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Gay & Bisex

Gennarino 7


di MASQUARATE
08.09.2026    |    682    |    1 9.7
"» Gennarino emise un suono strozzato, metà gemito e metà qualcosa di più confuso..."
Continua.
La mattina si trascinò lenta e calda.
Gennarino restò nudo sul letto disfatto, come gli era stato ordinato. Il culo gli pulsava ancora, pieno della sborra di CazzoNero, e ogni tanto un rivolo gli scendeva lungo la coscia interna. Gli occhi di ghiaccio e i denti d’oro gli erano rimasti impressi dietro le palpebre. Ogni volta che chiudeva gli occhi li rivedeva: quel sorriso lento, predatorio, e lo sguardo tagliente che sembrava trapassarlo.
Non passò molto tempo prima che la porta si aprisse.
Entrarono in due. Entrambi neri, grossi, con il corpo segnato da cicatrici e muscoli duri. Uno aveva la testa rasata e un orecchino d’oro, l’altro i capelli intrecciati e una cicatrice che gli tagliava il labbro. Si fermarono a guardarlo, nudo, già aperto, e rise rauco il primo.
«Il capitano ha detto che possiamo.»
Non chiesero permesso. Il rasato si liberò il cazzo — spesso, scuro, già duro — e gli si piazzò davanti al volto. Gennarino aprì la bocca senza esitare. Il membro gli entrò caldo e salato, e lui iniziò a succhiare mentre l’altro gli apriva le gambe e gli spingeva due dita nel buco ancora pieno.
«Ancora caldo di sborra del capitano… perfetto.»
Il secondo gli entrò di un colpo solo. Gennarino emise un gemito lungo e strozzato intorno al cazzo che gli riempiva la bocca. Le spinte erano secche, profonde, da uomini che non avevano nessuna intenzione di essere delicati. Lo usarono a turno: uno in bocca e uno nel culo, poi si scambiarono. Gennarino gemetteva senza ritegno, la voce umida e spezzata, il corpo che si abbandonava a ogni spinta.
Quando il primo venne, lo fece in gola, tenendogli la testa ferma finché non ebbe finito di svuotarsi. Il secondo gli riempì il culo con spinte violente e un ruggito basso. Uscirono lasciandolo di nuovo colante, ansimante, il letto ancora più sporco.
Non passò un’ora che ne arrivarono altri tre.
Questa volta lo misero a cavallo di uno di loro, facendolo sedere fino in fondo su un cazzo grosso e curvo mentre gli altri due gli riempivano la bocca a turno. Gennarino si muoveva da solo, il bacino che saliva e scendeva, i gemiti che gli uscivano ogni volta che il membro gli sfregava la prostata. Venne senza che nessuno gli toccasse il cazzo, solo dalle spinte, con un suono acuto e rotto che fece ridere gli uomini.
«Senti come si viene da solo… è una vera troia.»
Lo lasciarono pieno e tremante.
Quando la porta si aprì di nuovo, era quasi mezzogiorno. CazzoNero entrò. Si fermò sulla soglia, gli occhi di ghiaccio che scorrevano sul corpo di Gennarino: il petto sudato, il cazzo flaccido e sporco di sborra secca, le cosce lucide, il buco rosso e aperto che non riusciva più a chiudersi del tutto.
Sorrise. I denti d’oro brillarono.
«Hai fatto il bravo», disse con voce bassa. Si tolse la camicia, rivelando di nuovo il petto enorme con i ricci bianchi sparsi tra quelli neri. Si avvicinò al letto, gli afferrò le caviglie e lo tirò verso di sé, aprendogli le gambe.
«Adesso tocca a me vedere quanto ti hanno allargato.»
Si liberò il cazzo — già duro, spessissimo, con la testa scura e lucida — e lo premette contro l’ingresso. Entrò con una spinta sola, fino in fondo. Gennarino emise un gemito lungo, quasi di sollievo e di troppa sensazione insieme. CazzoNero restò fermo un momento, sepolto completamente, gli occhi di ghiaccio fissi su di lui.
«Ancora stretto. Ma caldo. E pieno.»
Poi iniziò a muoversi. Spinte lente e pesanti, da maschio alfa che sa esattamente cosa vuole. Ogni volta che spingeva, Gennarino gemetteva più alto, le mani che stringevano le lenzuola. CazzoNero si chinò su di lui, gli mise una mano enorme intorno alla gola — senza stringere troppo — e gli parlò contro le labbra, i denti d’oro a pochi centimetri dal suo viso:
«Da stasera dormi solo qui. Nudo. Con le gambe aperte. Se voglio ti uso di notte. Se voglio ti faccio usare. E se il tuo nero è ancora vivo… lo farò entrare. Lo farò guardare mentre ti riempio.»
Gennarino emise un suono strozzato, metà gemito e metà qualcosa di più confuso. CazzoNero accelerò, le spinte che divennero più profonde e più dure, finché non ruggì e si svuotò di nuovo dentro di lui, tenendolo fermo contro il materasso.
Restò sopra di lui ancora qualche secondo, respirando pesante, poi si ritirò e guardò il proprio sperma mescolarsi a quello degli altri e colare lento.
Gli diede uno schiaffo leggero sulla coscia interna.
«Riposa. Stasera la ciurma vuole festeggiare il bottino. E tu sarai il regalo principale.»
Uscì, lasciando di nuovo la porta socchiusa.
Gennarino restò disteso, il corpo dolorante e satollo, gli occhi di ghiaccio e i denti d’oro ancora impressi nella mente. E, da qualche parte in fondo al petto, il pensiero di Kwame che non riusciva a spegnere del tutto.
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