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Gay & Bisex

Marco and Alvin 25


di MASQUARATE
10.09.2026    |    501    |    1 9.6
"Sentiva solo calore, spessore, il suono umido delle anche che battevano contro il suo sedere, il sapore salato in bocca, lo sguardo fisso di Alvin che non si staccava mai..."
Passarono quasi tre settimane.
Giorni normali, lezioni, allenamenti, sesso lento e possessivo solo tra loro due. Marco stava bene. Anzi, stava meglio di quanto fosse mai stato. Eppure, una sera di fine gennaio, mentre erano a letto al buio, la fame tornò. Non un pensiero vago: un bisogno fisico, caldo, che gli stringeva lo stomaco e gli faceva pulsare il buco solo a immaginarlo.
Si voltò verso Alvin e gli parlò contro il collo, la voce bassa.
«Ho voglia.»
Alvin non chiese dettagli. Gli accarezzò i capelli e rispose solo:
«Lo so. L’ho sentito. Domani sera sistemo.»
La sera dopo Alvin lo portò in una casa diversa, più lontana dal campus. Una villetta affittata per il weekend da cinque ragazzi della squadra di rugby di un’altra università. Alvin li conosceva di vista. Aveva parlato chiaro: una sola notte, regole semplici, e lui sarebbe rimasto presente tutto il tempo.
Quando entrarono, l’aria odorava già di birra e di doccia recente. C’erano cinque corpi grandi, spalle larghe, cosce grosse, tutti tra i ventidue e i venticinque anni. Alcuni ancora con i pantaloncini da allenamento, altri a torso nudo. Nessuno sorrise troppo. L’atmosfera era diretta, maschile, affamata.
Alvin posò una mano sulla nuca di Marco e parlò a voce alta abbastanza perché tutti sentissero:
«Questo è Marco. Stasera è disponibile. Bocca e culo. Non serve essere gentili, ma non si esagera senza che io lo dica. Io resto. Guardate pure, toccate pure, ma quando dico stop si ferma tutto.»
I cinque annuirono. Uno di loro, un tipo altissimo dai capelli castani e il petto peloso, già si stava toccando sopra i pantaloni.
Alvin fece sedere Marco su un divano largo. Poi si tolse la felpa, si sistemò su una poltrona di fronte e aprì i jeans, facendosi scivolare fuori il cazzo già duro. Si mise comodo, gambe divaricate, e fece un cenno.
«Iniziate.»
Il primo a avvicinarsi fu quello più grosso. Tirò fuori un cazzo spesso e pesante, se lo strinse un paio di volte e lo puntò contro le labbra di Marco. Marco lo prese. Subito un secondo si mise di fianco e gli riempì l’altra mano. Il suono umido della bocca e delle mani riempì il salotto. Alvin guardava, la mano che saliva e scendeva lenta sul proprio cazzo.
Dopo pochi minuti Marco venne girato. Uno lo mise a pecora sul divano, gli sputò sul buco e gli entrò con una spinta secca. Marco gemette forte. Mentre veniva scopato, un altro gli si mise davanti e gli riempì di nuovo la bocca. I due cominciarono a usarlo a ritmo. Quando il primo venne dentro, uscì e lasciò immediatamente spazio al successivo. Non ci fu quasi pausa. Un cazzo dopo l’altro, spinte profonde, mani grosse sui fianchi di Marco, gemiti bassi e maschili.
Alvin non interveniva. Solo guardava e si toccava. Ogni tanto parlava, la voce calma e roca:
«Più a fondo.
Tienilo fermo.
Fagli prendere anche le palle.»
Marco perdeva il conto. Sentiva solo calore, spessore, il suono umido delle anche che battevano contro il suo sedere, il sapore salato in bocca, lo sguardo fisso di Alvin che non si staccava mai. A un certo punto uno dei cinque lo sollevò di peso e lo fece sedere sul proprio cazzo, tenendolo sotto le cosce. Mentre lo scopava dal basso, un altro gli si mise alle spalle e premette. Marco aprì gli occhi di scatto. Alvin annuì appena.
Il secondo cazzo entrò lentamente accanto al primo. Marco emise un suono acuto, le unghie che affondavano nelle spalle dell’uomo sotto di lui. I due cominciarono a muoversi, alternati e poi insieme. Il pieno era quasi troppo. Marco veniva e stringeva, veniva di nuovo, il corpo che tremava. Quando i due sborrarono dentro di lui a distanza di pochi secondi, Marco aveva già le cosce lucide e il respiro a pezzi.
Alvin si alzò.
Fece un gesto. I cinque si scostarono. Marco restò a quattro zampe sul divano, il buco aperto e colante, il viso rosso, gli occhi lucidi. Alvin gli si mise dietro, gli accarezzò la schiena e gli entrò con una spinta lunga e possessiva. Il miscuglio di sborra rese tutto scivoloso e caldo. Alvin lo scopò con forza, una mano nei capelli di Marco, l’altra che gli teneva un fianco.
«Guarda quanti te ne hanno messi», gli disse contro l’orecchio. «E adesso ci metto il mio. Perché alla fine sei mio.»
Marco gemé il suo nome. Alvin accelerò, le anche che battevano secche, fino a venire in profondità con un suono grosso e lungo. Restò dentro ancora diversi secondi, respirando contro la nuca di Marco, mentre i cinque intorno si toccavano di nuovo guardandoli.
Quando finalmente uscì, Alvin lo fece girare e lo baciò, lento e profondo, assaggiando sulla sua lingua il sapore di tutti gli altri. Poi, senza staccarsi, parlò ai ragazzi ancora presenti:
«Un ultimo giro. Solo bocca. Poi abbiamo finito.»
Marco si mise in ginocchio sul pavimento. I cinque si misero in cerchio intorno a lui. Uno dopo l’altro gli riempirono la bocca, spingendo fino in gola, e vennero a turno sul suo viso, sulla lingua, sulle labbra. Marco deglutiva quello che poteva e lasciava scorrere il resto. Alla fine aveva il viso lucido e il petto macchiato.
Alvin lo sollevò, lo prese in braccio quasi senza sforzo e lo portò in bagno. Chiuse la porta, aprì l’acqua calda e lo tenne stretto sotto il getto, lavandolo con le mani, baciandogli i capelli bagnati, sussurrandogli contro la pelle:
«Bravo. Li hai presi tutti. Adesso sei di nuovo solo mio.»
Marco, esausto e completamente sazio, gli appoggiò la fronte sulla spalla e chiuse gli occhi.
«Sì», riuscì a dire. «Solo tuo.»
Fuori, nella casa, si sentivano ancora voci e risate basse.
Dentro il bagno piccolo e pieno di vapore, Alvin teneva Marco contro di sé e sapeva che, almeno per quella notte, la fame era stata sazia.
E che, quando fosse tornata, sarebbe stato di nuovo lui a decidere come.
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