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Gay & Bisex

Marco and Alvin 5


di MASQUARATE
09.09.2026    |    854    |    2 9.7
"La confraternita era una casa grande di mattoni scuri, in un quartiere di alberi spogli e marciapiedi umidi..."
Marco accettò.
Nei giorni successivi la casa della nonna si riempì di una nuova agitazione. Valigia aperta sul letto, magliette piegate con cura, documenti controllati tre volte. La nonna lo guardava con un misto di preoccupazione e tenerezza, gli preparava panini per il viaggio, gli metteva in valigia un barattolo di pesto e una confezione di taralli «perché laggiù non si mangia come si deve».
Marco non diceva quasi niente. Ogni sera, prima di dormire, rileggeva i messaggi di Alvin. «Ti aspetto.» «Il letto è grande.» «Non vedo l’ora di riaverti sotto.» Quelle parole gli scaldavano lo stomaco e gli facevano male allo stesso tempo.
Il giorno della partenza arrivò grigio e ventoso. Lo zio lo accompagnò all’aeroporto di Catania. L’abbraccio fu breve, un po’ goffo. Poi Marco restò solo, con il trolley e lo zaino, in mezzo al flusso di gente.
Il check-in, i controlli, la sala d’imbarco. Tutto aveva un sapore strano, come se non fosse davvero lui a muoversi. Il vuoto che portava dentro da mesi sembrava più pesante adesso che stava per colmarlo.
Seduto vicino alla vetrata che dava sulla pista, stava controllando il telefono quando sentì uno sguardo. Alzò gli occhi.
Un uomo sulla quarantina, alto, capelli scuri un po’ brizzolati, giacca di pelle, sguardo diretto. Lo stava osservando senza nasconderlo. Quando i loro sguardi si incontrarono, l’uomo sorrise di lato e si alzò, avvicinandosi con calma.
«Scusa», disse con voce bassa, sicura. «Non riesco a non guardarti. Sei… davvero bello.»
Marco sentì il sangue salire alle guance. Era abituato agli sguardi di Alvin, non a quelli di sconosciuti. Balbettò un «grazie» e abbassò gli occhi sul telefono.
L’uomo non si allontanò. Si sedette pure lui, a una distanza discreta ma non abbastanza.
«Vai in America?», chiese, accennando al boarding pass che Marco teneva in mano.
«Sì.»
«Anch’io. New York. Tu?»
«Boston», rispose Marco, e subito si pentì di averlo detto.
L’uomo annuì, lo studiò un secondo più a lungo. Lo sguardo gli scese sul collo, sulla maglietta che aderiva al torace snello, sulle mani.
«Sei da solo?»
Marco annuì.
Ci fu un silenzio carico. Poi l’uomo abbassò ancora di più la voce.
«C’è un bagno qui vicino, poco frequentato. Se vuoi… dieci minuti. Ti faccio venire bene. Nessuno lo saprà.»
Il corpo di Marco reagì prima della testa. Un calore improvviso tra le gambe, un ricordo fisico di quanto gli fosse mancato essere toccato, preso, riempito. Per un attimo immaginò di seguirlo, di farsi spingere contro il muro del bagno, di sentire mani diverse, un cazzo diverso, qualcosa che riempisse anche solo per poco quel vuoto.
Poi pensò ad Alvin.
Al modo in cui Alvin lo guardava. Al modo in cui gli parlava mentre lo scopava. Al «ti aspetto» detto al telefono. Al letto che lo stava aspettando dall’altra parte dell’oceano.
Marco alzò lo sguardo e scosse la testa, lentamente.
«No. Grazie. Aspetto qualcuno.»
L’uomo lo fissò un secondo, poi sorrise con un filo di dispiacere e di rispetto.
«Capito. Beato lui, allora.»
Si alzò e se ne andò senza insistere.
Marco restò seduto, il cuore che batteva troppo forte, il cazzo mezzo duro nei pantaloni, la bocca secca. Il rifiuto gli aveva lasciato addosso un brivido strano: non di virtù, ma di appartenenza. Era già di qualcuno. Anche a migliaia di chilometri di distanza.
Quando annunciarono il boarding, Marco si alzò, prese il trolley e si diresse verso il gate. Il vuoto era ancora lì, ma adesso aveva una direzione.
Stava andando a riempirlo.

Il volo fu lungo e irreale.

Marco restò sveglio quasi tutto il tempo, la fronte appoggiata al finestrino, guardando le nuvole e il mare che diventava oceano. Ogni tanto chiudeva gli occhi e riviveva le notti in Sicilia: le dita di Alvin, la voce roca, il peso del suo corpo, il modo in cui lo riempiva fino a fargli dimenticare tutto il resto. Il vuoto tra le cosce gli pulsava come una ferita aperta. Voleva solo arrivare.
Quando l’aereo atterrò a Boston il cielo era grigio e basso. L’aria fredda gli entrò nei polmoni come uno schiaffo. Marco tirò su il collo della felpa, strinse lo zaino e seguì il flusso dei passeggeri.
All’uscita dei controlli lo vide.
Alvin era lì, fermo, le mani in tasca, una felpa scura che gli segnava le spalle larghe, i capelli biondo cenere un po’ più lunghi di come li ricordava. Quando i loro sguardi si incontrarono, Alvin sorrise. Non un sorriso largo, ma uno di quelli che gli arrivavano dritti allo stomaco.
Marco non riuscì a camminare. Le gambe gli tremavano. Fu Alvin a fare i passi che mancavano. Lo strinse forte, senza dire niente all’inizio. Solo il corpo caldo e solido contro il suo, l’odore familiare di sapone e di pelle che gli riempì il naso dopo mesi. Marco affondò il viso contro il collo di Alvin e chiuse gli occhi. Per un momento il mondo smise di esistere.
«Ce l’hai fatta», mormorò Alvin contro i suoi capelli. La voce era più grave di come la ricordava al telefono.
Marco annuì, incapace di parlare.
Uscirono dall’aeroporto. L’aria gelida gli mordeva le guance. Alvin gli prese il trolley e lo caricò nel bagagliaio di una macchina non sua, prestata da un compagno di squadra. Durante il tragitto parlarono poco. Le mani di Alvin sul volante erano le stesse che Marco aveva sognato per mesi. Ogni tanto Alvin gli posava una mano sulla coscia, la stringeva, e Marco sentiva il calore salire subito più in alto.
La confraternita era una casa grande di mattoni scuri, in un quartiere di alberi spogli e marciapiedi umidi. Dentro c’era odore di birra vecchia, di detersivo e di ragazzi. Musica bassa da qualche stanza. Alvin lo salutò con un cenno a un paio di tipi nel soggiorno e lo portò su per le scale senza fermarsi.
La sua stanza era in fondo al corridoio. Piccola, disordinata, un letto matrimoniale disfatto, una scrivania piena di libri e di magliette di rugby, una finestra che dava su un cortile interno. Alvin chiuse la porta a chiave. Il click del chiavistello suonò definitivo.
Si guardarono.
Marco non ebbe il tempo di posare lo zaino. Alvin lo spinsò contro la porta e lo baciò. Non fu un bacio dolce. Fu fame, mesi di distanza compressi in un solo contatto. Lingue, denti, respiro corto. Le mani di Alvin gli alzarono la felpa, gli toccarono la pelle fredda del viaggio, scesero sui fianchi, sul sedere. Marco gemette dentro la bocca dell’altro, le gambe già molli.
Si spogliarono in fretta, quasi con rabbia. Vestiti per terra. Quando restarono nudi, Alvin lo guardò da capo a piedi, gli occhi verdi scuri.
«Sei ancora più magro», disse a bassa voce. «Ti sei fatto del male a stare lontano.»
Marco non rispose. Si avvicinò, gli passò le mani sul petto largo, sui pettorali, sull’addome teso. Poi scese e gli prese il cazzo già duro, grosso, pesante come lo ricordava. Lo strinse. Alvin emise un suono basso dalla gola.
«Voglio sentirti dentro», sussurrò Marco. «Adesso. Subito.»
Alvin lo portò al letto. Lo stese sulla schiena, gli aprì le gambe, si chinò e gli leccò il buco con la lingua calda e piatta, lentamente, come se volesse ricordarsi di ogni centimetro. Marco inarcò la schiena, le mani strette nelle lenzuola. Due dita grosse, umide di saliva, entrarono in lui. Alvin le mosse con la stessa precisione di sempre, trovando subito quel punto che faceva tremare Marco.
«Ancora stretto», mormorò Alvin. «Come se mi avessi aspettato.»
«Ti ho aspettato», riuscì a dire Marco, la voce rotta.
Quando Alvin ritirò le dita, si mise in posizione. La cappella calda e tonda premette contro l’apertura di Marco. Entrò piano, centimetro dopo centimetro, fino in fondo. Marco emise un suono lungo, mezzo gemito e mezzo pianto. Il riempimento era esattamente quello che aveva sognato per mesi: spesso, caldo, completo. Il vuoto sparì di colpo.
Alvin restò fermo un momento, la fronte appoggiata a quella di Marco, il respiro caldo.
«Guardami.»
Marco aprì gli occhi. Gli occhi verdi di Alvin erano a pochi centimetri dai suoi.
Poi Alvin cominciò a muoversi.
Lento all’inizio, profondo. Ogni spinta faceva uscire un suono dalla bocca di Marco. Le mani di Alvin gli tenevano i fianchi, poi gli salirono al petto, al collo, ai capelli. Si baciavano tra una spinta e l’altra, disordinati, affamati. Il letto scricchiolava. Fuori, da qualche parte nella casa, qualcuno rideva. Qui dentro c’erano solo loro due, il calore dei corpi, il suono umido della pelle che batteva contro la pelle.
«Ti amo», disse Marco all’improvviso, senza riuscire a trattenerlo. La voce era piccola, rotta. «Ti amo. Non so fare altro.»
Alvin rallentò, lo guardò in faccia. Gli accarezzò la guancia con il pollice.
«Lo so», rispose. «Anch’io. Da prima di andarmene.»
Poi riprese a scoparlo, più forte, più deciso. Una mano scese tra i loro corpi e gli strinse il cazzo. Marco venne quasi subito, il corpo che si contraeva intorno a quello di Alvin, un grido soffocato contro la spalla dell’altro. Alvin lo seguì pochi secondi dopo, spingendo fino in fondo e venendo dentro di lui con un gemito grosso e lungo. Marco sentì i getti caldi riempirlo, scorrere, restare.
Restarono uniti a lungo. Alvin non uscì subito. Gli baciò la fronte, le tempie, le labbra, piano. Marco teneva le braccia e le gambe strette intorno a lui, come se avesse paura che sparisse di nuovo.
Fuori cominciava a nevicare. Piccoli fiocchi contro il vetro della finestra.
Dentro la stanza della confraternita, per la prima volta dopo mesi, Marco non sentiva più il vuoto.
Sentiva solo Alvin.
Caldo. Pesante. Suo.
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