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Gay & Bisex

Marco and Alvin 17


di MASQUARATE
10.09.2026    |    539    |    0 9.6
"Alvin venne dentro di lui con un gemito grosso, spingendo fino in fondo e restando lì..."
La festa non si fermò.
Anzi, dopo che Alvin ebbe scopato il biondo contro lo stipite, l’atmosfera diventò ancora più carica. Qualcuno alzò di nuovo il volume della musica. Qualcun altro portò altre birre. I corpi si muovevano in un caos caldo e umido di mani, bocche e cazzi duri.
Marco venne preso di nuovo quasi subito.
Un ragazzone dai capelli neri e il petto peloso lo spinse in ginocchio e gli riempì la bocca, tenendogli la testa ferma mentre spingeva fino in gola. Dietro di lui un altro gli apriva le natiche e gli entrava con una spinta secca, senza troppi preamboli. Marco gemette intorno al cazzo che lo strozzava. I due cominciarono a usarlo a ritmo, uno in bocca e uno nel culo, e quando il primo venne gli sparò tutto in gola obbligandolo a deglutire. Il secondo lo seguì poco dopo, riempiendolo di sborra calda e restando dentro ancora qualche secondo a godersi le contrazioni.
Appena si liberò, il moretto minuto — l’altro dei due ragazzi con le sue stesse mansioni — gli si avvicinò. Aveva le labbra già gonfie e lo sguardo perso. Si chinò e cominciò a leccare la sborra che gli colava dal buco, la lingua calda e piatta. Marco emise un suono rotto. Il moretto lo leccò a lungo, poi si alzò e gli bisbigliò all’orecchio: «Ci fanno fare le stesse cose… vero?» Prima che Marco potesse rispondere, un altro dei padroni di casa afferrò il moretto per i fianchi e se lo portò via, stendendolo sul tavolino basso e incominciando a scoparlo a sua volta.
Alvin non si allontanava mai.
Restava sempre a pochi metri, il cazzo di nuovo fuori, duro e lucido, mentre si smanettava piano. Ogni volta che qualcuno entrava in Marco, Alvin lo guardava dritto negli occhi. Ogni volta che Marco veniva usato un po’ più duro, Alvin accelerava la mano sul proprio cazzo. Era come un filo invisibile che teneva Marco ancorato anche mentre veniva passato da un corpo all’altro.
Il biondo dalla chioma lunga, ancora tremante dopo essere stato scopato da Alvin, tornò verso Marco. Si mise in ginocchio davanti a lui e gli prese il cazzo in bocca, succhiandolo con una fame quasi disperata. Mentre lo faceva, due ragazzoni si misero ai lati di Marco e gli fecero prendere un cazzo per mano, costringendolo a pompare mentre veniva succhiato. Poi uno di loro lo fece girare e gli entrò nel culo ancora pieno e scivoloso. Il biondo non si staccò: continuò a succhiarlo mentre Marco veniva scopato, e quando Marco venne gli sparò in bocca senza preavviso. Il biondo deglutì tutto, gli occhi lucidi.
La rotazione diventò quasi meccanica.
Marco perdeva il conto di quanti cazzi gli fossero passati tra le labbra e quanti gli fossero entrati dentro. A un certo punto lo misero a pecora sul divano grande, e tre di loro si alternarono senza quasi dargli tempo di chiudersi. Uno dopo l’altro, spinte profonde, mani che gli tenevano i fianchi, voci basse che dicevano «apri», «prendilo», «bravo». La sborra gli colava lungo le cosce. Il moretto e il biondo venivano usati nello stesso modo a pochi metri di distanza: gemiti acuti, schiaffi sulle natiche, risate basse dei ragazzoni.
Alvin, a un tratto, decise che era abbastanza.
Si avvicinò, afferrò Marco per un braccio e lo tirò via dal gruppo con una forza calma ma inequivocabile. Qualcuno protestò, ma Alvin li guardò una sola volta e bastò. Portò Marco fino a una poltrona in un angolo un po’ più in ombra, lo fece sedere a cavalcioni su di sé e gli entrò dentro con una spinta lunga e possessiva. Marco emise un suono quasi di sollievo. Alvin lo tenne fermo, le mani grandi sul sedere, e cominciò a scoparlo dal basso mentre gli parlava all’orecchio, la voce roca e bassa:
«Adesso sei di nuovo mio. Guarda quanta sborra ti hanno messo. Guarda come sei aperto. Ma questo cazzo… questo è quello che conti.»
Marco lo cavalcava, le braccia intorno al collo di Alvin, gli occhi chiusi. Intorno a loro l’orgia continuava: il biondo veniva preso da due contemporaneamente, il moretto era in ginocchio a fare il giro di pompini, i ragazzoni ridevano e bevevano e si passavano i corpi come trofei. Ma per Marco, in quel momento, esisteva solo Alvin. Il suo odore, il suo spessore familiare, il modo in cui lo guardava mentre lo riempiva di nuovo.
Alvin venne dentro di lui con un gemito grosso, spingendo fino in fondo e restando lì. Marco lo seguì poco dopo, stringendosi forte intorno a lui, il viso nascosto nel collo caldo.
Quando finalmente alzò la testa, vide Eddy.
Non sapeva quando fosse arrivato. Era in piedi vicino alla porta, a torso nudo, le braccia incrociate, lo sguardo scuro e attento fisso su di loro. Non diceva niente. Solo guardava. E sorrise appena quando i loro occhi si incontrarono.
Alvin se ne accorse. Strinse di più i fianchi di Marco e gli mormorò contro la pelle:
«La notte è lunga. E non abbiamo ancora finito.»
Fuori la musica batteva ancora forte.
Dentro, tra corpi sudati, sborra e respiro corto, la festa continuava.
E Marco, pieno, aperto e completamente preso, sapeva che Alvin non lo avrebbe lasciato solo fino alla fine.
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