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Ludus Carnis - la cattura
12.09.2026 |
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"E per la prima volta da quando lo avevano catturato, Caelan capì che la lotta non era finita..."
Caelan aveva ventiquattro anni quando lo catturarono.Il villaggio bruciava ancora dietro di lui quando i soldati romani lo trascinarono via. Aveva ucciso tre di loro prima che lo sopraffacessero: un colpo di spada corta nella gola del primo, una gomitata nella faccia del secondo, il terzo soffocato con le sue stesse mani mentre il sangue gli colava dagli occhi. Poi un colpo di scudo sulla nuca e il mondo si era fatto nero.
Si risvegliò legato, nudo dalla vita in su, le braccia strette dietro la schiena con corde che gli tagliavano la pelle. Il carro scuoteva su una strada di pietra. Accanto a lui altri prigionieri del Nord: un vecchio che piangeva in silenzio, un ragazzo più giovane di lui già mezzo morto, e un uomo grosso e peloso che gli lanciava occhiate di rabbia e qualcosa di più oscuro.
I soldati ridevano. Uno di loro, un legionario dal mento rasato e le mani callose, si avvicinò al carro e gli afferrò il mento con due dita.
«Guarda che bel selvaggio. Biondo, alto, muscoli da guerriero. Lo venderanno bene al ludus.»
Caelan gli sputò in faccia. Il legionario rise e gli diede uno schiaffo duro, poi gli strinse i capelli e gli costrinse la testa all’indietro.
«Ti piace fare il duro, eh? Vedrai quanto durerai quando ti faranno spezzare la schiena sotto un altro uomo.»
Il viaggio durò giorni. Di notte li tenevano in catene, ammassati in un recinto di legno. L’odore di sudore, sangue e merda era ovunque. Caelan non parlava. Guardava. Studiava. Il corpo gli doleva, ma il sangue gli bolliva ancora. Ogni volta che un soldato gli passava vicino e gli posava una mano sulla coscia o sul petto, lui serrava i denti e immaginava di spezzargli le dita.
A Roma lo portarono dritto al ludus di Quintus Valerius.
Il cancello di ferro si aprì con un gemito. L’aria dentro era calda, pesante di olio, sudore e ferro. Il cortile di allenamento era di sabbia battuta. Lungo i muri, uomini nudi o seminudi si allenavano: alcuni con il gladius di legno, altri a mani nude, corpi scintillanti di olio e sudore. Muscoli che si contraevano, culi sodi che si tendevano sotto i subligacula di cuoio, torsi segnati da cicatrici vecchie e nuove.
Un guardiano lo spinse avanti. Caelan camminava a torso nudo, le braccia ancora legate, i pantaloni di lana del Nord già strappati e sporchi. I gladiatori alzarono lo sguardo. Qualcuno fischiò. Qualcun altro mormorò qualcosa in latino volgare.
«Nuova carne del Nord.»
«Guarda quei fianchi. Sembra fatto per montare o per essere montato.»
Un uomo alto, scuro di pelle, con una cicatrice che gli tagliava il petto da spalla a fianco, si staccò dal gruppo. Aveva i capelli neri corti, gli occhi scuri e un sorriso lento, da predatore. Indossava solo il subligaculum di cuoio che gli stringeva l’inguine, evidenziando il peso del cazzo e delle palle.
«Io sono Marcus,» disse con voce bassa, roca. «Qui sei nessuno finché non dimostri di valere qualcosa. O finché qualcuno non decide di usarti.»
Prima che Caelan potesse rispondere, una voce autoritaria risuonò dal portico.
«Portatelo qui.»
Quintus Valerius, il lanista, scese i gradini. Era un uomo sulla quarantina, alto, magro ma forte, con i capelli grigi alle tempie e gli occhi freddi. Indossava una tunica bianca corta che lasciava vedere le gambe muscolose e i sandali di cuoio. Si fermò davanti a Caelan e lo studiò a lungo, senza fretta.
Gli girò intorno. Una mano gli toccò la spalla, scese lungo il bicipite, poi gli strinse il petto, sentendo il cuore battere forte sotto la pelle. Continuò più in basso, passando sul ventre piatto e duro, fino a fermarsi sopra la cintura dei pantaloni strappati.
«Togliteteli,» ordinò.
Il guardiano tagliò le corde. Caelan restò immobile mentre gli strappavano via i resti di stoffa. Restò nudo sotto il sole del cortile. Il cazzo gli pendeva pesante tra le cosce, ancora un po’ gonfio per la rabbia e l’umiliazione. Le palle tese. Il culo sodo e bianco, contrassegnato solo da qualche livido del viaggio.
Quintus lo guardò senza vergogna. Gli girò intorno di nuovo e gli diede un colpetto leggero su una natica con il dorso della mano.
«Venti e quattro anni, dici. Corpo da guerriero. Spalle larghe, fianchi stretti, cazzo grosso. Buono. Ti farò combattere. Ma prima…»
Si avvicinò di più. La voce gli scese di tono, diventando quasi intima.
«Qui non sei più un uomo libero. Sei carne. E la carne, in questo ludus, serve a due cose: a vincere nell’arena… o a soddisfare chi comanda.»
Marcus, alle spalle di Caelan, rise piano. Altri gladiatori si erano avvicinati, formando un piccolo cerchio. L’aria era carica. Occhi che scendevano sul corpo nudo di Caelan, lingue che umettavano labbra secche.
Quintus alzò una mano e gli fece segno di girarsi.
«In ginocchio.»
Caelan non si mosse. Il lanista gli afferrò i capelli biondi e lo costrinse giù con un movimento secco. Le ginocchia di Caelan batterono sulla sabbia calda. Ora aveva il viso all’altezza dell’inguine di Quintus. Poteva sentire l’odore di pelle, olio e qualcosa di più maschio sotto la tunica.
«Guardami,» ordinò Quintus. «Da oggi il tuo orgoglio vale meno del mio cazzo. E se saprai usare bene quella bocca e quel culo, forse vivrai abbastanza da vedere l’arena.»
Marcus si avvicinò di lato, la mano già dentro il subligaculum, a massaggiarsi lentamente il cazzo che cominciava a indurirsi.
«Lasciami il primo turno, Quintus,» mormorò. «Voglio vedere se il selvaggio sa succhiare come sa combattere.»
Quintus sorrise, freddo.
«Vedremo. Prima lo facciamo lavare. Poi lo mettiamo nella cella con gli altri. Stasera… decidiamo quanta disciplina gli serve.»
Caelan restò in ginocchio, nudo, il respiro pesante, il sangue che gli pulsava nelle tempie e più in basso. Il sole gli bruciava la pelle. Gli occhi di Marcus gli stavano addosso come mani. Quelli degli altri gladiatori pure.
E per la prima volta da quando lo avevano catturato, Caelan capì che la lotta non era finita.
Era solo cambiata di forma.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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