Gay & Bisex
Gennarino 8
08.09.2026 |
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"Poi accelerò le spinte e lo fece venire di nuovo, tenendolo stretto contro il petto mentre Gennarino si spezzava in suoni affamati e devoti..."
Continua.Quella sera la nave pirata si trasformò in un inferno di rum, sudore e sborra.
La ciurma intera era sul ponte di poppa. Lanterne accese, barili aperti, urla e risa rauche. Gennarino venne portato fuori nudo, le mani legate dietro la schiena con una cima sottile. CazzoNero lo trascinò al centro del circolo degli uomini e lo fece inginocchiare.
«Questo è il regalo», annunciò con voce tonante, i denti d’oro che brillavano alla luce delle fiaccole. «Usatelo pure. Ma la sborra finale della notte è mia.»
Non ci fu bisogno di dirlo due volte.
Lo tirarono su, lo piegarono su un barile, gli aprirono le gambe. Il primo cazzo gli entrò nel culo ancora pieno e scivoloso; il secondo gli riempì la bocca. Poi un terzo. Poi un quarto. Lo passarono di mano in mano come una puttana di porto. Gennarino gemetteva senza più ritegno, suoni alti, spezzati, da troia ormai abituata. Ogni volta che un uomo veniva dentro di lui o sulla sua faccia, un altro prendeva il posto. Lo scoparono in piedi, a quattro zampe, seduto a cavalcioni, con la testa all’ingiù. Gli riempirono la gola finché non riuscì quasi più a respirare, gli allargarono il culo finché non riuscì più a chiuderlo del tutto.
CazzoNero stava in disparte, gli occhi di ghiaccio che non lo lasciavano mai. Beveva rum lento, il cazzo già duro sotto i pantaloni, e sorrideva ogni volta che Gennarino emetteva un gemito particolarmente disperato o affamato.
Quando la maggior parte della ciurma si fu svuotata, CazzoNero si fece avanti. Gli uomini si scansarono. Il pirata lo prese per i capelli, lo sollevò e lo fece sedere direttamente sul suo cazzo enorme, facendolo scendere fino in fondo con una spinta sola. Gennarino emise un suono lungo, quasi un urlo di piacere e di troppa sensazione. CazzoNero lo tenne per i fianchi e iniziò a scoparlo dal basso, con spinte potenti e profonde, mentre la ciurma guardava e commentava.
«Guarda come lo prende tutto…»
«È diventato un buco da vero pirata.»
Gennarino venne due volte mentre CazzoNero lo usava, senza che nessuno gli toccasse il cazzo. Alla fine il capitano ruggì e si svuotò dentro di lui, tenendolo premuto contro il proprio corpo, i denti d’oro affondati nella spalla del mozzo abbastanza da lasciare il segno.
Quella notte Gennarino dormì nella cabina di CazzoNero, pieno, dolente, e per la prima volta senza pensare a Kwame.
Passarono due anni.
Due anni di mare, di razzie, di sangue e di sborra.
Gennarino non era più il mozzo muto e spaventato della Madonna del Rosario. Era diventato la donna di CazzoNero. E, per estensione, la donna di tutta la ciurma.
Il suo corpo era cambiato. Le spalle e le braccia si erano fatte più definite dal lavoro duro a bordo, ma il culo era rimasto alto e sodo, sempre un po’ aperto, sempre pronto. La pelle olivastra portava segni di morsi, di schiaffi, di corde. Il buco era diventato abituato a cazzi enormi e a ore di uso continuo. Sapeva succhiare per ore senza stancarsi, sapeva venire solo dalle spinte, sapeva gemere nel modo esatto che faceva indurire CazzoNero in un istante.
Kwame era sparito dalla sua memoria come un sogno lontano. Non lo cercava più con lo sguardo. Non lo sognava più di notte. Il suo cuore batteva solo per quegli occhi di ghiaccio e per quei denti d’oro.
Ogni sera, senza bisogno di ordini, Gennarino andava nella cabina del capitano, si spogliava e si metteva in ginocchio o a quattro zampe sul letto. Aspettava. Quando CazzoNero entrava, Gennarino alzava gli occhi e gemetteva già solo alla vista di quel corpo enorme, di quei ricci bianchi sul petto, di quel cazzo che sapeva esattamente come aprirlo e riempirlo.
CazzoNero lo chiamava «la mia puttana» con un tono che non era più solo possesso, ma qualcosa di più scuro e più intimo. A volte lo usava con violenza, a volte con una lentezza quasi tenera. A volte lo faceva venire tre o quattro volte di fila solo con il cazzo, tenendolo fermo e guardandolo negli occhi mentre Gennarino si spezzava in gemiti e orgasmi.
La ciurma lo usava ancora, specialmente dopo le razzie o quando c’era da festeggiare. Ma tutti sapevano che apparteneva prima di tutto a CazzoNero. Se qualcuno esagerava, bastava uno sguardo di ghiaccio del capitano perché si fermasse.
Una sera, dopo due anni esatti da quella prima notte, CazzoNero lo tenne seduto sul suo cazzo per quasi un’ora, muovendolo piano, profondamente, mentre gli parlava contro le labbra:
«Hai dimenticato il nero, vero?»
Gennarino annuì, gemendo, il viso sudato, gli occhi lucidi.
«Adesso batte solo per me.»
Un altro annuire, più disperato, mentre il cazzo enorme gli sfregava la prostata con precisione crudele.
CazzoNero sorrise, i denti d’oro che brillavano, e lo baciò — un bacio grezzo, possessivo, pieno di lingua e di denti. Poi accelerò le spinte e lo fece venire di nuovo, tenendolo stretto contro il petto mentre Gennarino si spezzava in suoni affamati e devoti.
Quando finalmente si svuotò dentro di lui, restò sepolto fino in fondo e gli accarezzò i capelli con una mano enorme.
«Sei mio», mormorò. «Tutto mio.»
Gennarino, ansimante, pieno, innamorato e perso, affondò il volto contro il collo del pirata e gemette in assenso.
Non c’era più nessun altro.
Solo CazzoNero.
E il mare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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Commenti per Gennarino 8:

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