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Gay & Bisex

Sotto la guardia 1&2


di MASQUARATE
15.09.2026    |    1.694    |    1 9.7
"Quella sera, a casa, rivide più volte lo stesso istante: la mano calda tra le scapole, il respiro dietro la nuca, le dita sul polso..."
Capitolo 1
Tobia aprì gli occhi alle 6:47. La luce grigia dell’autunno filtrava dalle tende e si posava sul pavimento di legno scricchiolante. Si girò sul fianco, stringendo il cuscino contro il petto. Aveva dormito a pezzi, come quasi ogni notte.
Era un bel ragazzo, dai tratti eleganti e delicati. Viso affilato, zigomi alti, labbra sottili. I capelli lunghetti e mossi, di un castano scuro, gli cadevano spesso sugli occhi nocciola – occhi belli, ma stanchi, sempre un po’ spenti, come se portassero un peso invisibile. Il corpo era snello, quasi troppo magro, le spalle strette, i gesti leggeri. Fragile. E lo sapeva.
Il liceo odorava di umidità, di carta stagnola e di deodorante a buon mercato. I corridoi erano già affollati quando arrivò, lo zaino che gli pesava su una spalla sola. Camminava con lo sguardo basso, contando le mattonelle. Preferiva non incontrare gli occhi di nessuno.
Alla seconda ora, durante l’intervallo, lo trovarono vicino agli armadietti.
Tre ragazzi del quinto. Uno gli strappò il quaderno di matematica dalle mani e lo lanciò in fondo al corridoio.
«Ehi, ombra. Corri a prenderlo.»
Tobia andò a raccoglierlo senza dire una parola. Le risate gli arrivarono alle spalle come spinte. Qualcuno gli diede una ginocchiata leggera dietro il ginocchio e lui barcollò, salvandosi all’ultimo dal cadere. Nessuno intervenne. Nessuno guardò troppo a lungo.
Più tardi, in bagno, mentre si lavava le mani, sentì la porta aprirsi di scatto. Due di loro entrarono. Uno gli bloccò il passaggio, l’altro gli diede una spinta contro il lavandino.
«Stai attento a dove cammini, fantasma.»
L’acqua gli schizzò sui jeans. Tobia non rispose. Abbassò lo sguardo e aspettò che se ne andassero. Quando rimase solo, si guardò allo specchio. I capelli gli ricadevano sulla fronte, gli occhi nocciola sembravano ancora più stanchi. Sembrava già stanco di esistere.
A mensa mangiò quasi niente. Il cibo sapeva di cartone. Teneva lo sguardo fisso sul vassoio, ma sentiva le risatine alle spalle e le occhiate. Ogni tanto qualcuno gli passava vicino e gli urtava di proposito la sedia. Piccole cose. Costanti. Esaurienti.
Quando suonò la campanella dell’ultima ora, Tobia uscì dal cancello con le spalle ancora tese. Camminò senza meta per quasi venti minuti. Il cielo era basso, grigio. L’aria sapeva di pioggia lontana e di foglie bagnate.
Si fermò su una panchina vicino al mercato coperto. Tirò fuori il telefono, lo riaccese, lo spense. Aveva cercato “palestra boxe zona” la sera prima, quasi per gioco, e aveva trovato un nome che gli era rimasto stampato in testa: Palestra Colosso.
Si alzò. Si risiedette. Si alzò di nuovo.
Camminò fino all’angolo, poi tornò indietro. Il cuore gli batteva troppo forte solo all’idea. Non era fatto per posti così. Non era fatto per colpire, né per essere colpito. Era fatto per sparire.
Eppure la stanchezza gli pesava sulle ossa più della paura.
Alla fine, quasi senza decidere davvero, si ritrovò davanti alla vetrina bassa. Porta di metallo scuro. Sopra, in lettere spesse e nere: Palestra Colosso
Rimasto fermo sul marciapiede per quasi due minuti. Le mani nelle tasche del felpone. Poi spinse la porta.
Dentro c’era un altro mondo.
L’odore lo colpì per primo: cuoio usato, sudore fresco, gomma dei tappetini, un leggero sentore di detergente e di metallo. L’aria era calda, densa, viva. Si sentiva il rumore sordo e ritmico dei guantoni sui sacchi, il fruscio dei piedi, il respiro pesante di qualcuno che stava finendo una serie.
Tobia rimase fermo vicino all’ingresso, lo zaino ancora sulle spalle. Si sentiva piccolo. Fuori posto. Fragile.
Poi lo vide.
Rocco stava vicino a un sacco pesante, di spalle. Indossava solo un paio di pantaloncini neri da boxe e una canottiera tagliata che lasciava scoperte le spalle larghe e la schiena disegnata. I muscoli si muovevano sotto la pelle quando colpiva, fluidi e precisi. I capelli scuri erano leggermente umidi di sudore e gli ricadevano sulla fronte. Quando si voltò per prendere un sorso d’acqua, Tobia sentì qualcosa stringergli lo stomaco.
Non era solo bellezza. Era una presenza. Rocco aveva lo sguardo calmo, quasi severo, ma non cattivo. Occhi scuri, mascella definita, un piccolo taglio sopra il sopracciglio sinistro che sembrava una storia. Quando i loro sguardi si incontrarono, Tobia abbassò immediatamente gli occhi, ma troppo tardi. Aveva già visto abbastanza.
Rocco si avvicinò, asciugandosi il collo con un asciugamano.
«Prima volta?» chiese. La voce era bassa, un po’ roca.
Tobia annuì, sentendo le parole bloccarsi in gola.
«Vorrei… iscrivermi. Per iniziare. Anche da zero.»
Rocco lo studiò per un attimo. Non con giudizio, ma con attenzione. Come se stesse già leggendo qualcosa in lui.
«Va bene. Domani alle sette. Portati vestiti comodi e una bottiglia d’acqua. Non serve altro.»
Tobia annuì di nuovo. Sentì l’odore di Rocco mentre stava così vicino: sudore pulito, sapone semplice, e sotto qualcosa di caldo, quasi di pelle. Il cuore gli batteva troppo forte.
Uscì dalla palestra con le guance calde e le mani che tremavano leggermente.
A casa, nella sua stanza, si sdraiò sul letto senza neanche togliersi le scarpe. Chiuse gli occhi e rivide quella schiena, quelle spalle, lo sguardo calmo che lo aveva attraversato.
Non sapeva ancora se avesse fatto la scelta giusta.
Sapeva solo che, per la prima volta da mesi, qualcosa dentro di lui non era più completamente spento.
Era solo un contatto visivo.
Ma gli era rimasto impresso sotto la pelle.

Capitolo 2
Tobia arrivò con quindici minuti di anticipo.
La palestra era quasi vuota. L’aria sapeva ancora di notte e di detergente fresco, mescolato al sentore più caldo del cuoio e del sudore rimasto dal giorno prima. Le luci erano accese solo a metà, e il silenzio pesava in un modo strano, quasi intimo.
Rocco era già lì.
Si stava scaldando da solo vicino agli specchi, a torso nudo, con i pantaloncini neri e i wrap bianchi già avvolti intorno alle mani. I movimenti erano lenti, precisi, quasi meditativi. Spalle larghe che si contraevano e si rilasciavano, schiena scavata, addome teso. Ogni tanto soffiava l’aria tra i denti, controllando il respiro.
Tobia rimase fermo sulla soglia, il cuore che gli batteva troppo forte per essere solo imbarazzo.
Rocco alzò lo sguardo e lo vide riflesso nello specchio. Non si voltò subito. Continuò l’esercizio ancora per qualche secondo, poi si fermò e si girò.
«Sei in anticipo.»
La voce era bassa, roca per il riscaldamento. Non sembrava un rimprovero.
Tobia strinse le cinghie dello zaino.
«Non volevo… arrivare in ritardo.»
Rocco annuì una volta sola. Prese un asciugamano e se lo passò sul petto e sul collo, senza fretta. I suoi occhi scorsero Tobia dalla testa ai piedi, velocemente, professionali. Ma l’istante in cui lo sguardo si soffermò sulla linea sottile del collo di Tobia, e poi sugli occhi nocciola ancora un po’ stanchi, durò un battito di troppo.
«Vieni.»
Gli indicò lo spogliatoio con un cenno del mento. Tobia entrò, si cambiò in fretta: pantaloni della tuta leggeri, maglietta grigia un po’ larga, scarpe da ginnastica. Quando uscì, Rocco lo stava aspettando vicino ai guantoni.
La lezione iniziò in silenzio.
Rocco gli mostrò prima la posizione base. Poi si mise alle sue spalle.
«Piedi più larghi. Così.»
La sua mano destra scese e toccò appena la caviglia di Tobia, spostandola di qualche centimetro. Il contatto fu breve, ma Tobia sentì il calore delle dita attraverso il tessuto. Un brivido gli corse lungo la schiena.
«Ginocchia morbide. Schiena dritta, ma non rigida.»
Rocco gli posò una mano aperta tra le scapole, premendo leggermente. L’altra mano gli sistemò la spalla. Era vicino. Troppo vicino. Tobia sentiva il calore del suo corpo, l’odore di sapone e di pelle calda, il respiro lento contro la nuca.
«Così. Respira.»
Tobia obbedì, ma la voce gli uscì un filo più bassa del solito quando rispose:
«Ok.»
Rocco non si allontanò subito. Restò ancora un secondo, due, con le mani su di lui. Poi si scostò con un movimento netto, quasi brusco, come se si fosse accorto di qualcosa.
Per il resto della lezione fu impeccabile. Professionale. Gli corresse la guardia, gli sistemò i polsi nei guantoni, gli fece ripetere i colpi base sul sacco leggero. Ogni tanto le loro mani si sfioravano mentre aggiustava la presa. Ogni tanto lo sguardo di Rocco indugiava un attimo di troppo sulla bocca di Tobia quando lui si mordeva il labbro per la concentrazione.
Ma non disse niente.
Quando l’allenamento finì, Tobia era sudato, le braccia leggero tremanti, i capelli mossi appiccicati alla fronte. Si tolse i guantoni con un po’ di fatica. Rocco gli si avvicinò e, senza chiedere, gli prese un polso per aiutarlo a sfilare il wrap.
Le sue dita erano calde, sicure. Sfiorarono il polso di Tobia più del necessario.
«Hai fatto bene, per essere la prima volta», disse. La voce era ferma, ma più bassa di prima.
Poi gli porse una bottiglia d’acqua ancora chiusa.
«Bevi.»
Tobia la prese. Le loro dita si toccarono per un istante. Nessuno dei due ritirò la mano subito.
«Grazie», mormorò Tobia.
Rocco annuì e si allontanò di un passo, quasi di scatto. Si passò una mano sui capelli umidi, guardando altrove.
«Stessa ora dopodomani. Non saltare.»
Tobia uscì dalla palestra con le gambe ancora un po’ molli e il polso che gli bruciava dove Rocco lo aveva toccato.
Quella sera, a casa, rivide più volte lo stesso istante: la mano calda tra le scapole, il respiro dietro la nuca, le dita sul polso. E quello sguardo nello specchio, all’inizio, che era durato un secondo di troppo.
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