Gay & Bisex
Operai di vita 2
19.09.2026 |
2.541 |
6
"I capelli neri corvino erano più disordinati del solito, gli occhi verdi un po’ lucidi..."
La sirena di fine turno suonò alle 15:12.Davide si tolse i guanti oleosi, si passò l’avambraccio sulla fronte sudata e sentì la maglietta scura attaccata alla schiena come una seconda pelle. L’odore di lubrificante, metallo caldo e sudore di otto ore gli era entrato nei pori. Nello spogliatoio Renz lo aveva guardato ancora, lungo, mentre si cambiava, ma non aveva detto niente di più. Solo quello sguardo pesante che gli era rimasto addosso come un marchio.
Uscì dal capannone con lo zaino a tracolla. L’aria esterna, anche se ancora calda, gli sembrò quasi fresca dopo il calore chiuso della fabbrica. Il sole del pomeriggio gli picchiava sugli occhi verdi. Stava già camminando verso il cancello quando sentì una voce alle sue spalle.
«Ehi. Occhiverdi.»
Si voltò.
Elia Moretti era fermo a pochi metri, la tuta aperta fino allo sterno, la catenina d’argento che brillava sul petto peloso e scuro di sudore. I capelli neri ricci erano ancora legati in quella coda bassa un po’ sciolta, qualche ricciolo gli cadeva sulla fronte. Le braccia, venose e definite, erano scoperte fino al gomito. Aveva lo sguardo divertito di sempre, ma un po’ più basso, come se stesse valutando qualcosa.
«Sei a piedi, vero?» chiese Elia, avvicinandosi. La voce era calma, quasi pigra. «Ti lascio a casa, se vuoi.»
Davide esitò un secondo. Il cuore gli fece un balzo piccolo e stupido.
«Non… non c’è bisogno. Prendo l’autobus.»
Elia scrollò le spalle e sorrise con un angolo della bocca.
«Come vuoi. Ma l’autobus a quest’ora è pieno di gente che puzza di fabbrica quanto noi. E io ho l’aria condizionata.» Fece un gesto vago verso il parcheggio. «Salì. Non mordo.»
C’era qualcosa in quel “non mordo” che suonava troppo leggero. Davide lo guardò un attimo di troppo: le labbra sottili, il petto che saliva e scendeva piano, l’odore di sudore maschile mescolato a un deodorante fresco che Elia doveva essersi passato dopo la doccia veloce nello spogliatoio. Alla fine annuì.
«Ok. Grazie.»
La macchina di Elia era una vecchia Audi scura, un po’ rovinata ma pulita dentro. L’aria condizionata partì subito, fredda sulla pelle ancora calda di Davide. Si sedettero. Elia guidava con una mano sola sul volante, l’altra appoggiata sul cambio. Ogni tanto i suoi occhi scorrevano di lato.
«Primo giorno tosto, eh?» disse dopo un po’.
«Sì. Tanto rumore. Tanto… caldo.»
Elia ridacchiò piano.
«Renz ti ha già messo gli occhi addosso, l’ho visto. Quello non perde tempo. Se ti guarda così, di solito vuole qualcosa.»
Davide abbassò lo sguardo sulle proprie ginocchia. Le dita si intrecciarono.
«Non so di cosa parli.»
«Certo che lo sai.» Elia non alzò la voce. Continuò a guidare, ma la mano destra scese dal cambio e andò a posarsi per un secondo sul coscia di Davide, sopra il pantalone della tuta ancora un po’ umida. Solo un contatto leggero, caldo, che sparì subito. «Hai un bel faccino da ragazzo per bene e qui dentro se ne accorgono.»
Il silenzio che seguì fu denso. Davide sentì il sangue salire alle guance e, più in basso, un calore lento e incontrollabile. Non si scostò. Non disse niente. Guardò fuori dal finestrino i capannoni che scorrevano, ma la pelle dove Elia lo aveva toccato bruciava ancora.
Arrivarono davanti al piccolo condominio di Davide in meno di quindici minuti. Elia non spense il motore. Si limitò a voltarsi un po’ verso di lui, un braccio appoggiato allo schienale del sedile del passeggero. Da quella posizione il petto gli si apriva di più, la catenina scendeva tra i peli scuri, e l’odore di sudore e di corpo caldo riempiva l’abitacolo insieme all’aria fredda.
«Se un giorno vuoi parlare… o altro» disse Elia, la voce più bassa, «sai dove trovarmi. Non sono come Renz. Io non forzo. Ma se tu vuoi…»
Lasciò la frase aperta.
Davide aprì la portiera con le mani un po’ tremanti.
«Grazie per il passaggio.»
Elia lo guardò uscire. Sorrise ancora, quello sguardo divertito e un po’ troppo consapevole.
«A domani, occhiverdi.»
La casa di Davide era piccola, un monolocale al secondo piano. Chiuse la porta alle sue spalle e restò fermo un momento nell’ingresso, lo zaino ancora in mano. L’odore della fabbrica gli era rimasto addosso: olio, metallo, sudore di Renz, sudore di Elia, e quel leggero deodorante fresco. Si passò una mano sul viso. Le dita sapevano ancora di lubrificante.
Andò dritto in bagno.
Si tolse i vestiti lentamente. La maglietta scura cadde per terra, poi i pantaloni della tuta, poi i boxer umidi. Restò nudo davanti allo specchio. Il corpo era sporco di polvere grigia e di sudore secco. I capelli neri corvino erano più disordinati del solito, gli occhi verdi un po’ lucidi. Il cazzo era già mezzo duro, pesante tra le cosce, arrossato sulla punta. Non l’aveva toccato da giorni, e ora gli pulsava solo a pensare alle mani enormi di Renz e a quella pacca leggera di Elia sulla spalla nuda, al tocco sulla coscia.
Apri l’acqua della doccia. Calda, quasi bollente.
Ci entrò e chiuse gli occhi. L’acqua gli scorreva sui pettorali appena accennati, sul ventre piatto, sulle cosce forti. Si passò le mani sul corpo con il sapone, lento. Quando arrivò al cazzo lo strinse appena, e un brivido gli salì lungo la schiena. Si morse il labbro inferiore.
Pensò a Renz nello spogliatoio: il petto peloso, il sorriso da lupo, la frase sussurrata all’orecchio — «il culo… si vede anche sotto la tuta».
Poi a Elia in macchina: la mano calda sulla coscia, la voce bassa, le parole «se tu vuoi…».
La mano di Davide iniziò a muoversi. Su e giù, lenta all’inizio, poi un po’ più ferma. L’altra mano scese più indietro, le dita insaponate che sfiorarono l’ingresso stretto, vergine, che non aveva mai ospitato niente di più di un dito timido nelle notti da solo. Chiuse gli occhi più forte. Immaginò le dita di qualcun altro lì. Più grosse. Più sicure. Immaginò di essere spinto contro un armadietto metallico, l’odore di olio e di sudore maschile tutto intorno, una voce rauca che gli diceva di stare fermo.
Il respiro gli si fece corto. L’acqua scorreva sui capelli neri, gli scendeva sul viso, gli entrava in bocca socchiusa. Si appoggiò con la schiena al muro freddo della doccia, le gambe leggermente divaricate, e accelerò. Il piacere saliva a ondate, mescolato a una vergogna calda e a una voglia che non sapeva più trattenere. Quando venne, lo fece in silenzio, solo un gemito basso che si perse nel rumore dell’acqua. Il seme bianco gli uscì a getti, gli scese sulla mano e gli venne portato via dal getto caldo.
Restò fermo ancora un minuto, il cuore che batteva forte, le gambe un po’ molli.
Poi spense l’acqua, si asciugò lentamente e si guardò di nuovo allo specchio. Gli occhi verdi erano diversi. Più scuri.
Sapeva già che il giorno dopo sarebbe tornato in fabbrica con quella stessa voglia ancora addosso.
E che qualcuno se ne sarebbe accorto.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Operai di vita 2:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
