Gay & Bisex
Marco and Alvin 34
10.09.2026 |
558 |
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"E Marco, ancora piacevolmente segnato dal corpo di Luca, sapeva che la fame avrebbe trovato ancora molte altre strade tra quelle mura..."
Il sabato mattina la casa era immersa in una quiete densa.Marco si svegliò tardi, il corpo ancora pesante e segnato. Ogni piccolo movimento gli ricordava le tre volte consecutive di Luca: la curva di quel cazzo, la resistenza quasi incredibile, il modo in cui lo aveva riempito ancora e ancora. Si girò e trovò Alvin già sveglio, appoggiato sul fianco a guardarlo.
«Come stai?», chiese Alvin a voce bassa.
Marco sorrise, stanco. «Segnato. In un modo bello. Ieri sera… non mi era mai capitato qualcuno che reggesse così tanto.»
Alvin gli accarezzò i capelli. «L’ho visto. Ti ha lasciato un’impronta. Mi piace.»
Eddy entrò poco dopo con il caffè, in silenzio. Si sedette sul bordo del letto e porse le tazze. I tre rimasero così per un pezzo, senza bisogno di parlare troppo. L’aria odorava ancora di sesso e di bergamotto.
Verso metà mattina Luca scese, fresco di doccia, vestito in modo semplice e ordinato. Fece colazione con loro in giardino, educato, composto. Parlò poco della sera prima, ma ogni tanto il suo sguardo si posava su Marco con una quieta soddisfazione. Dopo colazione chiese di parlare un momento con Alvin.
Si allontanarono di qualche passo. Luca parlò a voce bassa, chiara:
«Se è possibile… questa sera, al tramonto, vorrei prenderlo sul dondolo in giardino. All’aperto. Solo noi e lei che guarda, se vuole. Niente altro.»
Alvin lo fissò un attimo, poi annuì.
«Va bene. Al tramonto.»
Il resto della giornata passò lenta.
Marco e Alvin fecero un giro tra gli ulivi, parlarono poco, si toccarono spesso. Nel pomeriggio Alvin lo scopò piano nella loro camera, quasi a riaffermare il possesso dopo la notte precedente. Marco si lasciò fare, ancora sensibile, e venne con un gemito lungo contro il collo di Alvin.
Al tramonto l’aria diventò dorata e calda.
Il dondolo di legno e corda era sistemato sotto un pergolato di gelsomini, con vista sul golfo che si tingesse di arancio e rosa. Alvin accompagnò Marco e Luca fino a lì. Si sedette su una sedia a poche decine di metri, gambe divaricate, e fece un cenno.
«Quando volete.»
Luca spogliò Marco con gesti calmi. Lo fece sedere sul dondolo, poi gli aprì le gambe e si inginocchiò tra di esse, leccandolo con lentezza finché non lo sentì pronto. Si alzò, si lubrificò e entrò mentre il dondolo cominciava a oscillare piano. La curva del suo cazzo premeva di nuovo nel punto esatto. Marco gemette, le mani strette alle corde.
Alvin guardava senza intervenire, una mano che accarezzava il proprio cazzo sopra i pantaloni. Il sole scendeva lento. L’odore dei gelsomini si mescolava a quello della pelle calda. Luca scopava con lo stesso ritmo controllato della sera prima, il corpo tonico che si muoveva senza fretta. Il dondolo oscillava, le corde scricchiolavano piano.
Vennero quasi insieme, mentre il cielo diventava rosso scuro. Luca dentro Marco, Marco con un grido soffocato che si perse tra gli alberi. Restarono uniti ancora un pezzo, il respiro corto, mentre Alvin si alzava e si avvicinava per toccare la nuca di Marco in un gesto quieto e possessivo.
La domenica mattina Luca fece colazione in silenzio, raccolse la valigia e salutò.
Strinse la mano ad Alvin, poi a Eddy, e infine accarezzò piano la guancia di Marco.
«Grazie. Per tutto. Se un giorno vorrete di nuovo… sapete come trovarmi.»
La macchina scese per la strada di ghiaia e sparì.
Quando restarono soli, i tre tornarono in cucina. Alvin aprì il telefono per controllare le notifiche. Restò fermo un secondo, poi girò lo schermo verso Marco e Eddy.
Il primo bonifico era arrivato.
Una cifra generosa, precisa, con la causale solo «Soggiorno – grazie».
Marco guardò la cifra e sentì qualcosa stringergli lo stomaco. Non erano solo soldi. Era la conferma che quello che avevano costruito esisteva davvero.
Alvin posò il telefono sul tavolo e guardò i due.
«Allora è ufficiale. Serve un nome.»
Restarono in silenzio qualche secondo. Fuori si vedeva, lontana e azzurra, la sagoma dell’Etna.
Marco parlò per primo, quasi senza pensarci:
«Sciara Nera.»
Alvin lo fissò. Eddy alzò le sopracciglia, poi sorrise lento.
«Sciara Nera…», ripetè Alvin. «Le colate nere del vulcano. La Sicilia. Il fuoco che resta sotto anche quando sembra spento.»
Annuì.
«Va bene. Sciara Nera.»
Marco sentì un brivido. Il nome gli sembrò giusto. Elegante, scuro, pieno di memoria e di pericolo quieto.
Alvin gli prese la mano sopra il tavolo e strinse.
«Primo ospite. Primo bonifico. Primo nome. Adesso siamo aperti.»
Fuori l’Etna restava immobile all’orizzonte.
Dentro la casa, per la prima volta, la struttura aveva un’identità.
E Marco, ancora piacevolmente segnato dal corpo di Luca, sapeva che la fame avrebbe trovato ancora molte altre strade tra quelle mura.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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