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Ludus Carnis - 8. Titus Niger


di MASQUARATE
13.09.2026    |    722    |    1 9.6
"Lasciò che le lacrime gli scorressero sul viso mentre Titus lo scopava con quella bestialità paziente e inesorabile..."
Quintus non dimenticò lo schiaffo.
Nei giorni successivi rimuginò in silenzio. Non voleva più Marcus nel ludus. Troppo pericoloso, troppo possessivo, troppo capace di rovinare la merce. Così assoldò un altro.
Il suo nome era Titus Niger.
Arrivò all’alba, a cavallo, seguito da due servi. Quando scese, il cortile si ammutolì. Era un omone enorme, più alto di qualsiasi gladiatore presente. Muscoli che guizzavano sotto la pelle scura, pettorali sporgenti e pesanti, ventre piatto ricoperto da un folto pelo nero che gli scendeva fino all’inguine. Barba lunga e ispida, occhi piccoli e terrificanti, quasi gialli. Orecchini di ferro alle orecchie, cosce potenti come colonne. Una bestia.
La sua reputazione lo precedeva come una peste. Aveva spezzato gladiatori famosi, uomini che nell’arena facevano tremare la folla. Aveva rotto innumerevoli culi. Si diceva che il suo cazzo fosse granitico, qualcosa di innaturale: grosso come il polso di un uomo, duro come pietra, capace di far urlare anche i più duri.
I gladiatori abbassarono lo sguardo quando passò. Nessuno osò parlare.
Marcus fu fatto allontanare lo stesso giorno. Lo trascinarono fuori dal ludus in catene, senza spiegazioni. Caelan lo vide solo un attimo, dal cancello. I loro sguardi si incrociarono. Marcus strinse i denti e scosse appena la testa, come a dirgli di resistere. Poi sparì.
Caelan restò fermo, il petto che gli si chiudeva. Quella notte non chiuse occhio. Il vuoto lasciato da Marcus era fisico, quasi doloroso. Ogni volta che chiudeva gli occhi sentiva ancora la sua voce, le sue mani, il suo odore.
Il primo assaggio
Titus Niger lo notò subito.
Il secondo giorno, durante l’allenamento, si fermò a osservarlo. Gli occhi gialli lo spiavano mentre Caelan sudava sotto il sole, il corpo ancora segnato dalle notti precedenti. Alla fine fece un cenno.
«Il biondo. Vieni.»
Caelan esitò. Il cuore gli batteva forte. Sapeva già cosa voleva. Resistette quanto poté: quando Titus lo portò in una stanza laterale e gli strappò il subligaculum, Caelan lo colpì al petto con un pugno. Titus non si mosse. Rise, un suono basso e gutturale, e lo scaraventò a terra come se non pesasse nulla.
«Hai fuoco,» ringhiò. «Mi piace.»
Lo voltò a faccia in giù, gli aprì le natiche con mani enormi e gli sputò sul buco. Poi si liberò. Il cazzo che gli uscì era proprio come dicevano: grosso, scuro, venoso, duro come granito. Caelan ebbe un attimo di panico puro.
Resistette ancora. Si divincolò, graffiò, cercò di colpire. Titus lo tenne fermo senza sforzo, una mano enorme sulla nuca, e cominciò a spingere. L’ingresso fu lento, crudele, quasi impossibile. Caelan urlò. Il dolore era diverso da tutto ciò che aveva conosciuto: pieno, straziante, che gli toglieva il respiro.
Titus non si fermò. Continuò a entrare, centimetro dopo centimetro, finché non fu tutto dentro. Poi cominciò a muoversi. Spinte lunghe, pesanti, che facevano tremare il pavimento. Caelan piangeva di rabbia e di dolore, ma il corpo, traditore, cominciò a rispondere. Il piacere sporco e oscuro salì nonostante tutto.
Alla fine si arrese.
Smise di combattere. Lasciò che le lacrime gli scorressero sul viso mentre Titus lo scopava con quella bestialità paziente e inesorabile. Quando l’omone venne, fu con un grugnito basso, riempiendolo di caldo denso e abbondante. Restò dentro ancora a lungo, respirando pesante contro la schiena di Caelan.
«D’ora in poi,» mormorò Titus contro il suo orecchio, «sei carne mia. Marcus non c’è più. Qui comando io.»
Caelan chiuse gli occhi. Dentro di lui la rabbia e il desiderio di Marcus bruciavano ancora. Ma il corpo, stanco e spezzato, si era arreso.
E Titus Niger lo sapeva.
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