu pieno di tutto quello che non avevano detto in quei mesi.
Alvin continuò, senza dargli tempo di interrompere:
«Puoi iscriverti a qualche corso, o anche solo restare un po’. Ho una stanza. Ho un letto. Ho tutto quello che ti manca. E io… cazzo, Marco, io ti voglio qui. Non solo per scopare. Ti voglio qui. Tutti i giorni. Tutte le notti. Voglio svegliarmi e averti ancora addosso. Voglio riempirti di nuovo e non doverti lasciare la mattina dopo.»
Marco restò in silenzio, il telefono premuto contro l’orecchio, le lacrime che gli scendevano lente sulle guance. Fuori la pioggia batteva contro le persiane. Dentro, il vuoto che lo aveva accompagnato per mesi sembrò, per un attimo, farsi un po’ meno grande.
«Sei serio?», riuscì a chiedere, la voce rotta.
Alvin rise piano, quella risata bassa che Marco aveva sentito contro il collo tante volte.
«Sono serissimo. Pensaci. E quando sei pronto… vieni.»
Marco non rispose subito. Guardò la stanza vuota, il letto singolo, la finestra che dava sui limoni ormai spogli.
Poi, a voce bassa, quasi un sussurro:
«Ti manca pure a me. Ogni giorno. Ogni notte. E… sì. Voglio venire.»
Dall’altra parte della linea Alvin restò in silenzio per un secondo. Poi disse solo:
«Allora ti aspetto.»
Marco chiuse gli occhi.
Per la prima volta dopo mesi, il vuoto dentro il cuore e dentro il corpo sembrò un po’ meno incolmabile.
Qualcosa, laggiù in America, lo stava chiamando di nuovo.
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