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Gay & Bisex

Gennarino 9


di MASQUARATE
08.09.2026    |    850    |    3 9.0
"Ma il ricordo più dolce, quello che gli faceva stringere il cuore, era la caverna..."
Continua.
A volte, nelle notti calme, mentre CazzoNero dormiva ancora sepolto dentro di lui o con una mano enorme posata sul suo culo, Gennarino ripensava a quei due anni.
Non erano ricordi confusi. Erano vivi, caldi, precisi. Ogni uno di essi gli faceva indurire di nuovo il cazzo solo a ripensarci.
Il primo che gli tornava sempre era il giorno della nave inglese.
L’avevano abbordata al tramonto, una mercantile carica d’oro e di pietre preziose diretta alle colonie. La ciurma di CazzoNero aveva fatto poco rumore e molto sangue. Quando il sole era calato, sul ponte della goletta pirata c’erano casse aperte che brillavano di monete, collane, anelli e diamanti.
CazzoNero aveva fatto portare Gennarino nudo al centro del ponte. Lo aveva guardato con quegli occhi di ghiaccio e aveva sorriso, i denti d’oro che scintillavano più delle monete.
«Stasera sei tu il tesoro.»
Gli aveva messo al collo tre collane pesanti d’oro massiccio, una con diamanti grandi come unghie. Gli aveva allacciato cinture d’oro intorno alla vita e alle cosce, facendole scendere basse finché non incorniciavano il cazzo e le palle. Gli aveva infilato anelli alle dita e bracciali ai polsi. Infine gli aveva posato in testa una corona d’oro lavorata, troppo grande, che gli scendeva un po’ sugli occhi.
Gennarino stava lì, nudo, coperto solo di oro e di pietre, il corpo che brillava alla luce delle lanterne. La ciurma lo guardava affamata.
CazzoNero lo aveva spinto in ginocchio e aveva annunciato:
«Usatelo fino all’alba. Ma non toglietegli niente. Voglio rivederlo così quando avrete finito.»
Lo scoparono per ore.
Uno dopo l’altro, a volte in due, a volte in tre. Gli riempirono la bocca, il culo, gli sporcarono l’oro di sborra. Le collane tintinnavano a ogni spinta, la corona gli cadeva di traverso mentre gemeva alto, da puttana coronata. Qualcuno gli veniva sulle collane, qualcuno gli leccava i diamanti sporchi di sperma. Gennarino venne quattro volte solo dalle penetrazioni, il corpo che scintillava di sudore e di oro.
All’alba CazzoNero lo riprese. Lo fece sedere sul suo cazzo ancora pieno di sborra altrui e lo scopò lento, tenendolo per le cinture d’oro, mentre gli mormorava contro le labbra:
«Il mio tesoro. Il mio puttana d’oro.»
Gennarino gemeva e si stringeva intorno a lui, innamorato e perso, mentre l’oro gli freddava la pelle e il cazzo del capitano gli bruciava dentro.
Poi c’era stato il mese della cintura.
Un giorno, per puro gioco crudele, CazzoNero gli aveva fatto indossare una cintura di castità interamente d’oro, lavorata finemente, con un lucchetto a forma di teschio. Gli chiudeva il cazzo e le palle in una gabbia stretta e lucida, lasciandogli libero solo il buco.
«Per un mese», aveva detto sorridendo con i denti d’oro, «niente cazzo. Solo bocca. Vediamo quanto diventi affamato.»
Fu un mese di tortura dolce.
La ciurma e lo stesso CazzoNero potevano usare solo la sua gola. Gennarino passava le giornate in ginocchio, le labbra sempre un po’ gonfie, la lingua sempre pronta. Imparò a prendere cazzi enormi fino in fondo senza soffocare, a tenere lo sperma in bocca finché non glielo ordinavano di inghiottire, a leccare le palle e il perineo per ore. Il suo cazzo restava chiuso, duro e dolorante dentro la gabbia d’oro, gocciolante di liquido che non poteva uscire del tutto.
Ogni sera CazzoNero lo faceva inginocchiare tra le sue cosce e gli scopava la bocca con lentezza crudele, guardandolo negli occhi di ghiaccio mentre Gennarino lacrimava e gemeva intorno al suo membro.
«Ti manca il culo, vero?», gli chiedeva.
Gennarino annuiva disperato, la gola piena.
«Buono. Continua a succhiare.»
Quando finalmente, dopo trenta giorni, CazzoNero aprì il lucchetto, Gennarino venne quasi subito solo per il sollievo dell’aria sulla pelle. Poi il pirata lo mise a quattro zampe e lo scopò per quasi due ore di fila, fino a farlo piangere di piacere e a riempirlo così tanto che lo sperma gli colava continuamente lungo le cosce.
Ma il ricordo più dolce, quello che gli faceva stringere il cuore, era la caverna.
CazzoNero lo aveva portato da solo al nascondiglio del tesoro, un’isola nascosta tra scogli neri. Dentro la montagna c’era una caverna enorme, illuminata da fessure nella roccia, piena di casse d’oro, di monete sparse, di gioielli e di lingotti che brillavano come stelle.
Lì, in mezzo a tutto quell’oro, CazzoNero lo aveva spogliato con una lentezza quasi rituale. Lo aveva steso su un letto di monete e di stoffe preziose e lo aveva preso con una dolcezza che Gennarino non gli aveva quasi mai visto.
Lo baciava mentre lo penetrava. Gli leccava il collo, i capezzoli, gli mormorava contro le labbra cose che non diceva mai davanti alla ciurma. Spinte profonde e lente, il corpo enorme che lo copriva completamente, i ricci bianchi del petto che gli sfregavano la pelle. Gennarino gemeva basso, affondando le mani nei capelli del pirata, e per la prima volta pianse di qualcosa che non era solo piacere fisico.
Quando vennero insieme, CazzoNero restò dentro di lui a lungo, gli accarezzò il viso con il pollice e disse, con voce più bassa del solito:
«Qui sei solo mio. Non della ciurma. Solo mio.»
Gennarino aveva annuito, il cuore che gli batteva così forte da fargli male, e aveva affondato il volto contro il collo del pirata, respirando il suo odore di mare, di oro e di uomo.
Ora, due anni dopo, mentre giaceva di nuovo sotto di lui nella cabina, Gennarino ripensava a tutti quei momenti e si stringeva intorno al cazzo di CazzoNero con una devozione totale.
Non c’era più spazio per nessun altro ricordo.
Solo quell’uomo.
Solo quegli occhi di ghiaccio.
Solo quei denti d’oro che brillavano ogni volta che sorrideva mentre lo scopava.
E Gennarino, la puttana d’oro del Pirata CazzoNero, non voleva nient’altro.
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