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Ludus Carnis - 9. L'allenamento


di MASQUARATE
13.09.2026    |    624    |    1 9.6
"Un’altra volta lo obbligò a cavalcarlo mentre gli altri gladiatori erano costretti a guardare..."
Marcus non c’era più.
Lo avevano fatto allontanare dal ludus il giorno stesso in cui Titus era arrivato. Nessuna spiegazione, nessuna promessa di ritorno. Solo le catene e la porta che si chiudeva. Caelan lo aveva visto sparire e da quel momento qualcosa dentro di lui si era spezzato in modo diverso.
Titus Niger se ne accorse subito. E ne approfittò.

Giorno 1

L’allenamento cominciò all’alba.
Cortile privato, sabbia ancora fresca. Titus, nudo, gli lanciò un gladius di legno e lo attaccò senza parl are. Caelan resistette quanto poté. Alla fine finì a terra, la faccia nella sabbia, le braccia bloccate. Titus gli montò sopra e lo penetrò con una sola spinta lunga e crudele. Il cazzo granitico lo aprì fino in fondo mentre Caelan gridava. Titus scopò lento, pesante, obbligandolo a sentire ogni centimetro, poi lo lasciò lì, pieno, e gli ordinò di rialzarsi e combattere di nuovo.
Caelan si alzò. Le gambe tremavano. E mentre rialzava il gladius pensò solo a Marcus.

Giorno 3

Titus lo fece allenare sotto gli occhi degli altri gladiatori.
Ogni volta che Caelan veniva messo a terra, Titus lo prendeva lì, davanti a tutti. Spinte profonde, grugniti bassi, la sborra che gli colava lungo le cosce mentre gli altri guardavano in silenzio. Nessuno rideva. Titus faceva paura anche a loro.
Alla sera lo portò nella sua stanza. Lo legò al letto e lo usò per ore: bocca, culo, di nuovo bocca. Ogni volta che Caelan chiudeva gli occhi, Titus gli stringeva la gola.
«Pensa a me, non a lui.»
Ma Caelan pensava solo a Marcus.

Giorno 5

L’allenamento fu diverso.
Titus lo fece correre intorno al cortile con un peso sulle spalle, poi lo fece combattere contro due gladiatori insieme. Quando Caelan crollò esausto, Titus lo trascinò dietro un magazzino e lo scopò in piedi, contro il muro di pietra. Una mano gli teneva i fianchi, l’altra gli stringeva il collo. Caelan venne con un gemito strozzato, odiandosi.
«Stai diventando bravo a prendere,» mormorò Titus contro il suo orecchio. «Presto non ricorderai nemmeno il nome di quel cane.»
Caelan digrignò i denti. Il nome di Marcus gli bruciava ancora sotto la lingua.

Giorno 7

Titus cominciò a mescolare tutto.
Mattina: combattimento.
Pomeriggio: sesso come punizione o come “premio”.
Sera: di nuovo sesso, più lungo, più lento, quasi metodico.
Una volta lo fece venire tre volte di seguito solo con il cazzo, senza toccargli il membro. Un’altra volta lo obbligò a cavalcarlo mentre gli altri gladiatori erano costretti a guardare. Caelan piangeva di rabbia e di piacere mescolati. Il corpo aveva imparato a rispondere. La mente, però, restava aggrappata a un’unica cosa.
Marcus.

Era la nona notte.

Caelan giaceva sulla paglia, il corpo dolorante e pieno, quando qualcosa gli attraversò la mente come una lama. Una voce. Non reale, forse. Ma chiara.
Caelan…
Era la voce di Marcus. O ciò che ne restava nella sua testa. Bastò.
Quando il guardiano aprì la cella per il controllo, Caelan non esitò. Lo colpì alla gola, gli strappò le chiavi e corse. Nudo, ferito, disperato. Non sapeva dove andare. Sapeva solo che doveva uscire. Che doveva trovare Marcus, o morire provandoci.
Arrivò quasi al cancello esterno.
Titus lo stava aspettando.
L’omone emerse dall’ombra, enorme, gli occhi gialli che brillavano. Non sembrava sorpreso.
«Sapevo che prima o poi avresti cercato di scappare,» disse con voce bassa. «Il tuo cane ti manca così tanto?»
Caelan non rispose. Si lanciò contro di lui con tutto ciò che gli restava. Riuscì a colpirlo una volta sola, al volto. Titus non batté ciglio. Lo afferrò per la gola, lo sollevò da terra e lo scaraventò contro il muro.
«Domani,» ringhiò, tenendolo sollevato, «ti porto dove posso farti urlare il suo nome quanto vuoi. Poi ti faccio dimenticare anche quello.»
Caelan lo guardò negli occhi, il sangue che gli colava dal labbro, e per la prima volta dopo giorni sorrise. Un sorriso spezzato, pieno di rabbia e di qualcosa che assomigliava a speranza.
Marcus era ancora vivo, da qualche parte.
E lui non aveva ancora finito di combattere.
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