Gay & Bisex
Carico proibito 12
18.10.2026 |
748 |
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"Ogni volta che qualcuno veniva, sentiva il calore, la quantità, il modo in cui usciva..."
L’indomani mattina partirono presto. Direzione Amsterdam.
Mauro restava seduto in silenzio, gli occhi sul paesaggio che cambiava. Campi più piatti, case diverse, cartelli in olandese e tedesco. Il camion sfrecciava sull’autostrada mentre Paolo guidava con una mano sola, l’altra ogni tanto posata sulla coscia del nipote.
Verso pranzo uscirono in un’area di servizio grande e trafficata. Il bar era pieno: camionisti, famiglie, bambini che correvano tra i tavoli. Mangiarono qualcosa e si sgranchirono le gambe. Prima di ripartire andarono in bagno.
Il locale era ampio, piastrellato di bianco, un po’ umido. Mentre stavano agli orinatoi, Mauro sentì uno sguardo. Un uomo sui quarantacinque, padre di famiglia: calvo, barba corta e curata, occhiali, fisico asciutto e con avambracci grossi e pelosi che spuntavano dalla camicia arrotolata. Portava due bracciali di metallo. Non toglieva gli occhi di dosso a Mauro.
Paolo se ne accorse. Lanciò un’occhiata all’uomo, poi fece un piccolo cenno con la testa verso i gabinetti chiusi. L’uomo capì immediatamente.
Mauro si spostò dentro uno dei box. L’uomo lo seguì. Paolo entrò per ultimo e chiuse la porta a chiave.
Dentro lo spazio era stretto. Mauro si sedette sulla tavoletta. L’uomo non perse tempo: aprì i pantaloni e gli mise davanti il cazzo ancora barzotto, caldo e pesante. Mauro lo accolse in bocca. Lo sentì crescere subito, diventare duro, allungarsi. Era stretto in punta e più largo alla base, con un sapore di pelle e di leggero sudore.
Dietro di lui Paolo gli sbottonò la camicia con calma. Le dita grosse gli trovarono i capezzoli e cominciarono a giocherellarci, a pizzicarli, a girarli. Allo stesso tempo gli leccava il collo, la barba che gli graffiava la pelle sensibile. Mauro pompava a gola profonda, gli occhi socchiusi.
Dopo qualche minuto l’uomo lo tirò su senza dire una parola. Mauro si alzò, si girò e si abbassò i pantaloncini fino a metà coscia. L’uomo gli sputò sul buco, si allineò e entrò di botto.
Mauro trattenne un gemito. Il cazzo lo stirava bene a ogni spinta. L’uomo non andava piano: colpi lunghi, profondi, che arrivavano in fondo ogni volta. Paolo restava alle sue spalle, continuava a toccargli i capezzoli e a baciarlo sul collo.
Il padre di famiglia accelerò. Si piantò fino in fondo con un grugnito basso e venne a fiumi, riempiendo Mauro. Restò fermo qualche secondo, poi uscì, si asciugò il cazzo direttamente sulle natiche del ragazzo, si rivesti in fretta e uscì dal box senza voltarsi.
Paolo non aspettò. Aveva il cazzo di marmo. Lo spinse dentro al nipote ancora pieno della sborra dell’altro e cominciò a scoparlo duro, secco, le mani sui fianchi. La porta del box tremava leggermente a ogni affondo. Mauro gemette, prendendo tutto. Paolo si scaricò dopo pochi minuti, lasciando la sua sborra insieme a quella del padre di famiglia.
Si appoggiò con la fronte sulla spalla di Mauro, ansimando.
«Bravo il mio ragazzo.»
Lo ripulì alla meno peggio con della carta, gli rialzò i pantaloncini e gli sistemó la maglia. Uscirono.
Si sedettero su una panchina fuori, lontano dal via vai. Paolo si accese una sigaretta e ne passò una anche a Mauro. Tirarono due boccate in silenzio.
«Sei una forza della natura», disse alla fine lo zio, guardandolo di lato.
Mauro soffiò il fumo e rispose a voce bassa:
«Sempre grazie a te, zio. Senza di te non avrei mai avuto il coraggio di fare tutto questo.»
Paolo gli sorrise sotto la barba. Si chinò e gli diede un bacio lento, pieno.
«Quando uno è portato a fare certe cose, non deve ringraziare nessuno se non se stesso.»
Spense la sigaretta, si alzò e gli fece cenno con la testa.
«Andiamo. Amsterdam ci aspetta.»
Si avviarono verso il camion. Mauro camminava ancora con le gambe un po’ molli, il culo pieno e caldo, mentre la mano di Paolo gli tornava a posarsi sulla nuca, leggera e possessiva.
Partirono.
Per tutto il pomeriggio il camion sfrecciò sull’autostrada. Mauro guardava lo zio guidare: le mani grosse sul volante, le braccia pelose, il profilo duro sotto la barba. E lo immaginava sopra di lui, dentro di lui, corpo contro corpo, sudore, peso, spinte. A un certo punto gemette piano, senza accorgersene.
Paolo girò la testa.
«Che hai, piccolo? Cosa pensi?»
Mauro fu sincero. Gli disse esattamente cosa stava immaginando. Paolo sorrise sotto i baffi.
«Tieniti pronto. Stasera ho una sorpresa per te.»
Il cazzo di Mauro diventò duro all’istante. Aspettò che venisse sera con il cuore che batteva già troppo forte.
Quando lo zio mise la freccia per entrare in un grande autogrill, Mauro fremette.
Solita routine: cena con un gruppo di amici. Stavolta erano tanti, conoscenti di Paolo arrivati da chissà dove. Si parlò, si rise, si bevve. Al momento di salutarsi Paolo disse solo:
«A dopo.»
Mauro non capì subito. O forse sì.
Andarono in doccia. Paolo lo lavò con cura, le mani lente su ogni centimetro di pelle. Poi si fece succhiare sotto l’acqua calda, tenendogli la testa. Quando fu duro abbastanza lo girò, lo aprì con le dita e lo inculò lì, piano, profondo. Ogni tanto infilava uno o due dita insieme al cazzo, stirandolo ancora di più. Mauro godeva e spingeva il culo all’indietro, cercando di prendere tutto. Paolo sbuffò, diede cinque o sei colpi potenti e sborrò dentro di lui. Poi lo pulì bene e, dal borsello, tirò fuori un tubetto di lubrificante. Ne applicò abbondante, rendendolo morbido, scivoloso, pronto.
Si asciugarono. Paolo indossò pantaloncini bianchi e una canotta nera che gli segnava il petto peloso. Era bellissimo.
Fuori fumarono un paio di sigarette. Mauro chiese:
«Chi stiamo aspettando?»
Paolo rise basso.
«Amici.»
Poi gli si avvicinò, gli posò una mano sulla nuca e parlò serio:
«Ascolta, piccolo. Stasera ho organizzato qualcosa per te. Qualcosa di estremo. Ma se a un certo punto non reggi, dici solo la parola d’ordine: “zio Paolo”. E io fermo tutto. Va bene?»
Lo baciò. Mauro rispose:
«Va bene… ma cosa devo fare?»
Paolo non rispose. Andò dietro al camion. Mauro lo seguì. Lo zio aprì lo sportellone del cassone e disse soltanto:
«Quello che sai fare meglio. Pigliare cazzi.»
Salirono. Accese una piccola luce. In fondo, dietro alcune casse, c’era un vecchio materasso, asciugamani e un bottiglione di lubrificante.
«Spogliati. Metti questa benda. Mettiti a quattro zampe. Tra poco inizia la festa. Io sarò qui accanto.»
Mauro restò imbambolato un secondo. Poi obbedì. Si spogliò completamente, si legò la benda nera sugli occhi e si mise a pecora sul materasso. Il buio fu immediato. Solo suoni, odori, tatto.
Da fuori arrivò un vociare concitato che si avvicinava. Passi. Respiri. Cerniere che si aprivano.
Il primo si avvicinò. Mauro sentì un odore forte di sudore e di tabacco. Mani callose gli aprirono le natiche. Un cazzo caldo e già duro gli sfregò sull’ingresso e spinse dentro senza troppi preamboli. Era spesso, con le vene in rilievo. L’uomo cominciò a fotterlo con colpi regolari, le palle che gli battevano contro. Mauro gemette, la faccia contro il materasso.
Poi ne arrivò un secondo. Si chinò davanti a lui e gli riempì la bocca. Sapore salato, pelle più liscia, un po’ di sapone. Mauro lo succhiò mentre l’altro lo scopava.
Si susseguirono.
Uno dopo l’altro.
Sentiva corpi diversi: qualcuno più peloso, qualcuno più liscio; qualcuno con le cosce grosse che gli premevano contro i fianchi; qualcuno che ansimava forte, qualcuno che restava quasi in silenzio. Un cazzo era lungo e sottile e arrivava profondissimo. Un altro era corto ma enorme di circonferenza e lo stirava fino a fargli venire le lacrime. Uno sapeva di sapone e di colonia. Un altro di solo sudore e di strada.
A un certo punto ne ebbe due insieme. Uno in bocca, uno nel culo. Poi qualcuno gli prese le mani e se le portò su altri due cazzi duri, facendoglieli pompare. Mauro non vedeva niente. Immaginava. Immaginava i volti, i petti, le palle pesanti, i glandi che gli sparavano in gola o dentro di lui. Ogni volta che qualcuno veniva, sentiva il calore, la quantità, il modo in cui usciva. Qualcuno gli sparava sulla schiena. Qualcuno gli riempiva il culo e si ritirava lasciando che colasse. Qualcuno gli teneva la testa e gli scaricava in gola fino a farlo tossire.
Paolo era lì. Mauro lo sentiva. Ogni tanto la mano dello zio gli accarezzava i capelli o gli passava sulla schiena. Ogni tanto una voce bassa gli diceva:
«Bravo. Respira. Prendilo.»
Il tempo smise di esistere. Solo odori di cazzo, di sborra, di sudore maschile. Solo il suono umido di carne che entrava e usciva. Solo il materasso che si muoveva sotto di lui. Mauro era un corpo aperto, usato, pieno. Eppure godeva. Tremava di piacere ogni volta che un nuovo cazzo lo forzava, ogni volta che una mano sconosciuta gli stringeva le natiche o gli tirava i capelli.
A un certo punto ne ebbe tre contemporaneamente: uno in bocca, uno in ciascuna mano, e un quarto che aspettava il suo turno dietro. Poi di nuovo solo uno, ma enorme, che lo apriva con fatica e gli faceva vedere stelle dietro la benda.
Sborra ovunque. Sul viso, sulla schiena, tra le cosce, dentro. Il materasso era bagnato. Mauro ansimava, gemeva, a tratti quasi piangeva di piacere. Continuava a prendere. Continuava a immaginare i cazzi che non poteva vedere.
E Paolo restava lì, vicino, a guardarlo e a toccarlo ogni tanto, come un padrone soddisfatto che osservava la sua troietta al lavoro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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