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Gay & Bisex

Ludus Carnis - 3. L'acqua e la cella


di MASQUARATE
12.09.2026    |    951    |    0 9.7
"«Dormi, nordico, » disse, strofinandogli una mano sui capelli biondi in un gesto quasi possessivo..."
Li fecero uscire dalla vasca uno a uno. L’acqua gli scorreva ancora lungo le gambe mentre i guardiani li spingevano lungo il corridoio di pietra umida. Caelan camminava nudo, il viso ancora sporco della sborra di Marcus, il sapore amaro che gli restava sulla lingua. Ogni passo faceva oscillare il cazzo ancora semi-duro, e gli occhi degli altri non lo lasciavano.
La cella era stretta, con paglia sul pavimento e un’unica catena lunga abbastanza da legare un polso al muro. Marcus entrò per ultimo. Il cancello si chiuse con un rumore metallico. Restarono in cinque: Marcus, l’ispanico, due gladiatori più giovani e Caelan.
Marcus si sedette sulla paglia, schiena al muro, e gli fece segno col mento.
«Vieni qui.»
Caelan non si mosse subito. Dentro di lui qualcosa si ribellava ancora. L’orgoglio del villaggio, il ricordo del sangue romano sulle sue mani, la rabbia di essere stato ridotto a questo. Ma il corpo… il corpo lo aveva già tradito. Il cazzo gli si era rialzato solo a sentire la voce di Marcus, e il buco gli pulsava ancora dove la lingua lo aveva leccato.
Si avvicinò comunque.
Marcus lo afferrò per un polso e lo tirò giù a stravaccarsi tra le sue gambe. Le mani gli corsero subito sul petto, scesero al ventre, gli strinsero il cazzo con decisione.
«Guarda come sei già pronto,» mormorò contro il suo orecchio. «Hai odiato ogni secondo… e ti sei fatto venire in bocca da uno di noi. Non fingere.»
Caelan serrò i denti. Voleva colpirlo. Voleva spingerlo via. Invece restò lì, respirando forte, mentre Marcus gli pompava il cazzo con la mano ruvida e gli altri si avvicinavano, già duri, già pronti.
L’ispanico si mise in ginocchio e gli prese le palle in bocca di nuovo. Uno dei più giovani gli leccò un capezzolo, poi l’altro, mordicchiandoli. Marcus gli sollevò le cosce, lo aprì, e gli spinse due dita insalivate dentro il culo senza preavviso. Caelan gemette, un suono basso e rotto.
«Ecco,» disse Marcus. «Il selvaggio che ringhia e si bagna. Ti piace essere aperto. Lo sento.»
Le dita si muovevano, cercavano, trovavano quel punto che faceva piegare la schiena a Caelan nonostante tutto. La rabbia gli bruciava in gola. L’umiliazione gli stringeva lo stomaco. E sotto, più in basso, qualcosa di nuovo e pericoloso cominciava a formarsi: non solo piacere fisico, ma un bisogno confuso di essere tenuto così, di essere guardato.
Marcus gli tolse le dita e si sistemò dietro di lui. Il cazzo grosso e caldo gli premette contro il buco.
«Stasera ti prendo io per primo. Gli altri guardano. Poi, se ti comporti bene, forse gli lascio un turno.»
Spinse.
Caelan gridò contro la paglia. Il dolore era acuto, pieno, ma sotto c’era già quel bruciore che diventava piacere. Marcus non aspettò che si abituasse: cominciò a scoparlo con colpi lunghi e profondi, tenendolo per i fianchi, facendo sbattere le palle contro le sue. Gli altri si masturbavano guardando, qualcuno gli toccava il viso, qualcuno gli metteva il cazzo contro le labbra. Caelan aprì la bocca di nuovo, quasi senza pensare.
Mentre Marcus lo fotteva, Caelan sentì le lacrime scendere dagli occhi. Non di dolore. Di qualcosa di più confuso. Odiava quei corpi che lo usavano. Odiava il fatto che il suo cazzo pulsasse e sgocciolasse sulla paglia. Odiava soprattutto la voce dentro di lui che, per un attimo, non voleva che finisse.
Quando Marcus venne dentro di lui con un grugnito basso, riempiendolo di caldo, Caelan venne a sua volta, a scatti violenti, senza che nessuno gli toccasse il cazzo. Solo dalla penetrazione e dall’umiliazione.
Marcus restò dentro ancora qualche secondo, poi si ritirò. La sborra gli colò lungo le cosce.
«Dormi, nordico,» disse, strofinandogli una mano sui capelli biondi in un gesto quasi possessivo. «Domani l’allenamento. E se combatti bene… resti... »
Caelan si accasciò sulla paglia, il corpo tremante, il culo dolorante e pieno. Chiuse gli occhi. Dentro di lui la rabbia e il piacere si mescolavano come sangue e acqua. E, per la prima volta, qualcosa di nuovo cominciava a germogliare: non solo odio. Non solo desiderio forzato. Qualcosa che assomigliava a una dipendenza pericolosa da quelle mani e da quella voce.
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